Esobiologia

Gli animali, gli alieni accanto a noi

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15 Febbraio 2013
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I delfini rappresentano una forma di vita animale assolutamente intelligente in grado di comunicare con la specie umana

Prima di cercare altra vita intelligente nello spazio possiamo fare esperienza della cultura animale che coabita con la specie umana sulla Terra


Gli alieni accanto a noi

Se vogliamo trovare una facile e immediata manifestazione di altra vita intelligente non è il caso di rivolgersi a sondare necessariamente le profondità dello spazio.

È sufficiente infatti dare attenzione alle altre forme di vita che ci circondano da sempre e che convivono con noi sul nostro stesso pianeta.

Anche qui si possono fare errori fondamentali. Nella ricerca di altra vita intelligente, la scienza di ogni tempo non ha cercato tracce della manifestazione del fenomeno della coscienza con cui intendersi e confrontarsi, ma si è limitata a indagare, in maniera distaccata e di preconcetta supremazia umana, quelle forme di vita che fossero in grado di comunicare con lo stesso sistema di linguaggio fonetico usato dall'uomo.

E naturalmente non ha approdato a nulla di concreto.

La scienza del passato prima di “inventare” l'etologia ignorava le comunicazioni gestuali degli scimpanzé o il linguaggio ultrasonico dei delfini. È quindi con curiosità e con sorpresa piuttosto naif che i ricercatori del campo hanno osservato Sara, la “scimmia intelligente”, che con buona disponibilità, dopo aver imparato un limitato vocabolario di parole e verbi inglesi, si è mostrata capace di creare nuove frasi, alcune anche di contenuto astratto. Non solo, ma anche in grado di insegnarlo, a posteriori, ai propri figli.

Con curiosità e con più interesse si sono invece dedicati, come sempre, i ricercatori militari allo studio del linguaggio e dell'anatomia dei delfini, giungendo a scoprire che il loro cervello è molto simile a quello dell'uomo. E ne è stato tratto immediatamente profitto. Ne abbiamo una prova sconcertante. Quando, nel '72, gli statunitensi abbandonarono il Vietnam, vennero smantellati tutti i corpi speciali che avevano operato nelle azioni di controguerriglia. Tra questi corpi speciali ve n'era uno, fantascientifico ma purtroppo ben reale, rappresentato da un reparto di delfini istruiti ad agganciare mine magnetiche sotto le chiglie delle navi nemiche ed a compiere azioni di pattugliamento sottomarino nei porti sotto il controllo americano.


La gorilla Koko che giunse ad apprendere il linguaggio dei segni con cui comunicava correntemente con i ricercatori americani che la tenevano imprigionata nei loro laboratori

Il portavoce del Centro per le Ricerche e lo Sviluppo Navale Sottomarino di San Diego, dove il Pentagono aveva addestrato questi incredibili “soldati”, dichiarò agli sbigottiti giornalisti che i delfini avevano svolto gloriosamente una lunga missione nel Vietnam e che si era provveduto a farli rimpatriare affinché il nemico non potesse impadronirsi del segreto. Ed in effetti il corpo speciale dei delfini, durante il periodo di guerra vietnamita, aveva svolto un ruolo di primo piano. Giorno e notte essi avevano pattugliato le acque di molti porti strategici, come quello di Can Ranh, impedendo ai sottomarini ed ai sommozzatori nemici di penetrarvi per compiere le loro incursioni. Altri porti, come quello di Qui Nhon, che non erano presidiati dai delfini, erano stati attaccati più volte e molte navi americane erano state distrutte. Lo stesso portavoce militare aggiunse che la specializzazione dell'inconsueto corpo era tale che i delfini sapevano distinguere le navi amiche da quelle nemiche, utilizzare complessi sistemi di segnalazione elettronica, aiutare i palombari portando loro vari attrezzi a profondità di oltre trecento metri con rapidità ed efficienza, comunicare tra di loro nel corso di operazioni militari per sviluppare le idonee strategie.

Il caso dei delfini utilizzati dal Pentagono nelle operazioni di guerra in Vietnam conduce all'ovvia considerazione che un qualche dialogo tra l'uomo, che voleva una loro specifica e interessata prestazione, e i delfini che gliela concedevano, è stato inequivocabilmente instaurato.

La dimostrazione è lampante. Non siamo dunque soli. Altre forme di vita intelligente esistono intorno a noi, allontanate da noi dalle credenze della società maggioritaria unicamente a causa della diversità del proprio modo di essere e delle proprie manifestazioni comportamentali.

Noi cerchiamo i segni di questa vita intelligente, ma non è impresa facile. Così come noi siamo ostacolati dalla barriera della possibilità di una obiettiva comunicazione, anche altre creature senzienti potrebbero provare le stesse cose verso di noi.


Il problema della comunicazione

Che senso avrebbe tentare di comunicare con la matematica con un cane se questa è una manifestazione specifica della cultura umana? Sarebbe altrettanto difficile comunicare tra due esseri umani attraverso l’algebra se uno dei due non la conoscesse.

Così, che senso avrebbe per un cane tentare di comunicare con noi con l'odore della sua orina, se questo linguaggio è specifico della sua cultura? Ci troviamo di fronte a forme di cultura troppo diverse.

Tuttavia se comunichiamo con un cane al di là delle forme sensibili e del linguaggio di specie possiamo intenderci benissimo. Anzi, mentre noi non siamo capaci di imparare il suo linguaggio, lui con molta attenzione diviene in grado di capirci nelle nostre espressioni più elementari e forse oltre queste stesse.

Non c’è da stupirsi più di tanto se si pensa che anche tra gli umani la gestualità del linguaggio non è sempre eguale, e può dare adito a incomprensioni a volte anche traumatiche. Si può citare ad esempio il gesto dispregiativo fatto con le dita della mano messe a raffigurare un paio di corna, tipico dei paesi mediterranei e latini. Era augurale per gli antichi romani, ma per loro, di un altro spazio-tempo, era un segno di protezione contro le avversità. È un simbolo di pace e di amore per gli statunitensi, esponenti di un altro spazio-tempo con cui conviviamo. Si può immaginare cosa è successo il giorno in cui turisti americani hanno fatto questo gesto dall’interno di un’auto agli addetti di un casello stradale in Italia...

La diversità può condurre troppo facilmente all'incomprensione e l'incomprensione ad una maggiore diversità. Ci si può riflettere sopra e incominciare a studiare i possibili punti di cultura comune attraverso cui comunicare, portando innanzitutto rispetto, dando reciprocità di sentimenti e di comprensione ai nostri “alieni terrestri”, quali sono inevitabilmente gli animali.


Lo stato di forzata schiavitù delle specie animali impedisce di osservare le forme di cultura che sviluppano spontaneamente

Negli Stati Uniti, in un centro ricerche adeguatamente attrezzato, la dottoressa Patterson conduceva un suo esperimento di comunicazione con gli animali. Il suo soggetto principale era Koko, una giovane ma abbastanza corpulenta gorilla. Partendo dall'idea che la specie dei gorilla è quella, tra i mammiferi di terraferma, più simile all'uomo, e constatando che i vari sistemi di comunicazione verbale erano assolutamente insufficienti per instaurare un qualsiasi dialogo, la Patterson ebbe l'idea di utilizzare l'alfabeto dei segni usato dai sordomuti negli USA. All'inizio ha dovuto faticare un bel po’, poi la sua tenacia l'ha portata a conquistare l'obiettivo che si era prefissato.

Così Koko, nella sua immeritata e forzata prigionia, è stato in grado di conoscere ed usare almeno quattrocento parole dell'alfabeto gestuale. Si toccava la fronte ed indicava un fiore per comunicare la sua gioia per una scoperta floreale di particolare interesse, chiudeva le mani a palmi uniti per chiedere un libro con cui giocare... Non solo: è stato in grado di usare un normale Wiew Master, indicando all'istruttrice quale soggetto di diapositive voleva vedere. Koko viveva in una roulotte tutta sua, dove stava imparando a gestire i propri spazi abitativi e i propri oggetti. I test a cui la Patterson sottoponeva Koko rivelano dei risultati strabilianti. Essi dimostrano infatti che Koko non solo era in grado di dialogare su argomenti concreti ed immediati ma era anche in grado di sviluppare concezioni astratte. Di fronte ad un disegno in cui compariva una scena di un parco newyorkese ed alla esplicita richiesta di controllare se il disegno presentasse delle anomalie con la realtà, Koko era in grado di indicare quali elementi erano inesatti o in contrasto con il cliché del vissuto quotidiano. Era pertanto in grado di notare, e di far notare all'istruttrice, come il disegno fosse errato poiché c'era un'automobile che aveva una ruota quadrata anziché rotonda... Oppure di far notare che il disegno raffigurante una signora che portava al guinzaglio, nel parco, una tigre digrignante non era assolutamente consueto alle abitudini conosciute.

La cosa strabiliante di questa storia è che nello stesso centro un'altra ricercatrice stava procedendo all'istruzione di un secondo gorilla, con gli stessi sorprendenti risultati. Il progetto finale, anche se non apertamente ammesso, era inquietante ed affascinante allo stesso tempo. Koko era un gorilla femmina, l'altro era maschio. Dopo il periodo di apprendimento didattico e quando entrambi sarebbero stati completamente padroni della nuova cultura che veniva loro insegnata, l'équipe di ricercatori del centro aveva l'intenzione di metterli in condizione di conoscersi per osservare se fossero in grado di comunicare tra loro con il nuovo linguaggio appreso.

Le prospettive del loro futuro a venire sono dense di affascinanti incognite. E sopratutto ignote. È facile chiedersi se mai i due gorilla siano riusciti ad accoppiarsi e ad avere figli, e se li hanno avuti che cosa hanno insegnato loro. Saranno stati in grado, novelli “Adamo e Eva”, di trasmettere la cultura che avevano acquisito dagli “dei” venuti... dal pianeta Terra?

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