Indigenous Peoples

I Popoli indigeni all’annuale Forum dell’ONU di Ginevra

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22 Luglio 2013
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Le Nazioni Unite di Ginevra


Si è svolto nei giorni scorsi alle Nazioni Unite di Ginevra l’ “Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples”, uno dei due principali Forum dell’ONU dedicati ai Popoli indigeni.

Questo importante appuntamento annuale, che dura tutta una settimana, vede radunati esperti delle Nazioni indigene di tutto il pianeta. Lo scopo del Forum, alla sua sesta edizione, è quello di studiare i meccanismi e le prassi per far rispettare la Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni adottata dall’ONU nel 2007.

Il processo che ha visto i Popoli indigeni guadagnarsi, anno dopo anno, uno spazio sempre maggiormente di rilievo alle Nazioni Unite è stato lungo e difficile, ed è iniziato circa 30 anni fa con l’attivazione del Working Group on Indigenous Populations nell’ambito della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU di Ginevra. Un piccolo forum che radunava alcune nazioni indigene è cresciuto fino a diventare la più vasta assemblea delle Nazioni Unite. Un’assemblea così vasta, con un potere contrattuale trent’anni fa inimmaginabile, non poteva non essere deviata su New York, quartier generale dell’ONU, dove si svolgono le assemblee politicamente più cruciali. Lo spostamento da Ginevra a New York rende l’idea dell’importanza che ha assunto il ruolo dei Popoli indigeni, o Popoli naturali, come essi stessi amano definirsi.

Gli Stati membri dell’ONU di certo trent’anni fa non immaginavano questa crescita, e probabilmente guardavano con curiosità e con crescente preoccupazione questa assemblea anomala costituita da etnie non riconosciute, con i loro Consigli Tribali che sfuggivano a ogni regola della società maggioritaria.

È  stato proprio il modo di lavorare delle organizzazioni indigene a spiazzare ogni previsione e a far sì che i Popoli indigeni assumessero un ruolo che nessuno avrebbe immaginato. Vedendo sul campo il modo di condurre un’assemblea da parte dei rappresentanti nativi, vedendo all’opera i Capi dei Consigli Tribali nell’affrontare temi spinosissimi a confronto con capi di Stato agguerriti, non si può non rimanere esterrefatti per il loro modo di agire al di là di qualsiasi schema della società maggioritaria.


L’assemblea dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples

Julian Burger, che per vent’anni ha ricoperto la carica di responsabile dell’Indigenous and Minorities Unit presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU, ci ha confessato: “Quando osservo il processo decisionale dei popoli indigeni, il modo in cui si riuniscono per cercare di trovare un accordo, o anche il modo in cui discutono, e lo confronto con la nostra forma di democrazia, penso, mio Dio, non dovremmo essere noi a imporre i nostri processi decisionali ai popoli indigeni, dovremmo piuttosto prendere esempio dal loro approccio e applicare ciò che apprendiamo alle nostre forme di democrazia. Penso che esistano davvero moltissimi aspetti delle culture indigene dai quali possiamo imparare qualcosa, dovremmo cercare di prendere esempio da loro per progredire.”

Questo modo di operare, la loro pazienza, la loro costanza scevra di conflittualità hanno fatto sì che da poche sparute comunità iniziali ora al Permanent Forum partecipino più di tremila rappresentanti di altrettante Nazioni indigene.

Il compito principale che i leader di questo movimento si erano prefissi fin dall’inizio era quello di stilare la Carta dei Diritti dei Popoli Indigeni e di ottenere l’approvazione da parte dell’ONU. Cosa che è avvenuta dopo più di 20 anni di lavoro, 20 anni in cui si è discusso, ci si è confrontati, si è cercata la via diplomatica per un accordo globale, superando trappole e tranelli di ogni genere da parte di chi invece voleva boicottarla.

Quando, nel settembre 2007, la Carta è stata finalmente adottata dalle Nazioni Unite, sono seguite infinite celebrazioni per il successo dell’operazione. Ma non solo questo. Ora che la Carta esisteva, occorreva farla rispettare.

Ecco perché a Ginevra è nato l’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples, una organizzazione di esperti indigeni che lavorano per cercare i meccanismi e le prassi necessarie per far rispettare la Carta dei Diritti.

La Ecospirituality Foundation ha seguito attivamente questo processo e ha dato un contributo nell’inserimento dei diritti spirituali dei Popoli Indigeni. I suoi delegati, Giancarlo Barbadoro e la scrivente, hanno portato avanti l’idea che accanto ai diritti fondamentali quali il diritto alla sopravvivenza, all’autodeterminazione e alle proprie terre, era indispensabile inserire il diritto alle tradizioni, alla difesa dei luoghi sacri, alla celebrazione dei riti, alla manifestazione della propria identità e cultura.


Il Permanent Forum on Indigenous Peoples dell’ONU di New York viene aperto dal Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon a conferma dell’importanza strategica assunta dall’assemblea dei Popoli Indigeni

Nella Carta dei Diritti dei Popoli Indigeni possiamo ora leggere:

"I popoli indigeni hanno il diritto di praticare e di rivitalizzare i propri costumi e tradizioni culturali. Hanno il diritto di conservare, proteggere e sviluppare le manifestazioni passate, presenti e future della loro cultura, in particolare i siti archeologici e storici, l'artigianato, i riti, le tecniche, le arti, lo spettacolo e la letteratura. I popoli autoctoni hanno il diritto di manifestare, praticare, promuovere ed insegnare le loro tradizioni, costumi e riti religiosi e spirituali; il diritto di conservare e di proteggere i loro siti religiosi e culturali e di averne accesso privato; il diritto di utilizzare i loro oggetti rituali e di poterne disporre; il diritto al rimpatrio dei resti umani dei loro antenati. I popoli autoctoni hanno il diritto di ravvivare, di utilizzare, di sviluppare e di trasmettere la loro storia, la loro lingua, le loro tradizioni orali alle generazioni future, così come la loro filosofia, il loro sistema di scrittura e la loro letteratura, e di scegliere e di conservare i loro propri nomi per le comunità, i luoghi e le persone."

Nella sesta sessione dell’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples che si è conclusa il 19 luglio scorso a Ginevra questi temi sono stati gli elementi cruciali dell’assemblea.

Citiamo alcuni stralci dalle dichiarazioni delle Nazioni indigene intervenute.

Una dichiarazione congiunta di alcune organizzazioni native riporta all’attenzione dell’ONU il caso di Leonard Peltier, che da molti anni sta suscitando scalpore e indignazione internazionale. Leonard Peltier è un attivista nativo americano che dal 1975 sta scontando un ergastolo per un omicidio che secondo i suoi sostenitori non ha commesso.

Attorno al suo caso si è creato un movimento di nativi, il Leonard Peltier Defense Offense Committee, che porta ogni anno all’ONU un appello per la sua scarcerazione. Il movimento sostiene che non ci sono prove della sua colpevolezza e che la sua incarcerazione è solo una vendetta politica per il suo attivismo. In favore della sua innocenza si sono schierati molti personaggi politici e il Premio Nobel Rigoberta Menchù.


Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, delegati all’ONU della Ecospirituality Foundation, con il Premio Nobel Rigoberta Menchù

Al caso Peltier sono state dedicate canzoni da parte di personaggi noti, come Little Steven della E Street Band di Bruce Springsteen, che ha incluso un brano dal titolo “Leonard Peltier” nel suo album Revolution. O come il gruppo Rage Against the Machine che ha dedicato una canzone a Peltier, Freedom.

Il Popolo Malaku dell’Indonesia nella sua Declaration ha chiesto all’ONU di intervenire al fine che in Indonesia venga rispettato il diritto dei Popoli indigeni all’autodeterminazione. Nel toccante appello dichiarano: “Il creatore ci ha fatti nascere liberi, ci deve essere sempre la possibilità di essere liberi. C’è stato un tempo in cui oppressori e imperialisti hanno determinato che chiedere la libertà fosse illegale, ma questi tempi ormai sono passati.”

Il Bangladesh Indigenous Peoples Forum nel suo appello rende noto che in Bangladesh non vengono riconosciuti i Popoli indigeni e non vengono rispettati i loro diritti. Le loro tradizioni sono minacciate e non viene loro concesso di mantenere la loro lingua nativa. Pertanto il Bangladesh Indigenous Peoples Forum chiede che l’ONU aiuti i Popoli nativi del Bangladesh a difendere le loro tradizioni e la loro lingua istituendo dei sistemi di tutela.

Questi erano solo alcuni stralci degli appelli fatti in questi giorni all’ONU di Ginevra durante l’Expert Mechanism on the Rights of Indigenous Peoples.

È  indubbio che la strada per il rispetto totale della Carta dei Diritti è ancora lunga. Tuttavia in tutti questi anni a contatto con le delegazioni indigene abbiamo appreso una virtù fondamentale: la “pazienza”, senza la quale non ci può essere la piena riuscita di un’impresa.

La pazienza, abbinata alla necessaria presa di distacco dalle conflittualità, ha permesso ai Popoli naturali di conquistare, lentamente ma inesorabilmente, la dignità e il diritto di partecipare alla pari alla comunità umana.

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