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Una voce in difesa dei Popoli invisibili

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31 Luglio 2011
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Julian Burger intervistato da Rosalba Nattero

“Da quando ho iniziato a lavorare in questo campo, ho sempre avuto l'impressione di apprendere qualcosa. Non ho mai smesso di imparare, ho sempre la sensazione che mi sia rivelato qualcosa, e non qualcosa su altri popoli, ma su di me e sulla mia società.”


Julian Burger è una delle persone che sono state determinanti per il raggiungimento della Carta dei Diritti dei Popoli indigeni approvata dall’ONU. Negli ultimi vent’anni ha ricoperto la carica di responsabile dell’Indigenous and Minorities Unit presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. In quell’ambito, per due decadi si può dire che non abbia smesso un attimo di portare avanti quella che è diventata per lui una missione: aiutare i Popoli naturali a riavere un posto nella storia.



Abbiamo incontrato Julian Burger in occasione della quarta sessione dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples che si è svolto nei giorni scorsi all’ONU di Ginevra.


Lavori da molti anni per i popoli indigeni. Ci vuoi raccontare la tua esperienza personale in questo campo?

Sono arrivato qui nel 1982, in occasione del primissimo incontro del Gruppo di lavoro sui popoli indigeni. È stata la prima volta in assoluto in cui i problemi dei popoli indigeni sono stati discussi alle Nazioni Unite in maniera più formale. Inizialmente ho partecipato come rappresentante di un'organizzazione non governativa britannica. Nel 1990 ho iniziato a lavorare all'ONU come responsabile delle attività relative ai popoli indigeni, carica che ho occupato fino all'anno scorso. Sì, posso dire di aver accumulato una certa esperienza in questo settore.

I risultati che abbiamo ottenuto sono notevoli: il principale è la Dichiarazione sui Diritti dei Popoli indigeni, un traguardo importante che abbiamo raggiunto partendo da zero, senza alcuna certezza sui diritti che dovevano essere riconosciuti dalle Nazioni Unite. Molti Paesi erano contrari al riconoscimento, quindi abbiamo fatto grandi passi, partendo da un clima di ostilità fino ad arrivare al completo riconoscimento, da parte dell'Assemblea Generale, di una serie di disposizioni che stabiliscono i diritti dei popoli indigeni.

Si tratta di un risultato importante, che ha richiesto molto tempo, ma è qualcosa di fondamentale. Ora sappiamo chiaramente quali sono i diritti dei popoli indigeni. Allo stesso tempo, sono avvenuti notevoli cambiamenti istituzionali all'interno dell'ONU, che oggi sono davanti agli occhi di tutti: sono stati istituiti il Permanent Forum, l’Expert Mechanism, lo Special Rapporteur sui diritti dei popoli indigeni. Oggi possiamo avvalerci di questi tre meccanismi fondamentali, ognuno dei quali è costituito da esperti in materia di popoli indigeni. Stiamo quindi assistendo a un cambiamento radicale rispetto agli anni '80, quando, a livello istituzionale, i popoli indigeni erano rappresentati soltanto dal Gruppo di lavoro; adesso abbiamo due istituzioni di alto livello, particolarmente influenti all'interno delle Nazioni Unite, e questo è un grande risultato. Abbiamo stabilito una normativa, una serie di diritti, e abbiamo istituito spazi all'interno dei quali i popoli indigeni hanno l'opportunità di esporre i propri problemi a livello internazionale.


Pensi che, con l’adozione della Dichiarazione, le cose stiano davvero cambiando per i popoli indigeni?

Esistono due tipi di cambiamenti: quelli che avvengono all'interno dell’ONU e quelli concreti, sul campo, all'interno delle comunità. Penso che i progressi a livello internazionale siano evidenti, alla luce di quanto detto in precedenza; ciò nonostante, in molte parti del mondo le condizioni dei popoli indigeni non hanno subito progressi: i diritti non vengono riconosciuti, i popoli indigeni vivono in grande povertà e così via.


Le Nazioni Unite di Ginevra

Ascoltiamo spesso storie come queste durante questo incontro e in altre occasioni. Abbiamo la certezza di aver dato un rilievo internazionale alla questione: abbiamo stabilito dei diritti, abbiamo creato delle istituzioni, ma esiste sempre il problema della concretizzazione di questo sforzo, del cercare di dare una vera svolta alle condizioni dei popoli indigeni. È una sfida continua, ma ritengo che siano avvenuti importanti cambiamenti nelle comunità e che oggi i problemi dei popoli indigeni siano finalmente sotto gli occhi di tutti. Possiamo contare su persone che hanno abbracciato la causa dei diritti umani e attualmente non esiste violazione dei diritti umani a danno dei popoli indigeni alla quale non venga data immediata visibilità, esistono diversi meccanismi e trovo che questo sia davvero importante. Abbiamo ottenuto diversi spazi che offrono una possibilità di dialogo, di riconciliazione; esiste uno Special Rapporteur che si avvale della Dichiarazione per affrontare i problemi, non mettendo da parte gli Stati ma semplicemente offrendo una possibile soluzione da adottare. Penso quindi che la situazione sia positiva. Ovviamente, osservando i dati statistici, sono molto amareggiato nel constatare che i popoli indigeni hanno ancora problemi in termini di aspettativa di vita, reddito, lavoro, e anche sotto altri aspetti.


Quali altre iniziative, a tuo avviso, dovrebbero essere intraprese dalle Nazioni Unite per offrire un ulteriore contributo ai popoli indigeni?

Penso che dovrebbero continuare a fare ciò che stanno facendo, ad esempio in incontri come questo, ma allo stesso tempo ritengo, e nell’affermarlo mi rivolgo anche a me stesso, che la sfida vera e propria, il lavoro da svolgere, non sia più a New York o a Ginevra, ma nei paesi interessati. L'ONU può contare su una presenza significativa in molti paesi del mondo, quindi è giunto il momento, a mio avviso, di spostare l'attenzione sul lavoro concreto, sul campo, di collaborare con i governi e con i popoli indigeni, individuando il ruolo effettivo dei programmi delle Nazioni Unite nel miglioramento di aspetti quali istruzione, sanità, sviluppo e così via, e nel contempo consolidando il ruolo delle istituzioni a sostegno dei popoli indigeni e per un miglioramento delle loro condizioni di vita. Con questo non intendo dire che l'impegno istituzionale a livello internazionale non sia necessario, ma credo che ora sia necessario anche spostare l'attenzione da questi incontri e da queste discussioni di alto livello all’implementazione di programmi che possano davvero cambiare le cose all'interno dei singoli Paesi.


Julian Burger ha ricoperto per vent’anni la carica di responsabile dell’Indigenous and Minorities Unit presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU

Siamo a conoscenza del quadro giuridico, sappiamo quali sono i problemi, disponiamo di moltissimi dati tecnici sulle questioni relative ai popoli indigeni, raccolti dagli esperti nel corso degli anni: ora è giunto il momento di fare qualcosa di concreto per ottenere un cambiamento all’interno delle comunità.


Sei particolarmente sensibile ai problemi dei popoli indigeni; è forse perché ti senti a tua volta un Nativo?

Forse è perché invece sono l'esatto opposto di un indigeno. Sono cresciuto a Londra, non ho alcun senso di spiritualità, inteso come sentimento associato alla mia terra: ho vissuto in una quindicina di luoghi diversi a Londra, e se fossi costretto a trasferirmi in un'altra parte di Londra non farei una piega... Al di là dell’ironia, credo che il mio impegno verso i popoli indigeni sia dovuto al fatto che, da quando ho iniziato a lavorare in questo campo, ho sempre avuto l'impressione di apprendere qualcosa. Non ho mai smesso di imparare, ho sempre la sensazione che mi sia rivelato qualcosa, e non qualcosa su altri popoli, ma su di me e sulla mia società. Ad esempio, quando osservo il processo decisionale dei popoli indigeni, il modo in cui si riuniscono per cercare di trovare un accordo, o anche il modo in cui discutono, e lo confronto con la nostra forma di democrazia, penso, mio Dio, non dovremmo essere noi a imporre i nostri processi decisionali ai popoli indigeni, dovremmo piuttosto prendere esempio dal loro approccio e applicare ciò che apprendiamo alle nostre forme di democrazia. Penso che esistano davvero moltissimi aspetti delle culture indigene dai quali possiamo imparare qualcosa, dovremmo cercare di prendere esempio da loro per progredire. Non possiamo essere indigeni, non possiamo imitare in tutto la condotta dei popoli indigeni perché viviamo in una società diversa, ma c'è molto da imparare. Potrei passare ore ad elencare ciò che queste popolazioni sono in grado di insegnarci, è qualcosa che personalmente ho sempre trovato affascinante: imparare, stupirmi di fronte a punti di vista che non avevo preso in considerazione. Forse è egoistico, ma la cosa davvero importante per me è apprendere.


I popoli indigeni in Europa non sono numerosi come in altri continenti. Secondo te, perché?

In realtà non esiste una vera definizione di "popolo indigeno". Come sai, c'è stata un'accesa diatriba all’ONU sull'argomento, quindi abbiamo adottato il concetto di "autoidentificazione". In Europa i soli popoli che si sono autoidentificati come indigeni sono i Saami, che vivono nei tre paesi scandinavi, e gli Inuit, o i groenlandesi, che non sono esattamente danesi ma sono legati alla corona danese. A parte questi esempi, in Europa non esistono popoli autoidentificatisi come indigeni, per cui i popoli indigeni rappresentano una minoranza in termini numerici. Detto ciò, è interessante osservare che queste poche popolazioni occupano gran parte dell'area geografica che identifichiamo come spazio europeo. Basti pensare al dibattito sull'Unione Europea: la Danimarca fa ora parte dell'Unione Europea, all’epoca c’è stata una negoziazione per conto della Groenlandia, che ha deciso di non entrarne a far parte: con la Groenlandia abbiamo perso circa il 50% dello spazio geografico europeo. Inoltre, se prendiamo in considerazione le zone artiche della Finlandia, della Norvegia, della Svezia, si tratta di un discreto numero di miglia quadrate. Popolazioni ridotte dal punto di vista numerico, quindi, ma in ogni caso importanti, soprattutto se pensiamo al fenomeno del riscaldamento globale: ciò che sta avvenendo nelle regioni settentrionali, artiche o sub-artiche è di importanza critica.


Sappiamo che esistono molti popoli indigeni “nascosti” in Europa, anche nella stessa Italia. Cosa si può fare a proposito? Come possono intervenire le Nazioni Unite a sostegno di queste comunità, che probabilmente temono le persecuzioni subite in passato?

In Europa, direi che il termine "indigeno" può risultare fuorviante. Generalmente, le Nazioni Unite si avvalgono di due categorie: i popoli indigeni, che ora possono contare su una Dichiarazione e che hanno individuato i propri diritti, e le cosiddette minoranze religiose, etniche, nazionali e linguistiche, a tutela delle quali esiste un'altra dichiarazione, che garantisce loro il diritto di professare la propria religione, parlare la propria lingua, partecipare attivamente alla vita politica e così via.


Un momento dell’intervista alle Nazioni Unite di Ginevra

In Europa esiste una moltitudine di minoranze; ne ho avuto io stesso la prova. Mi sono innamorato della lingua italiana a 18 anni, così ho pensato di trovare un lavoro estivo in Italia per imparare la lingua. Ho guardato gli annunci, ho trovato un lavoro come raccoglitore di mele e ho pensato che fosse perfetto: sarei andato in Italia a raccogliere mele, avrei mangiato cibo italiano, avrei imparato perfettamente la lingua, sarebbe stato fantastico. Quando sono arrivato in Italia, sono stato mandato in una fattoria nei pressi di Bolzano, in Alto Adige, in un paese in cui tutti parlavano in tedesco. Io non volevo imparare il tedesco, ero andato per imparare l'italiano ma lì tutti parlavano il tedesco e anche un buon inglese, devo dire, il che mi ha permesso di comunicare. Così ho pensato, caspita, credevo che in Italia tutti parlassero italiano, ma esiste una parte d'Italia dove si parla ancora il tedesco per ragioni storiche!

L’Europa è ricca di questi esempi di culture diverse. Alcuni anni dopo, per restare sul personale, quando mia figlia andava ancora a scuola e studiava lo spagnolo, le ho proposto un viaggio a Barcellona. Volando con compagnie come EasyJet il viaggio è piuttosto economico e lei avrebbe potuto parlare in spagnolo, vedere la Spagna eccetera. Così siamo arrivati a Barcellona tutti entusiasti e... tutti parlavano catalano. In metropolitana c'era la scritta "sortida" al posto di "salida", tutto era scritto in catalano, così ho detto a mia figlia "Non guardare niente, non ascoltare niente, questo non è spagnolo!"


In alcune parti dell'Italia settentrionale si parla il gaelico antico. In Bretagna, si parla la lingua bretone... esistono molte comunità nascoste, anche queste sono comunità indigene...

Sì, e penso che lo siano, nel senso che tu intendi. La domanda è: questi popoli si identificano come "indigeni", nell'interpretazione che le Nazioni Unite danno di questo termine? Un altro aspetto da tenere in considerazione è la realizzazione del diritto alla terra, alle risorse naturali, all'autodeterminazione da parte di un popolo indigeno. Alcuni, come i baschi o i catalani o altri, hanno ottenuto l'autonomia, hanno il proprio parlamento e così via. Ma non so se l'aspetto legato alla terra ricada nell'esempio della popolazione basca. I diritti di queste popolazioni sono comunque tutelati, potrebbero sentirsi in qualche modo minacciate, ma i loro diritti sono tutelati, non solo dalle Nazioni Unite e dalle leggi in materia di diritti umani, ma anche dal quadro europeo per i diritti umani.

La persecuzione delle minoranze in senso stretto non esiste più, come sai, o meglio, può esistere in pratica, ma le leggi in merito sono molto chiare, quindi non penso che sia necessario preoccuparsi di sviluppare nuove leggi a tutela di questi gruppi: penso piuttosto che siano loro a dover rivendicare i propri diritti in maniera costante.



Julian Burger con Rosalba Nattero

Come pensi di continuare il tuo lavoro a sostegno dei popoli indigeni, ammesso che tu continui in questo campo?

Sarebbe per me molto difficile non continuare a farlo, perché quando ho cominciato a lavorare su questo tema non mi è sembrato un vero e proprio lavoro, benché sia stato molto fortunato: venivo pagato molto bene alle Nazioni Unite e quindi potevo essere assolutamente soddisfatto. Ciò che intendo è che non ho mai considerato la mia attività come un lavoro: ho sempre pensato che fosse una cosa fantastica, ero felice di entrare in ufficio. Verso la fine, a dire il vero, non molto, perché la nostra organizzazione è diventata molto burocratizzata e piuttosto conservatrice nel suo modus operandi, ma comunque mi è sempre piaciuto, perché sentivo che stavo facendo davvero qualcosa di importante, e non riuscivo a considerarlo un lavoro. Credo che chi si occupa di questo settore lo faccia per aiutare le persone.


Ecco perché tutti ti vogliono bene! E ora?

Di cosa mi sto occupando attualmente? Al momento sto insegnando, ho una cattedra in un'università del Regno Unito, nota per il suo centro per lo studio dei diritti umani, che ha formato diversi attivisti in quest'ambito, e mi sto occupando di una serie di corsi sui diritti delle minoranze, i diritti dei popoli indigeni e così via. Inoltre mi tengo aggiornato, ad esempio sono venuto qui e cerco di seguire i diversi incontri, di tenermi in contatto con i colleghi. Penso di essere passato da un ruolo istituzionale alle Nazioni Unite, di tipo burocratico, con tutte le restrizioni che questo comporta, a un'occupazione più libera, che mi consente di affermare ciò in cui credo. Di esprimermi secondo coscienza. Quando si parla a nome delle Nazioni Unite la neutralità è d'obbligo, non si possono fare affermazioni come "Io condanno questo paese", "Questo paese è terribile" e così via. Ora invece posso dire più o meno tutto ciò che penso, il che è una gran cosa, perché godo di una maggiore libertà. Nel frattempo sto lavorando ad alcune pubblicazioni. Insomma, vedremo.

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