Indigenous Peoples

Apache: l’ultima battaglia

Stampa E-mail
21 Marzo 2011
|



Flagstaff, febbraio 2011: i manifestanti protestano contro il Vaticano perchè il suo telescopio è una profanazione ai danni del luogo sacro degli Apache e una negazione della libertà religiosa dei Nativi americani

I Nativi americani si sono uniti per difendere la montagna sacra degli Apache. Da più di 20 anni infuriano le polemiche su Mount Graham, massimo luogo spirituale per tutti gli Apache. La montagna è profanata dalla costruzione di un grande osservatorio astronomico a cui partecipano il Vaticano e l’osservatorio di Arcetri. Le proteste continuano in tutto il mondo.


La “Grande Montagna Seduta”

Nella difficile lotta dei Nativi americani per la sopravvivenza della loro cultura e delle loro tradizioni, un’ennesima battaglia si sta consumando, iniziata in sordina e approdata alla ribalta delle cronache. E' la battaglia degli  Apache  per salvare Mount Graham, l'ultimo  simbolo  sacro rimasto a questo fiero popolo.

Il monte Graham si trova in Arizona, vicino a Tucson, nei pressi della riserva Apache San Carlos. Con i suoi 3.200 metri di altezza è una delle cime più alte dell’Arizona, e soprattutto, per gli Apache rappresenta un luogo sacro. Nella loro lingua si chiama Dzil Nchaa Si’an, la grande montagna seduta, a causa del suo profilo particolare. Qui sono sepolti gli antenati degli Apache, qui i “medicine-men” raccolgono erbe per la terapeutica; qui gli sciamani Apache celebrano i riti sacri.

Ma questo luogo sacro è profanato dalla costruzione di uno degli osservatori astronomici più grandi del pianeta, che prevede ben sette telescopi. Già ormai da più di 20 anni, da quando cioè è stata fatta brillare la prima mina per la costruzione delle fondamenta, gli Apache conducono una forte opposizione. La cima della montagna, la parte considerata più sacra dagli Apache, è stata chiusa all’accesso e gli Apache vengono allontanati anche con la forza dal loro luogo sacro.

Mount Graham è un’oasi naturalistica di grande importanza geologica dal momento che è  l’ultimo esempio in zona dell’habitat ecologico esistente nell’ultima glaciazione. Al suo interno sopravvivono diverse specie di animali e di piante in via di estinzione. Perciò, al fianco degli Apache si sono schierati movimenti ambientalisti sia americani che europei. Da decenni si svolge una battaglia per la difesa del monte Graham che vede insieme tribù indiane, movimenti ecologisti e organizzazioni di tutto il mondo. Persino gli operai dell’Ansaldo di Milano sono entrati in sciopero, e in segno di protesta contro il progetto si sono rifiutati per molti mesi di partecipare alla costruzione del telescopio italiano. Il progetto, tuttavia, è stato solo rallentato, ma non bloccato.

Il telescopio più discusso è  l'LBT (Large Binocular Telescope), oggetto di critiche e contestazioni da tutto il mondo perché pur essendo un progetto faraonico ha presentato numerosi difetti di costruzione che ne hanno rallentato l’installazione e il funzionamento.

Ma soprattutto, la maggior causa della contestazione è la scelta del luogo, rivelatosi inadatto per un osservatorio. Il sito infatti presenta una visibilità scarsa e inadatta all’osservazione astronomica.


Rosalba Nattero e Giancarlo Barbadoro con Ola Cassadore e Mike Davis su Mount Graham davanti alla strada sbarrata

In seguito alle numerose proteste in tutto il mondo, molti degli sponsor si sono ritirati. Anche il Max Planck Institute di Monaco, tra i maggiori sponsor europei, si è ritirato a causa della visibilità non ottimale del luogo. Esistono studi, peraltro, che indicano altre località come più adatte al progetto. Rimangono invece insieme all'Università dell'Arizona, tra i sosteniitori e finanziatori irriducibili, la Specola Vaticana e l’osservatorio di Arcetri, finanziato dal governo italiano. Quest’ultimo è direttamente coinvolto nella costruzione del più importante dei telescopi, il “Large Binocular Telescope”, che nelle intenzioni iniziali degli sponsor era destinato a diventare il più grande telescopio ottico dell’emisfero Nord. Dopo le proteste inoltrate dagli Apache al Papa, il Vaticano ha inviato degli esperti sul posto, i quali hanno decretato che il luogo “non è sacro”.

Il monte Graham, per tutte le Tribù Apache, è da sempre il massimo luogo di culto: è su quel monte che si svolgono  le  loro principali funzioni religiose e i Nativi sono stati abituati da tempi immemorabili a visitarlo e ad usarlo come riferimento spirituale. Dal 1990 il popolo Apache protesta contro il progetto ed è riuscito a fermarlo in parte, grazie anche alle proteste delle altre nazioni indiane e a gruppi di sostegno di tutto il mondo.

Il Monte Graham riveste da tempi immemorabili una funzione di centralità per la comunità nativa: gli Apache conservano infatti tra le loro cerimonie 32 canti di vita, dati dal Creatore agli Antenati e 16 di questi contengono riferimenti diretti al monte Graham.

Il monte ha fatto parte della riserva San Carlos fino al 1873. Ma anche dopo la scorporazione dalla riserva (dovuta alla progressiva restrizione dei suoi confini), Mount Graham ha continuato a rappresentare il massimo luogo sacro per il popolo Apache, che ha continuato fino a pochi anni fa a svolgere riti e preghiere nei siti più incontaminati del monte, dove si trovano le sorgenti sacre necessarie per le loro cerimonie e per la terapeutica e le erbe considerate essenziali per la loro medicina.

La montagna inoltre rappresenta un patrimonio unico di diversità biologica, essendo uno dei rari ecosistemi inalterati nel deserto del Sud Ovest degli Stati Uniti e del Messico. L’area possiede 5 delle 7 zone vegetali del nord America che vanno dalla vegetazione desertica alla foresta boreale.

La Nazione Apache sta lottando con ogni mezzo per fermare il progetto. Il Consiglio Tribale di San Carlos ha emesso più volte risoluzioni ufficiali contro l’osservatorio in costruzione, considerato una vera e propria dissacrazione. Le risoluzioni sono state appoggiate dalle altre Nazioni Apache e dalla maggioranza delle altre nazioni indiane.

Il maggior movimento in difesa della montagna sacra è la Apache Survival Coalition, fondata da Ola Cassadore su incarico del Consiglio Tribale degli Apache San Carlos. Ola Cassadore, sorella del grande Apache e leader tradizionale Philip Cassadore, è stata incaricata dal fratello di proteggere la montagna, quando ancora non esisteva il progetto. Ola  Cassadore è una personalità di grande spicco nella comunità Apache San Carlos, e insieme al marito Mike Davis, porta avanti la sua missione supportata dai capi spirituali della sua Comunità. Al fianco del popolo Apache si sono schierate numerose Tribù e movimenti di popoli nativi tra cui la White Mountain Apache Tribe, che risiede nel mitico Fort Apache.

Negli ultimi vent'anni Ola Cassadore e Mike Davis sono venuti numerose volte in Italia per chiedere ai partner italiani di rinunciare al progetto, ma senza  risultato. Durante l’ultima visita, organizzata dalla Ecospirituality Foundation, sono state mobilitate tutte le forze a sostegno della loro causa e sono avvenuti importanti incontri con un ampio ventaglio di forze politiche italiane. Sono state presentate interpellanze all'Europarlamento e della questione si stanno interessando da diversi anni anche le Nazioni Unite.


La lotta di Ola

Ola Cassadore da più di 20 anni lotta per difendere la montagna sacra degli Apache. La sua vita è unita a quella della montagna da un legame che va oltre la comprensione umana.


Ola Cassadore insieme all'Autrice, durante la sua visita in Italia

Giancarlo Barbadoro ed io abbiamo incontrato per la prima volta Ola Cassadore nel 1993, in Arizona. Subito ci ha colpito quel misto di fierezza, dolcezza e velata sofferenza che accomuna chi si è visto poco a poco portare via tutto: terre, tradizioni, riti, usanze.

Ola Cassadore è membro della Tribù degli Apache San Carlos, Arizona. Suo padre era Capo Clan dei Deschin e sua madre apparteneva al Clan Istaneyei. Ola è cresciuta in una famiglia Apache fortemente tradizionale, sua nonna era medicine-woman e praticava la terapeutica tradizionale per le persone della Comunità. Suo fratello, seguendo le orme del padre e dello zio, è diventato anch’egli medicine-man, ricevendo la sua nomina su Mount Graham nel modo tradizionale Apache.

Quando Ola e il marito Mike Davis ci hanno portati a vedere lo scempio che si stava compiendo nel loro massimo luogo sacro, l’umiliazione a cui abbiamo assistito nel vedere la strada sbarrata e il ranger che allontanava i discendenti di un fiero popolo dalla loro montagna, ci ha fatto decidere di schierarci al loro fianco a combattere. Ci sentivamo in qualche modo responsabili: l’Italia partecipa al progetto attraverso l’osservatorio di Arcetri; un altro dei maggiori sponsor è il Vaticano. Come possiamo, noi italiani, far finta di niente?

Da allora abbiamo incontrato Ola molte altre volte, sia in Arizona che in Italia. La solidarietà è diventata amicizia, affetto, fiducia. I momenti che passiamo insieme a lavorare per la nostra comune impresa sono pieni di allegria e di aneddoti, tanto che abbiamo iniziato a collaborare a progetti editoriali e musicali: Ola canta in lingua apache le canzoni tradizionali del suo popolo.

"Mount Graham è la casa del messaggero spirituale del passato, Ga’an" racconta Ola.  "Ga’an è lo spirito che dimora nel monte Graham, conosciuto oggi come il danzatore spirituale della montagna Apache,  da cui il Popolo Apache, sin dai tempi dei nostri Antenati e fino alla generazione moderna, dipende per le cerimonie e per la sopravvivenza della nostra cultura."

Large Binocular Telescope: una grande farsa?

Nell'ottobre del 2004, su tutte le maggiori testate italiane si è dato grande risalto all'inaugurazione del Large Binocular Telescope, il più grande binocolo del mondo, costruito sul monte Graham. Solo su alcuni di questi giornali è stata citata la protesta degli Apache, per i quali l'osservatorio internazionale rappresenta una grave profanazione. Ma il dramma degli Apache è stato liquidato con poche parole e definito come un "ostacolo da superare": 20 anni di lotta, con il sostegno di organizzazioni non governative di tutto il pianeta, ridotti a qualche riga di cronaca, per giunta inesatta.


Il Large Binocular Telescope installato su Mount Graham dall'Osservatorio di Arcetri, finanziato dal governo italiano, è costato più di 120 milioni di dollari. L'LBT ha rivelato numerosi difetti di costruzione e non è situato in un luogo idoneo per la rilevazione astronomica

Su molti giornali si è parlato diffusamente della storia e delle caratteristiche dell'LBT. Su altri è comparsa la dichiarazione del direttore dell'Osservatorio di Arcetri, Franco Pacini, che ha affermato: "la protesta degli Apache è fomentata da alcuni attivisti bianchi di Phoenix". Dichiarazione facilmente smantellabile con montagne di carta che documentano un dramma vissuto anche a colpi di carte bollate, petizioni, mozioni, risoluzioni, appelli, dichiarazioni.

Purtroppo molti media hanno dato la notizia dell'inaugurazione del Large Binocular Telescope senza dedicare spazio al grande dramma che gli indiani Apache stanno vivendo a causa di questo contestatissimo osservatorio.

In realtà il grande telescopio costruito su Mount Graham, la montagna sacra degli Apache, nato per diventare uno dei più grandi del pianeta, continua a far discutere tutto il mondo. Il Large Binocular Telescope è un progetto faraonico, criticato da tutto il mondo, che sta rivelando incognite sempre più grandi: presenta difetti di costruzione, non è situato in un luogo idoneo per la rilevazione astronomica, non è ancora attivo dopo 20 anni di progettazione e nonostante l'inaugurazione ufficiale, tanto celebrata dai maggiori media italiani.

Leggiamo sulla rivista "PULSE" del Minnesota, 1 Giugno 2005: "LBT si porta addosso un ritardo di 13 anni che è  segnato dalla protesta internazionale, dai fallimenti tecnologici e da varie e parecchie modifiche al telescopio per compensare le condizioni di scarsa visibilità."


Due decadi di lotta internazionale

Tutto ebbe inizio con un inganno: l’Università dell’Arizona mandò una lettera con la richiesta di approvazione al progetto agli Apache, lettera che non arrivò mai ma fu ritrovata un anno e mezzo dopo, in un cassetto di un ufficio del BIA (Bureaux of Indian Affairs). Non ricevendo risposta, l’Università dell’Arizona si sentì autorizzata ad iniziare i lavori.

Questo sviluppo totalmente illecito è stato contestato dagli Apache sin da quando essi  sono venuti a conoscenza del progetto.


Febbraio 2011: una manifestazione di protesta contro l’Osservatorio organizzata dalle comunità Apache davanti all’Università dell’Arizona

Su incarico di Ola Cassadore, la Ecospirituality Foundation ha portato il caso alla Commissione dei Diritti Umani dell’ONU di Ginevra. In seguito a questi appelli Rodolfo Stavenhagen, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i Popoli indigeni, si è recato due volte in Arizona, l'ultima volta è stata nell'ottobre 2005, e si è incontrato con Ola Cassadore e il suo staff. Anche la Camera dei Deputati si è occupata del caso: l’On. Paolo Cento, su richiesta della Ecospirituality Foundation, ha presentato una mozione chiedendo il blocco dei fondi destinati all’osservatorio. La mozione è arrivata alla discussione alla Camera nel gennaio 2002, un fatto molto importante per gli Apache, ma è rimasto in sospeso.

Negli ultimi anni, gli Apache hanno denunciato un tentativo di corruzione da parte di due Università (Minnesota e Virginia), incoraggiate dall'Università dell'Arizona. Sandra Rambler, giornalista Apache, ha denunciato il fatto sui giornali locali dichiarando che le due Università sono arrivate a promettere 40.000 dollari l'anno per ogni membro della Comunità in cambio della rinuncia della loro lotta per la montagna sacra. Ma gli Apache hanno rifiutato la proposta. Questo fatto è indicativo perché fa trapelare gli enormi interessi in gioco. A complicare ancora di più le cose, nell'estate del 2004 un incendio di vastissime proporzioni è divampato sulla cima del monte, e per più di un mese nessuno è riuscito a domarlo. L'osservatorio è rimasto seriamente danneggiato. Ma nemmeno questo ha scoraggiato i partner del progetto i quali hanno investito altri fondi per le riparazioni. Gli Apache hanno affermato che questo incendio è stato un monito da parte del Creatore.

Ora un nuovo capitolo di questa battaglia si sta combattendo a colpi di carta bollata: Mount Graham ha dimostrato infatti di possedere le caratteristiche per essere iscritto al registro federale per la protezione dei siti storici e culturali. Ma malgrado i numerosi solleciti della Apache Survival Coalition, Mount Graham è ancora oggi escluso dal National Register of Historic Places.


La battaglia continua

Nonostante l’Italia sia coinvolta in un caso di profanazione di portata internazionale ai danni dei Nativi americani, apparentemente il fatto è destinato all’invisibilità e in Italia nell’opinione pubblica sembra si sia creata la convinzione che la battaglia sia stata persa dagli Apache.

In realtà il caso non è affatto chiuso, le proteste continuano ad essere organizzate in tutto il mondo, gli appelli della Ecospirituality Foundation continuano ad essere portati all’attenzione dell’ONU ogni anno.

Forse proprio grazie al risalto internazionale che ha assunto la protesta, si è verificato un fatto nuovo, incoraggiante per chi lotta a fianco degli Apache: il permesso “long term” accordato all’Università dell’Arizona per operare su Mount Graham non è stato rinnovato.


Una recente manifestazione di protesta in Arizona contro l'osservatorio su Mount Graham

La U.S. Forest Service sta valutando l’istanza di opposizione al rinnovo presentata dalla Western Apache Tribes che raduna tutte le nazioni Apache del Nord-Ovest, che si sono appellate al fatto che Mount Graham è il loro massimo luogo sacro ed è oggetto di profanazione.

Intanto, mentre la U.S. Forest Service sta prendendo tempo per decidere, le manifestazioni contro l’Osservatorio continuano. Nei giorni scorsi si è svolta in Arizona una grande manifestazione di protesta contro il Vaticano per la sua partecipazione al progetto e per l’installazione di uno dei telescopi, negando in questo modo il diritto alla libertà religiosa dei Nativi americani.

 
Il Vaticano ha decretato che il luogo non è sacro

E’ emblematico il fatto che il Vaticano abbia dichiarato che continuerà ad operare nel progetto poiché ritiene che il luogo non abbia caratteristiche di sacralità, secondo la dichiarazione fatta da padre George Coyne, direttore della Specola Vaticana. Sempre il gesuita Padre Coyne ha dichiarato: "la volontà degli Apache a difendere la montagna è un tipo di religiosità  che deve essere soppressa con tutta la forza che si riesce a radunare".

E’ inaudito che l’Università dell’Arizona, insieme con i Gesuiti e con il sostegno del Vaticano,  abbia addirittura denunciato le credenze religiose dei popoli indiani d’America in tribunale, appellandosi alla tesi secondo cui la libertà di religione non esiste per gli indiani (The Independent Native Journal - maggio 2001).

Per 20 anni la vita della Comunità degli Apache San Carlos è ruotata intorno alla protesta ed ha avuto come perno centrale la difesa della montagna sacra. Ola Cassadore e tutti i suoi sostenitori hanno lottato, manifestato, fatto ricorsi presso tutte le tribune competenti. Anni di pellegrinaggi, di instancabili petizioni, di proteste internazionali e dimostrazioni, molte delle quali si sono svolte nelle piazze delle principali città italiane.

Ma di questi anni di protesta, densi di umiliazioni per gli Apache, ma anche di dimostrazioni di sostegno da tutto il mondo, non c'è traccia sui giornali italiani. Chi ha seguito la cronaca dell'inaugurazione del Large Binocular Telescope avrà avuto l'impressione che una grande missione scientifica sia stata compiuta, senza potersi stupire del fatto che il Max Planck Institute tedesco si sia ritirato a causa della scarsa visibilità del sito. Senza aver minimamente idea che dietro questa "grande missione" c'è una dissacrazione a cui partecipiamo anche noi italiani. Senza potersi rendere conto dell'azione di spregio e insensibilità verso un Popolo debole, a cui è già stato tolto tutto, e a cui ora viene tolto anche il diritto di pregare.


|
 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su Twitter Seguici su YouTube