Leggende e Tradizioni

Dal paganesimo al cristianesimo, tra religiosità e magia

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25 Aprile 2011
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L’incontro tra un santo e il demonio in un dipinto medievale

di Gianmarco Mondino


Le pratiche magiche hanno origini remote e, in antico, furono parte integrante delle religioni, poiché affondano le radici nel bisogno dell'uomo di sentirsi protetto (J. De Lumeau, "Rassicurare e proteggere") in un mondo pericoloso e misterioso, in preda alle forze della natura. Spesso si vedeva nella paura stessa una potenza di forza superiore agli uomini, una potenza che ci si doveva conciliare con offerte propiziatorie, deviandone sul nemico l'effetto terrorizzante. Perciò la magia era alla base dei culti pagani, da Egizi e Babilonesi, esperti in un'arte di confezionare amuleti che trasmisero nel bacino del Mediterraneo, ai Celti ed ai popoli dell'Oriente.

Certe credenze, diffuse da millenni, penetrarono quindi nel Cristianesimo, invano combattute dalla Chiesa, che tuttavia, agli inizi, non vi si oppose apertamente, ma, vedendole difficili da sradicare, cercò di assorbirle e cristianizzarle. Gregorio Magno diede precise istruzioni in merito ai missionari inviati a convertire il Nord Europa, dove le credenze sulle forze della natura, derivanti dalla necessità di fronteggiare un ambiente ostile, erano profonde. Pertanto la Chiesa cercò di ricondurre i fenomeni al potere di Dio, definito "Signore degli elementi", nel cui nome i santi potevano compiere prodigi per soccorrere la gente. Così, nel caso di taluni scongiuri tipici della cultura germanica, ci si limitò a cambiare il nome della divinità, ad esempio il dio Wotan fu sostituito da Gesù o da uno dei Santi. In seguito, verso il IX secolo, il clero cominciò ad introdurre preghiere e cerimonie nuove, che comunque assecondavano la superstizione, poiché consistevano in "frammenti di liturgia cristiana staccati dal contesto ed usati senza alcun nesso con il loro significato" (Kieckefer, "La magia nel Medioevo"), come l'abitudine di girare ogni sera intorno al proprio bestiame cantando "Agios! Agios! Agios! (Santo, uno degli epiteti di Dio)". Più complesse erano le cerimonie per la fertilità della terra, indispensabili in una società contadina, come nel caso tratto da un Rituale del XII secolo. Prima dell'alba si prendevano quattro zolle dai rispettivi lati di un campo, si spruzzavano di acqua benedetta, latte, miele e succo di varie erbe, recitando in latino le parole di Dio ad Adamo ed Eva; si portavano in chiesa, dove il sacerdote celebrava quattro messe, e al tramonto si ricollocavano al loro posto.


Dipinto di Filippino Lippi del 1500 in cui S. Filippo scaccia il demonio

Nel tempo le autorità ecclesiastiche si fecero più attente, condannando apertamente, con tanto di concili, sinodi e bolle, gli eccessi più evidenti, come la famosa "Lettera della Domenica" caduta dal cielo. Invece si tolleravano le pratiche che, almeno esteriormente, non violavano le rego­le, benché fossero superstiziose. Nel complesso certe usanze furono più accettate nell'Alto Medioevo che agli inizi dell'età moderna, quando, tra il XIV ed il XVI secolo, come rileva il De Lumeau ("La paura in Occidente") si scatenò la caccia a Satana, eretici e streghe con il suo seguito di persecuzioni.


La parola orale

La parola è un cardine della liturgia religiosa come della magia, non solo per il suo stesso suo­no che, in una certa atmosfera, evoca emozioni e fantasie, tanto più se si tratta di termini strani e misteriosi, ma soprattutto perché ritenuta capace di suscitare energia vitale, respingendo le forze del male e stabilendo un contatto con la divinità, gli spiriti benigni ed i defunti. A maggior ragione ciò accadde nel Cristianesimo, in cui la parola, al livello più alto, è il Verbo, l'incarnazione di Dio ("et Verbum caro factum est" era una formula ricorrente negli scongiuri). La Chiesa vigilava sui riti ufficiali, come la Messa ed i Sacramenti, ma nelle altre manifestazioni religiose la mescolanza con il pagano era inevitabile. Un manuale del '700 di benedizioni ed esorcismi (B. Sanning, "Collectio sive apparatus absolutionum, benedictionum ecc.") riporta una lunga serie di orazioni formalmente ligie all'ortodossia, ma fa un certo effetto leggere come l'intervento divino fosse richiesto per cantine, granai, biancheria, pane, olio, formaggio, lardo, e come fosse previsto un esorcismo specifico persino per il cibo avariato. D'altronde, se, la Chiesa represse sempre duramente l'aperta stregoneria, fin dai primordi si usò distinguere tra una magia cattiva, "nera", ed una buona, "bianca", che voleva proteggere e guarire valendosi del potere dato da Dio ai santi ed ai suoi ministri. Questa era la religione degli uomini “piccoli", che devono combattere con i problemi quotidiani, ben diversa da quella dei teologi e degli abati (R. Manselli, "La religiosità popolare nel Medioevo"). L'angoscia dell'ignoto era dura da fronteggiare, cosicché l'uomo la trasformava in paure precise di qualcosa o qualcuno da cui difendersi (J. De Lumeau, "La paura in Occidente").


La “lettera del diavolo”, una misteriosa missiva conservata nella Cattedrale di Agrigento, ricevuta da suor Crocifissa in un convento benedettino del 1600. La lettera è scritta in caratteri incomprensibili che non sono mai stati decifrati

Ma anche i dotti ci credevano: nel 1398 l'Università di Parigi, distinguendo tra "magia naturale" e "magia diabolica", dimostrava come i poteri magici fossero reali e non illusori. Nel Medioevo la medicina popolare a tendenza magica non si contrappone a quella dotta, poiché entrambe si riferiscono ad antichi testi basati sulla magia ed usano analoghe sostanze vegetali, animali e minerali, benché a certi livelli fosse più facile l'accesso a materiali preziosi e rari (F. Canadè Sautman, "La religion du quotidien").

Ecco allora, nelle formule pronunciate dai guaritori, una miscela di invocazioni cristiane e prettamente magiche (F. Novati, "Antichi scongiuri", in "Miscellanea Cerini"). Se la preghiera scongiuro è valida nel momento in cui è recitata, il suo potere è rafforzato quando ciò accade in una certa cornice, che si ricollega al paganesimo: le parole misteriose, straniere o inventate, ripetute per un numero magico di volte, il momento propizio come l'alba o il plenilunio, l'uso di gesti cabalistici insieme all'acqua benedetta. Talvolta la cornice diventava dominante nel rito, mentre l'elemento cristiano era solo complementare. Una compilazione di ricette medico-magìche del secolo XI, citata dal Kieckefer, nomina ad esempio un balsamo miracoloso da preparare con burro di vacca tutta rossa o tutta bianca e l'estratto di 57 erbe diverse e da rimestare, recitando incantesimi con parole latine ed altre incomprensibili, con un bastone su cui sono incisi i nomi degli evangelisti: dove è evidente che questi ultimi non sono che una rotella dell'ingranaggio. Se invece chi recita la preghiera è più ligio alla religione, l'acqua benedetta diviene una componente insostituibile del rito; e non c'era solo quella "comune", ma tante altre consacrate nella ricorrenza di un particolare santo, per cui si vantavano i benefici dell'acqua di Sant'Antonio, di Sant'Anna e così via.

Un esempio di "riti della parola" è il Secret, un manuale delle formule di guarigione, analizzato in Valle d'Aosta da Fiorenza Cout, la quale rileva che era così diffuso in Europa che il frasario usato nella Vallonia era pressoché identico al valdostano. Invocazioni e scongiuri in genere erano riportati su un "libro", che poteva essere un semplice quaderno ed era tramandato da una persona all'altra, ma talora trasmesso solo oralmente, anzi con il divieto di scriverlo, affinché nessun estraneo lo svelasse. La maggioranza dei Secret valdostani è in francese, ma la Cout ne cita anche in latino, in patois e persino uno in ebraico, ed osserva come essi siano la riformulazione in linguaggio cristiano di antiche usanze pagane. Oggi tale pratica sta scomparendo, soprattutto nella bassa valle, dove il progresso l'ha sradicata insieme ad un po' tutta la cultura locale.


La parola scritta

Se alla parola in sé era attribuita una funzione sacrale o magica, quella scritta, a maggior ragione, era sentita come una "forza radiante" sempre efficace (G.R. Cardona, "Gli amuleti scritti: un excursus comparativo") un flusso di energia capace di modificare la realtà, tenendo lontani pericoli e malefici. Era una credenza generalizzata e tanto più forte presso i popoli che basavano la propria fede su testi sacri, come la Bibbia per Ebrei e Cristiani. Un tempo la scrittura era privilegio di pochi, soprattutto membri del clero, cosicché la gente comune le attribuiva un alone sacro e misterioso, che ne accentuava la carica emotiva.


San Patrizio, il fondatore dell’Irlanda considerato un druido

Sovente chi portava su di sé un amuleto era analfabeta, ma proprio l'incomprensibilità della formula ne aumentava la potenza. E' il fenomeno della "superstizione dello scritto", dove "versioni degradate" di preghiere cristiane, reminiscenze pagane e formule magiche vanno di pari passo (F.Cardini, "Il breve", in "La ricerca Folklorica").

D'altronde la stessa Bibbia non nega la magia e la condanna non in quanto falsa, ma perché moralmente dannosa e contraria all'insegnamento divino (A. Rigoli, "Magia ed etnostoria").

Gli Ebrei usavano i "tefillin", brevi passi biblici su pergamena, applicati agli stipiti delle porte o legati alla fronte o al braccio durante la preghiera. Tra i buddisti, in area himalayana e vietnamita, era consuetudine cucirsi addosso, o legare agli animali, una formula per tenere lontani pericoli e malattie. Esistevano anche muri a secco coperti di scritte magiche che si pensava emanassero un influsso benefico su chi passava loro accanto. In Tibet certi incantesimi incisi su legno erano "stampati" sulla parte malata del paziente per guarirlo. Pensiamo infine alla grafofagia, cioè il "cibarsi" della scrittura per assorbirne l'effetto magico-protettivo. Tra gli esempi di "talismani eduli", o "bocconcini", il Kieckefer ("La magia nel Medioevo") cita un manoscritto tedesco del XI secolo, che suggerisce di scrivere una certa preghiera su cinque ostie, da ingoiare stando a piedi nudi e recitando una specifica orazione. Ancora in tempi recenti i nostri soldati, durante la prima Guerra Mondiale, inghiottivano, dopo averli ritagliati dai santini, i tondini con i miracoli di Sant'Antonio (T. Gulli Grigioni, "L'esorcizzazione della paura").

Per l'efficacia della formula scritta si assegnava, però, un ruolo decisivo al rituale, ai tempi e modi con cui il testo era preparato ed utilizzato. Nell'Alto Medioevo, quando la scrittura era pri­vilegio di pochi, si riconosceva ai gesti un valore talvolta superiore a quello di una pergamena, perché essi impegnavano la persona nella sua interezza (J.C. Schmitt, "Il gesto nel Medioevo").

Si pensava che i gesti avessero il potere di trasformare la materia o gli esseri a causa di una potenza intrinseca che trasmetteva l'azione di forze invisibili. Per questo il segno di croce, da indice di appartenenza cristiana o benedizione, diventava anche strumento di protezione ed acquisiva una valenza magica, a condizione di eseguirlo in forma corretta e codificata. In tante orazioni scritte, infatti, le parole da recitare erano spesso intervallate da croci che indicavano appunto il gesto da compiere. Un esempio di rituale relativo alla "superstizione dello scritto" è fornito da K. Thomas ("La religione e il declino della magia") riguardo alla società inglese del XIII secolo: "Scrivi queste parole: Arataly, Rataly, Ataly, taly, aly, ly e lega il foglietto al braccio del malato per  nove giorni.


I Saturnali ciclo di festività della religione romana dedicato al culto pagano di Saturno

Ogni giorno recita tre Pater in onore di San Pietro e San Paolo. Quindi togli il foglietto, brucialo, e il malato sarà guarito". Grande importanza aveva il materiale scrittorio, dalla pergamena vergine, cioè di animale non nato, all'inchiostro, costituito da sangue umano, di pipistrello o ingredienti misteriosi. Quanto alle circostanze, la recita del testo doveva avvenire in momenti propizi ed essere ripetuto un numero magico di volte, sebbene bastasse indossarlo affinché esercitasse il suo potere salvifico.

Il complesso cerimoniale spesso superava ampiamente il confine tra religione e magia. La Chiesa combatté le degenerazioni più vistose e, tra il XIV ed il XVI secolo, aumentò i controlli, temendo il diffondersi della vera e propria stregoneria, equiparata all'eresia, ma nel quotidiano molte pratiche erano tollerate se non violavano apertamente le regole. Del resto perfino San Tommaso d'Aquino ammetteva che, a certe condizioni, non era illecito "appendere al collo le parole divine", usanza apprezzata anche da San Francesco. San Bernardino da Siena affermò che "venendo le pesti, esse cedevano al Nome Santissimo di Gesù posto sopra le porte delle case", come egli aveva constatato di persona a Ferrara. Che poi in tutto questo vi fosse davvero l'intenzione della gente di chiedere la protezione divina o si trattasse di semplice scaramanzia, resta da vedere.



Gli amuleti

La "superstizione dello scritto" si manifestava anche in oggetti come talismani ed amuleti. Benché vi sia poca differenza, di solito ai primi si attribuiva una forza attiva, capace di provocare eventi favorevoli, come la ricchezza, gli onori, l'amore mentre i secondi avevano virtù apotropaiche, cioè difendevano il portatore da malattie e pericoli. Entrambi, comunque, consistevano in un breve testo e/o segni cabalistici, scritti su carta o pergamena o incisi su pietre e metalli destinati, in quanto sacri o magici, ad esercitare un certo effetto sulla realtà. Il Cherubini, in "Lapidari", ricorda che il Medioevo ereditò dall'antichità l'arte di ottenere dei "portafortuna" incidendo specifiche parole sulla superficie di oggetti di pietra o metallo, spesso con figure collegate ai pianeti, un'usanza citata anche nell'Antico Testamento. Alcune scritte ebbero un particolare significato mistico, come il "quadrato magico", conosciuto fin dai primi secoli della cristianità, che era leggibile in tutti i sensi.


Rune incise su un menhir preistorico

Il Cardini ("Magia e stregoneria, superstizioni nell'Occidente medievale") cita l'utilizzo, nel mondo anglosassone, di particolari invocazioni per curare l’idrofobia, da scrivere su un pezzo di pane per darle da mangiare alla persona o animale che era stato morsicato. Una parola propiziatoria assai usata negli amuleti era "Agla", acronimo di "Ata Gimo Leonam Adonai" (in ebraico significa "Tu sei potente in eterno, o Signore").

Elisabetta a Gulli Grigioni ("L'esorcizzazione della paura") si sofferma sulla diffusa abitudine di scrivere sugli amuleti solo le iniziali di parole componenti gli scongiuri, talvolta disposte in modo da formare una croce. Quest'ultima rivestiva una forte "valenza magico-simbolica osserva il Cardini, non solo in quanto simbolo del sacrificio di Gesù, ma anche per l'importanza avuta nelle culture precedenti a quella cristiana, ad esempio in area mediterranea. Ve n'erano di tantissimi tipi ognuno con significati e funzioni precise, come quella a T ("traumatica" o "di Sant'Antonio", riportata nei santini), già in uso presso Egizi, Ebrei e Romani, e quella a doppia traversa, a cui si attribuiva il potere di difendere dalla peste.

L'arte di confezionare amuleti poteva diventare complessa e minuziosa, basata su precisi rituali e su di una sofisticata scelta dei materiali e delle scritte sacre o magiche. Spesso perciò tali oggetti erano elaborati e sovraccarichi di elementi, come uno del XVIII secolo descritto dal Deonna ("Talismans chretiens", in "Revue d'histoire des religione" del 1927) e custodito al Museo di Ginevra. Al centro, su una placchetta di cartone, sono attaccati oggetti vari, come medaglie di rame e strisce di stoffa con nomi di santi, mentre tutt'intorno si trovano dei riquadri con le immagini della Madonna, dei Magi e così via, nonché due croci a doppia traversa coperte di sigle. Altri esempi, in funzione antipeste, sono forniti dalla Gulli Grigioni (L'esorcizzazione della paura"), uno dei quali, del XVIII secolo, è un vero e proprio collage di "oggetti" attaccati ad un rettangolo di cartone coperto di pece: una croce a doppia traversa, una medaglietta di cera rossa e così via. Con il tempo gli "oggetti" presero il sopravvento sugli scritti, tanto che nei cosiddetti "sachet”, sacchetti da mettere al collo o nella culla dei neonati, reliquie ed altro materiale acquisirono un'importanza dominante, mentre il testo finì per ridursi ad un santino (Cardona, "Gli amuleti scritti").


Odino, il dio Wotan dei Vichinghi

Un particolare amuleto, largamente diffuso, fu il "breve", derivante dalla "carthula" latina: era una preghiera, appunto breve, scritta su carata, pergamena o altro, che si portava addosso in una custodia. Si differenzia dalla preghiera-scongiuro non solo perché questa è un testo più lungo, ma soprattutto per l'elemento essenziale della segretezza: infatti non deve essere letto dal fruitore, anzi nemmeno tolto dall'astuccio; poiché verrebbe profanato e perderebbe tutta l’efficacia (F. Cardini, "Il breve", in "La ricerca folklorica", 1982). Esso esercita su chi lo indossa un potere salvifico permanente, che però dipende da tutta una serie di accorgimenti da applicare nella compilazione, dal materiale scrittorio (pergamena, inchiostro), alle procedure rituali con cui lo si prepara. Quanto al linguaggio, esso è sempre in chiaro, non misterioso, poiché comunque non deve essere letto. Anche il "breve” aveva origini lontane, dato che risale al “tefilim" ebraico e di qui al "phylacterium" ed alla ligatura". Nel mondo romano, tutti amuleti "da indossare" (ma non vincolati alla segretezza). Nel Medioevo la Chiesa contrastò questa pratica superstiziosa, anche se eseguita da membri del clero per darle una patina di cristianesimo, tanto più se versetti della Sacra Scrittura erano mescolati con nomi, figure o segni magici, ma il “breve" continuò a circolare.

Una via di mezzo tra esso e la preghiera-scongiuro era la "lorica", che traeva origine da cre­denze pagane, legate soprattutto al mondo dei druidi. Si tratta di orazioni in forma di litanie, di cui ci sono giunti vari testi, in latino o in celtico, nelle quali si chiede la protezione di Dio, di angeli o santi contro le avversità. Tale pre­ghiera doveva costituire appunto una "corazza" (in latino "lorica") capace di difendere il credente da ogni tipo di mali spirituali e materiali (L. Gougaud, "Etudes sur les 'Ioricae' celtiques"). In particolare si invocava la protezione divina contro il fuoco, il fulmine, l'acqua, le ferite, la morte improvvisa in viaggio o per mare; elenco in cui è facile cogliere l'eco dei riti pagani per controllare le forze della natura.


L’Ank, la croce egizia usata come amuleto

Risalenti al secolo VIII, ma riferite a precedenti preghiere già circolanti in Gallia, le "loricae" ebbero grande diffusione tra i popoli celtici, soprattutto d'Irlanda e di Francia, per l'intonazione guerresca, per la celebrità dei santi locali, come San Patrizio, che ne erano ritenuti autori ed avvaloravano così l'efficacia dell'orazione e per le indulgenze legate alla loro recita. Esse potevano essere recitate o cantate, ma il solo fatto di indossarle garantiva, appunto come una corazza, il portatore; con il tempo si ridussero a semplici amuleti, perfino per animali.


Le lettere dal cielo

Uno dei più antichi e celebri documenti apocrifi del Medioevo cristiano, collocabile intorno al VI secolo, è la "Lettera della Domenica", secondo la leggenda scritta da Gesù medesimo con il suo sangue e caduta dal cielo o portata dall'arcangelo Michele sul Santo Sepolcro di Gerusalemme o sulla tomba di San Pietro a Roma (la tradizione contempla diverse varianti). Scopo della missiva era rafforzare nei fedeli l'osservanza del giorno del Signore, con rassicurazioni sull'autenticità del documento stesso e minacce per i trasgressori.

Le lettere dal cielo non nascono nel Medioevo, ma appartengono ad un genere assai antico, conosciuto da Egizi e Babilonesi, ai quali parve naturale che gli dei potessero intrattenere relazioni scritte con i terrestri. Tali missive inviavano istruzioni, imponevano divieti, davano autenticità a certe preghiere, cosicché furono una costante del mondo religioso mediorientale. Troviamo testimonianze tanto nella Bibbia, con Ezechiele, quanto in testi gnostici, come gli "Atti di Tommaso". Il luogo di provenienza della "Lettera della Domenica" è molto discusso. Lo Zambon ("La lettre de Petrus") ne sottolinea i legami con l'ambiente del Mediterraneo orientale e propende per l'origine bizantina, mentre il Poulin ("Entre magie et religion"), pur confermando sostanzialmente tale ipotesi, ritiene che il documento sia stato poi rimaneggiato in Occidente, nel Nord-Africa o in Spagna.

Ne troviamo una prima menzione nel VI secolo, quando Licimano, vescovo di Cartagine, biasima un collega per averla presa sul serio e presentata al popolo, mentre era un'impostura. Tracciandone la storia, il Delahaye ("Note sur la legende de la lettre du Christ tombe du ciel") ricorda che essa fu condannata dal papa Zaccaria nel Concilio Romano del 745, tanto più che se ne serviva l'eretico Adalberto per attirare a sé la gente presentandosi come protettore e fonte di miracoli (e per soprammercato facendo venerare le sue unghie ed i suoi capelli); il divieto fu rinnovato da Carlo Magno in un capitolare del 789. Tuttavia del documento continuò la circolazione sotterranea, con riapparizioni in vari periodi, dal XII secolo alla Rivoluzione Francese. La lettera girava tanto in Islanda, dove le donne la conservavano come talismano contro ogni sorta di malefici, quanto in Etiopia, ed agli inizi del '900 era distribuita in copie stampate ai pellegrini greci a Gerusalemme.


Antica formula magica egizia

Dunque la Lettera fu inizialmente usata dal clero o da eretici come Adalberto a sostegno della propria autorità o per imporre precetti, ma poi finì per diventare un amuleto a diffusione popolare, così come altri documenti successivi. Sorte analoga toccò ad un altro celebre apocrifo, la lettera di Gesù al re Abgar, anche inglobata in altre orazioni. Nel Medioevo la corrispondenza tra cielo e terra era considerata una prassi consueta, persino da parte del clero, per indicare una condotta da tenere o una decisione da prendere, come ammetteva pure Gregorio di Tours, ma spesso copie di tali "lettere dal cielo" erano utilizzate come talismani. Un incantesimo "terapeutico" del secolo XI, relativo al mondo anglosassone (G. Storms, "Anglosaxon magic"), dice testualmente: "Questa lettera fu portata da un angelo a Roma quando infuriava un'epidemia di dissenteria: scrivi su una pergamena, lunga quanto basta a circondare una testa, queste parole e appendila al collo dell'ammalato, che subito si sentirà meglio". L'uso di avvalorare l'efficacia di preghiere e scongiuri con la provenienza celeste durò fino al '900.

In tale filone rientra un altro apocrifo, conosciuto in differenti versioni, l'Epistola di papa Leone III a Carlo Magno, i cui primi esemplari risalgono al XIII secolo. Essa continuò a circolare in modo sotterraneo malgrado le condanne ed i controlli da parte della Chiesa. In realtà lo scontento e la protesta della gente di fronte al tentativo di reprimere tali orazioni superstiziose, che appartenevano ad un'antica tradizione, erano fortissimi, cosicché, in pratica, si finì per mantenere un atteggiamento piuttosto tollerante. Non c'è quindi da stupirsi se le preghiere scongiuro continuarono a circolare tra il popolo, soprattutto nei periodi difficili, riemergendo ad esempio, come nel caso dell'Epistola di papa Leone III a Carlo Magno, in occasione delle due guerre mondiali tra i soldati al fronte.



L'articolo è comparso a suo tempo sulla rivista "Panorami", di cui si ringraziano Direttore e Redazione per la gentile concessione






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