ONU News

Un altro passo verso un futuro migliore

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22 Luglio 2011
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La Salle XX delle Nazioni Unite di Ginevra dove ha avuto luogo la quarta sessione dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples che si è tenuta dall’11 al 15 luglio

I “Popoli di Madre Terra” si sono ritrovati all’ONU di Ginevra per continuare la loro lotta


L’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples ha chiuso la sua quarta sessione alla sede ONU di Ginevra. Questo corpo sussidiario del Consiglio per i Diritti Umani ha lo scopo di studiare strategie e suggerire provvedimenti al Human Rights Council affinché i Popoli indigeni vengano tutelati nei loro diritti e riconosciuti dagli Stati di appartenenza. Dopo l’approvazione da parte dell’ONU della Carta dei Diritti dei Popoli Indigeni, adottata nel settembre 2007 a conclusione di vent’anni di lavoro per la sua stesura, c’era bisogno di un meccanismo che aiutasse a renderne operativi i principi. Per questo il Consiglio per i Diritti Umani ha attivato un gruppo di esperti che potesse lavorare a questo scopo. I rappresentanti delle varie Nazioni native hanno portato alla commissione le relazioni sui problemi vissuti dalle loro comunità e i suggerimenti per la tutela dei loro diritti.

La settimana di lavoro è stata intensa e interessante. Lo scambio di informazioni tra i delegati porta ad arricchire la conoscenza personale del mondo dei Popoli naturali, aggiungendo ogni volta nuovi tasselli di un mosaico eterogeneo e multivariegato. Mondi invisibili che, senza queste occasioni, probabilmente non saprebbero mai nulla gli uni degli altri.


Yellow Bird Apache Dancers durante la cerimonia di apertura della quarta sessione dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples

Come sempre accade in queste assemblee dedicate ai Popoli indigeni, è un susseguirsi di saluti, incontri, accordi, scambi di informazioni e progetti per il futuro. Le variopinte assemblee dedicate ai Popoli nativi hanno un’atmosfera tutta particolare, ben diversa dalle altre assemblee dell’ONU, molto più ingessate e formali.

Abbiamo incontrato diversi rappresentanti di Comunità indigene del pianeta con i quali abbiamo avuto un confronto sui lavori in corso.

Wilton Littlechild è uno dei cinque coordinatori dell’Expert Mechanism e Capo del Consiglio Tribale degli indiani Cree del Canada. Secondo Wilton, questo organismo è un ottimo strumento per creare dei parametri e suggerire provvedimenti. “Se il Consiglio per i Diritti Umani prenderà sul serio le nostre relazioni e le nostre raccomandazioni, favorendone l’implementazione da parte degli Stati, la cosa andrà a vantaggio delle comunità locali: sarebbe davvero un risultato grandioso”. “Tuttavia” continua “molto deve ancora essere fatto. In alcuni casi le cose stanno peggiorando. Ad esempio anche in paesi sviluppati come il mio, non si sono riscontrati miglioramenti in termini di povertà infantile”.

Tomàs Condori, rappresentante della Nazione Aymara della Bolivia, è molto duro nel denunciare le oppressioni a cui il suo popolo è ancora soggetto: “Il processo in atto è troppo lento, rispetto ai problemi di sopravvivenza che si vivono tra la mia gente”. Denuncia inoltre la piaga delle religioni che “hanno cercato di assimilare le nostre tradizioni ancestrali creando una confusione di riferimenti spirituali”. Secondo Condori vi sono troppe organizzazioni che apparentemente supportano i Nativi, ma in realtà sfruttano l’argomento per scopi personali.

Kenneth Deer, rappresentante della Nazione Mohawk del Canada è tra i promotori dell’Expert Mechanism. Fa notare le grandi similitudini che esistono tra i Popoli indigeni: “le stesse lotte, lo stesso modo di affrontare i problemi, la solidarietà. Alla base di tutto ciò c’è una comune spiritualità basata sulla connessione con Madre Terra. La società maggioritaria ha perso questo contatto con la Terra, e in questo modo la gente si è perduta”. Continua Kenneth Deer: “I Popoli indigeni devono proseguire nella lotta per la sopravvivenza della loro cultura, poiché se le loro tradizioni non sopravviveranno, essi saranno assimilati e destinati a scomparire”.


L’autrice con Kenneth Deer, rappresentante della Nazione Mohawk del Canada

Les Malezer è rappresentante della comunità aborigena Gabi Gabi e presidente del National Congress of Australia's First Peoples, una organizzazione che lavora in accordo con il governo australiano per garantire agli aborigeni gli stessi diritti di cui godono gli altri cittadini. Secondo Les Malezer si fa ancora troppo poco per tutelare le conoscenze tradizionali dei Nativi. Inoltre denuncia il fatto che “molte comunità native non riescono a partecipare a questi incontri perché non ne hanno le possibilità, e a questo bisognerebbe porre un rimedio”.

Anastasia Chuckman, rappresentante della comunità indigena della Kamchatka (Russia), è una dei cinque esperti che coordinano la sessione. Ci racconta che in Russia la Carta dei Diritti dei Popoli indigeni approvata dall’ONU non è minimamente presa in considerazione: “Sfortunatamente, la Russia non ha ancora approvato la Dichiarazione e ciò significa che i principi fondamentali delle Nazioni Unite non sono stati ancora adottati dalla Federazione Russa”. Anastasia afferma: “Mi auguro che con il lavoro di questo organismo, lo Human Rights Council possa raccogliere i suggerimenti e stimoli gli Stati a mettere in pratica i principi della Carta dei Diritti”.

Julian Burger è il coordinatore uscente dell’Indigenous Peoples and Minorities Unit dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Burger ha lavorato per molti anni con i Popoli indigeni ed ha partecipato attivamente alla Carta dei Diritti fino alla sua approvazione finale. Ci racconta che il suo lavoro a fianco dei Nativi non è stato un lavoro ma una passione, poiché si è reso conto che la società maggioritaria ha tantissimo da imparare dalla società dei Popoli naturali. “Da quando ho iniziato a lavorare in questo campo” dice Burger “ho sempre avuto l'impressione di apprendere qualcosa. Non ho mai smesso di imparare, ho sempre la sensazione che mi sia rivelato qualcosa, e non qualcosa su altri popoli, ma su di me e sulla mia società”. E continua: “A livello personale, ancora oggi continuo ad imparare da loro”.


Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero rappresentavano la Ecospirituality Foundation all’Expert Mechanism on the Right of Indigenous Peoples

La Ecospirituality Foundation era presente con la sua delegazione in rappresentanza delle comunità indigene che sostiene e per evidenziare le comunità autoctone dell’Europa, di cui si sa ancora poco o nulla nell’ambito delle Nazioni Unite. Giancarlo Barbadoro, presidente della Ecospirituality Foundation, ha evidenziato la presenza delle tante culture autoctone in Europa e il dibattito in esse in atto sull’opportunità di un riconoscimento, da parte dell’ONU, che tuteli la sopravvivenza delle loro tradizioni. Dice Barbadoro: “Anche in Europa esistono Popoli nativi che hanno continuato le loro tradizioni nonostante le repressioni politiche e religiose. Comunità che mantengono il riserbo sulla loro esistenza perché non si sentono sicure della loro sopravvivenza. Per questo motivo la Ecospirituality Foundation ha voluto dare visibilità alla cultura dei Nativi europei erigendo un grande cerchio di pietre che dia testimonianza della loro presenza storica e delle loro tradizioni”.

Il confronto tra le culture primigenie dell’Europa e quelle degli altri continenti mette in evidenza le similitudini di esperienza, spiritualità, usi e costumi.

Nei forum dei Popoli naturali si respira sempre un’aria vitale, protesa verso il futuro, e anche se si trattano problemi che riguardano la sopravvivenza di antiche culture che non vogliono morire, l’atmosfera è gioiosa e piena di speranza. Non mancano le discussioni, anche accese; gli statements sono delle testimonianze che trattano problemi spinosi, spesso drammatici, ma denunciati senza fronzoli, retoriche o vittimismi. Quello che trapela è l’intenzione di costruire una nuova umanità in cui le comunità native possano vivere a fianco della società maggioritaria, con il diritto di praticare le loro tradizioni e di salvaguardare le loro terre sacre.


Anastasia Chuckman, rappresentante della comunità nativa della Kamchatka (Russia), una dei cinque esperti che coordinavano la sessione

Tutti i rappresentanti dei Popoli indigeni, di tutti i continenti, concordano sul fatto che nonostante le diversità di cultura, lingua, usi e costumi, ci sia una spiritualità comune. Dice Littlechild: “Esiste un forte legame spirituale che attraversa le nazioni indigene e che ci unisce, e penso che sia questo legame ad averci dato la forza di lottare in tutti questi anni, senza arrenderci, senza provare frustrazione, continuando a impegnarci, anche senza vedere risultati immediati, per cambiare le cose, per un futuro migliore. Questo legame forte fa di noi una cosa sola”.

Da quando i Popoli indigeni sono entrati a far parte delle Nazioni Unite sono stati fatti passi da gigante. Il primo meeting ufficiale è avvenuto nel 1982, a cui hanno partecipato pochissimi indigeni. Ora gli Indigenous Peoples costituiscono l’assemblea più vasta delle Nazioni Unite, con Forum frequentati da migliaia di delegati indigeni. Ma soprattutto si sta consolidando sempre più la consapevolezza di essere un unico Popolo. Usanze in comune, similitudini nei riti, e al di sopra di tutto, uno stesso modo di concepire la spiritualità nel riferimento diretto a Madre Terra.

Negli incontri periodici in occasione di queste assemblee, che siano all’ONU di Ginevra o di New York, si rafforza sempre di più la coscienza di quello che i Nativi rappresentano, ossia la speranza di riportare un po’ di equilibrio e di armonia in un mondo governato dalle conflittualità. E dà la misura della crescita in atto nella dimensione dei Popoli naturali, e della forza che essi costituiscono unendosi in un lavoro comune per costruire un futuro migliore per tutta l’umanità.



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