Animalismo

Per una sociologia delle zoonosi

Stampa E-mail
11 Marzo 2021
I pipistrelli e i pangolini, origine presunta del Corona Virus
I pipistrelli e i pangolini, origine presunta del Corona Virus

Da “malattia di origine animale” a “malattia causata dagli animali”, un mutamento di significato figlio dell’antropocentrismo


Il Corona Virus, con la sua origine presunta da pipistrelli e pangolini, ha portato alla ribalta le zoonosi e ciò porge l’occasione di parlare del significato delle parole, che cambia nel corso del tempo e nell’immaginario delle persone, generando ricadute pratiche diverse.

Il termine “zoonosi”, oltre a riferirsi ad un preciso contenuto medico può sollecitare pensieri, riflessioni, atteggiamenti diversi in relazione alla varia situazione storica e sociale, poiché si intreccia il significato con una delle grandi preoccupazioni della società umana, le malattie. Con l’avanzare delle ricerche scientifiche in campo medico, l’approccio attuale vede l’uomo, illuminista e progressista, ritenere possibile la sconfitta delle malattie e della sofferenza, anzi, non accettarle e cercare nella medicina tecnologica addirittura il superamento della morte.

Si è rafforzata la fiducia negli strumenti terapeutici e la convinzione di poter eliminare, anche se talvolta in modo non semplice e rapido, dolore e malattia. A ciò si contrappone il parallelo aumento di nuove sindromi, talune causate proprio da innovativi indirizzi produttivi, come le patologie derivanti dai danni ambientali o dalle scelte tecnologiche: le conseguenze dell’amianto e delle radiazioni nucleari sono state rilevate molti anni dopo la loro scoperta e utilizzo. Per evitare cause di richieste di rimborsi in milioni di dollari, le istruzioni, per i paesi anglofoni, dei telefoni cellulari riportano la dicitura che l’apparecchio va usato ad una distanza minima di 25 millimetri, comunicazione indiretta di un possibile pericolo per la salute umana.

In un contesto di tale genere, gli animali rimangono tuttavia oggetto di grande attenzione per le forme patologiche che possono trasmettere e, nonostante la fiducia nelle nuove capacità terapeutiche, le zoonosi continuano a fare paura.

Forse la spiegazione va ricercata nel fatto che il lemma più che alla problematica sanitaria richiama ad un approccio zoofobico, di repulsione verso gli altri viventi, la paura del diverso e la volontà di tenerlo lontano, mentre il termine scientifico indica semplicemente una modalità di origine, che si aggiunge alle altre, ad esempio di origine umana, fisica, alimentare, ambientale, ecc.

Il pangolino
Il pangolino

Se si stravolge il significato, la parola diventa un modo di identificare il diverso e il pericolo che gli si attribuisce e, nella storia, il diverso non sempre è stato trattato bene.

Se il termine lessicale diventa, o lo si vuole far diventare, un simbolo spaventevole, la soluzione non potrà che essere l’abolizione del problema, e, se si tratta di un animale, l’uccisione è la scelta quasi inevitabile.

Si potrebbe individuare un mutamento di valenza psicologica e sociologica della parola: da semplice indicazione di origine a segnalatore di una precisa responsabilità. La malattia viene presentata non più come un fenomeno che si realizza con la compresenza di più fattori ma diventa quasi un rapporto di causa effetto meccanico: malattia degli animali, problemi per le persone. In altre parole, il cambiamento avvenuto è tra l’indicazione di una possibile origine della malattia a quello di causa della stessa. Così la trasformazione del significato porta alla colpevolizzazione degli animali.

Per meglio raggiungere lo scopo, non si presenta in maniera completa il problema dell'insorgenza delle malattie, di tutte, ricordando che le forme patologiche si sviluppano solo quando c’è una concomitanza di più fattori; non solo l'agente infettante, ma uno stato immunitario individuale indebolito per i più svariati motivi, e infine un ambiente predisponente ad una risposta organica individuale e collettiva indebolita, ad esempio condizione climatica e eventuali forti alterazioni, troppo caldo o troppo freddo, condizioni di nutrimento insufficienti, ecc..

Un ragionamento di questo tipo, purtroppo raro, permetterebbe di ridurre drasticamente le preoccupazioni relative alla presenza degli agenti zoonosici, in quanto la conclusione sarebbe che la presenza di animali serbatoio non significa di per sé malattia bensì semplicemente una presenza di germi o virus, una parte di tutti quelli conosciuti come pericolosi per la specie umana e che non hanno gli animali come serbatoio.

Le zoonosi quindi come traslazione del significato da “serbatoio” a “causa” della malattia, che a sua volta quasi trasforma gli animali in “nemici” da eliminare; parola che diventa utile sostegno alle convinzioni zoofobiche, grimaldello per pensare di recidere la linea di collegamento dagli animali all’uomo semplicemente con la loro eliminazione. Mettendo in secondo piano le nozioni scientifiche sulle modalità di insorgenza delle malattie, come si è detto.

La differenza tra un approccio globale alle malattie, anche quelle zoonosiche, e un atteggiamento che colpevolizza a priori gli animali è sostanziale.

In effetti il termine diventa un altro esempio di una visione antropocentrica poiché si basa su una distinzione che non esiste: se, dopo Darwin, si sa che l’uomo è un animale tra animali il termine “zoonosi” non ha senso poiché anche le malattie umane sono in realtà delle vere e proprie zoonosi. Quale può essere l’importanza dell’origine di una patologia infettiva se poi essa si trasmette con il contagio umano? Dovrebbe essere una zoonosi pure il raffreddore contagiato da un nostro vicino.

I colombi, spesso accusati della trasmissione della zoonosi
I colombi, spesso accusati della trasmissione della zoonosi

In verità il termine si presta molto bene a giustificare interventi umani volti alla soppressione degli animali quando questi sono giudicati, sempre dagli umani, indesiderati, pericolosi, ecc.

Innumerevoli sono gli esempi, non solo nazionali. Quando si tratta di imporre un progetto di soppressione per animali che a molte persone, fors’anche alla maggioranza della popolazione, suscitano simpatia, la parola “zoonosi” diventa un grimaldello che prova a superare qualsiasi tentativo di contrastare la decisione.

Anni fa, il quotidiano La Stampa aveva il titolo “Contro i colombi è Global War”, del quale non si può certo negare il senso dell’eliminazione poiché la guerra, seppur citata in inglese, prevede esplicitamente l’uccisione e, tra le motivazioni, spiccava il pericolo delle zoonosi.


Le zoonosi, però, non sono tutte considerate ugualmente pericolose

Il batterio Escherichia coli sierotipo 0157:H57 proveniente dall’intestino dei bovini attraverso gli hamburger non ben cotti, passa alle persone e ha un altissimo potere patogeno in grado di provocare la morte. È una zoonosi a tutti gli effetti ma, poiché si assume alimentandosi con la mitica carne e non si può spaventare il consumatore per non mettere in discussione la filiera agrozootecnica, le notizie relative si trovano sulle riviste scientifiche e l’informazione pubblica le ignora.

Significativa è la duplice valenza della salmonellosi, pericolosissima quando se ne sospetta la presenza nei colombi, dai quali peraltro si contagia in forma blanda solo se si trascurano le più comuni regole igieniche, ma ignorata quando si trasmette con gli ovoprodotti, mezzo di trasmissione molto più frequente secondo i dati EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e più pericoloso. Una ricercatrice dello Zooprofilattico di Venezia, sede di Padova, intervistata[1] nella trasmissione Report del 17/05/09, ha indicato come preoccupazioni sanitarie per la popolazione le forme di salmonellosi e campilobacter, derivanti dagli allevamenti intensivi senza citare i sinantropi. Forme, invece, molto considerate per richiedere l’abbattimento dei colombi.

Anche la vicenda del Corona Virus offre una lezione dello specismo insito nel termine zoonosi. Pipistrelli e pangolini, anche se dopo mesi sono scomparsi dalle notizie giornalistiche stampate e radio televisive, erano gli animali accusati della trasmissione della zoonosi. Ma quanti pensano che se oggi portiamo la mascherina non è certo per paura dei pipistrelli e dei pangolini, quanto piuttosto per evitare il contagio interumano?


Il punto focale è sempre la diversa valenza che si attribuisce alla parola

In fondo tutte le malattie infettive sono “zoonosi” dal momento che siamo tutti appartenenti al mondo animale; la distinzione vuole sottolineare la differenza tra le specie.

Allevamenti intensivi
Allevamenti intensivi

A rigor di logica poiché le carni, come, già da anni, ha esplicitamente affermato il WTO sono causa di un’alta percentuale di forme di cancro, questa patologia non potrebbe essere classificata come zoonosi? Il ragionamento si sostiene dal momento che all’origine ci sono comunque gli animali, morti, ma pur sempre animali. E ancora, da anni, l'EFSA richiama l'attenzione sulle zoonosi antibiotico resistenti cioè sugli agenti infettanti che, divenuti resistenti agli antibiotici anche per il troppo largo consumo fatto negli allevamenti, quando infettano le persone sono di arduo controllo e determinano numerosi casi di malattie difficilmente contenibili, spesso esitanti in casi di morte; tra i patogeni interessati spiccano l’Escherichia coli e la salmonella, contratti attraverso l’alimentazione. Solo per fare un confronto si tratta di 10.000 morti ogni anno in Italia, di cui si parla molto poco.

Non si tratta di minimizzare le patologie ma di dare un senso oggettivo all’utilizzo delle parole. La ricerca sulle malattie infettive analizza le vie di trasmissione e presenta le possibilità per una forma patogena di essere trasmessa dagli animali alle persone, ed è un'attività importantissima per la salvaguardia della salute pubblica; successivamente però è necessaria un'analisi oggettiva del pericolo reale o del rischio effettivo. Il termine “zoonosi” non è sinonimo di pericolo incontrollabile, come al contrario spesso viene esaltato quasi fosse prioritario rispetto a tutti gli altri; le zoonosi, come qualsiasi altra malattia, hanno un ampio ventaglio di gravità, da basso a più alto.

Il sospetto di un uso strumentale della parola “zoonosi” si evince dalla realtà. Non solo, come si è detto, le zoonosi alimentari non suscitano uguali attenzioni come quelle trasmesse dagli animali vivi, ma si può paragonare la diversa attenzione verso le patologie “chimiche” e quelle “ambientali”, come le morti per colpa dello smog, solo per fare un esempio di una patologia ricorrente da decenni.

La parola “zoonosi” assume così la funzione di vera e propria colpevolizzazione degli animali, come se fosse possibile eliminarli dal nostro mondo e senza ricordarsi che, anche se tendiamo ad ignorarlo, sono “animali come noi”.


Enrico Moriconi, medico veterinario, è Garante per i Diritti degli Animali della Regione Piemonte e collaboratore di Shan Newspaper


 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su Twitter Seguici su YouTube