Leggende e Tradizioni

I Dogon e i misteriosi Nomoli

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12 Aprile 2023
Statuina Nomoli con raffigurazione di personaggio in meditazione
Statuina Nomoli con raffigurazione di personaggio in meditazione

Nei miti dell’Africa nordoccidentale indizi di ancestrali visitatori provenienti dalle stelle.


Tra le definizioni più comuni del termine archeologia troviamo quella che la descrive come la scienza dell'antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà e culture umane del passato attraverso lo studio delle testimonianze materiali (monumentali, epigrafiche, numismatiche, dei manufatti ecc.).

La definizione di per sé risulterebbe chiara e funzionale se non fosse però che lo studio delle testimonianze materiali, ossia i reperti archeologici su cui vengono ricostruite le fasi dell’umanità, è stato fortemente ipotecato, a partire soprattutto dalla seconda metà del secolo scorso, da correnti di pensiero appartenenti al cosiddetto mainstream.

Secondo questa visione accademica e convenzionale, infatti, le tappe della civiltà umana sono state ricostruite totalmente e la sua storia non presenta più buchi neri né tantomeno enigmi da risolvere.

Il castello di certezze storiche sul quale sono state costruite le carriere di molti archeologi cattedratici di oggi e del passato sembrerebbe quindi saldamente ancorato all’incontrovertibile linearità delle vicende storiche dell’umanità da loro stessi accertate.

Secondo questa linea di pensiero oramai largamente accreditata dalla comunità scientifica la prima civiltà urbana si affaccia nella Mezzaluna Fertile con i Sumeri tra il IV e V millennio a.C. seguita a ruota da quella degli antichi Egizi e da quella delle popolazioni della valle dell’Indo.

Peccato però che tra le testimonianze materiali reperite nel tempo in tutto il pianeta da archeologi ma anche da ricercatori non convenzionali ci sono un’infinità di reperti che non trovano posto in questa linearità storico-temporale. Si tratta dei cosiddetti OOPART (acronimo di Out Of Place ARTifacts), oggetti “maledetti” la cui datazione è incoerente con il contesto in cui sono stati ritrovati.

Tra i più famosi ed enigmatici di questi oggetti troviamo senz’altro i “Nomoli”, una serie di statuine di pietra ollare, granito e avorio ritrovate in Sierra Leone tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso durante campagne di scavo alla ricerca di diamanti. La storia del loro ritrovamento ad opera di Angelo Pitoni, geologo per la FAO e scopritore di miniere di smeraldi ed esperto di lapislazzuli, commando delle Special Forces inglesi e dell'Oss americano (l'antenato della Cia) nonché esploratore, agronomo dilettante e scrittore, ha dell’incredibile perché frutto della commistione tra una “magica” casualità e l’intuito esplorativo del protagonista. Se non fosse per l’alto profilo professionale del personaggio si nutrirebbero forti dubbi sulla veridicità della vicenda, che tuttavia la comunità scientifica non è mai riuscita a smentire per via dei dati oggettivi raccolti dalle indagini condotte con rigore scientifico sui misteriosi elementi presenti in questi reperti.

Statuina Nomoli
Statuina Nomoli

La storia ha inizio nel 1990 quando il Pitoni si trovava in Sierra Leone incaricato, in quanto geologo di fama, di valutare la consistenza di alcuni giacimenti di diamanti.

Il suo incarico però strideva con il volere degli indigeni intenti agli scavi che erano assolutamente contrari alla presenza di estranei non addetti ai lavori, opposizione che egli riuscì però ad aggirare grazie all’appoggio di alcune conoscenze che gli consentirono di ottenere il permesso per i sondaggi del terreno.

Mentre era intento ad esaminare lo scavo che stava compiendo, un indigeno che vi stava lavorando, avvicinandosi, gli disse sottovoce che immaginava bene cosa stesse cercando, alludendo alle parole “angeli caduti". Fu così che iniziò a raccontargli la leggenda che aleggia in quella popolazione, che narra di un’antica civiltà di angeli che col tempo degenerò, divenendo depravata, e che quindi si allontanò dalla via di Allah, che per questo motivo fece precipitare gli angeli decaduti sulla Terra insieme al cielo e alle stelle. Le stelle secondo questa leggenda si sono trasformate in diamanti.

Alcuni studiosi ritengono che questa narrazione sia una sorta di adattamento del mito degli "angeli caduti" di cui si parla in diverse tradizioni del mondo, tra cui quella biblica a noi ben nota il cui protagonista, Lucifero, precipita perdendo lo smeraldo che cingeva la sua fronte; evento dal quale prese poi vita il famoso mito del Graal. Ricalcando questa leggenda popolazioni locali assicurano che le statue dei Nomoli, questo il nome con cui vengono chiamate, sarebbero la rappresentazione di queste divinità esiliate sulla Terra.

Se le stelle si sono trasformate in diamanti cosa racconta il mito a proposito del cielo?

Fu la stessa domanda che il Pitoni, una volta appresa la leggenda, rivolse incuriosito alla gente del luogo che in risposta lo portò a visitare un luogo apparentemente insignificante in cui era presente solo un affioramento dal terreno di un mucchio di rocce, che sembrava non avessero nulla di particolare.

Fu invitato allora dagli indigeni a pulirle per bene e, dopo averlo fatto, quelle rocce anonime, con grande stupore del Pitoni, assunsero il colore di un intenso azzurro cielo, così intenso che in un primo momento le scambiò per un giacimento di turchese o lapislazzuli, nonostante avesse notato in quelle rocce qualcosa di diverso.

Particolare di una statuina Nomoli in cui si notano le fattezze non umane del volto
Particolare di una statuina Nomoli in cui si notano le fattezze non umane del volto

Perplesso ed incuriosito decise di prelevarne dei campioni per farli esaminare una volta tornato a casa.

Al suo ritorno inviò campioni della roccia in diversi laboratori specializzati in varie parti del mondo, uno all'università di Ginevra, uno a Roma, uno in Olanda a Utrecht, uno a Tokyo, uno in Germania a Freiberg. I risultati che tutti i laboratori ottennero furono sbalorditivi, pazzeschi, tanto che c’era una comprensibile riluttanza ad accettarli perché in sostanza convergevano tutti sulla stessa conclusione: la pietra azzurra "non sarebbe dovuta esistere", volendo intendere con ciò che quella pietra perlomeno non esiste in natura!

La sua composizione chimica, messa in luce dalle analisi, risultò infatti essere per oltre il 77% di ossigeno insieme a carbonio, silicio, calcio, sodio. Era quindi del tutto comprensibile lo stupore che assalì gli scienziati che eseguirono le analisi che non si sapevano spiegare come una pietra potesse essere composta per ¾ di ossigeno, dal momento che una composizione del genere fa pensare più che altro ad un prodotto sintetico, ad una sorta di intonaco.

Come se la sua composizione non fosse di per sé già un grande mistero, l’osservazione al microscopio della pietra azzurra rivelò la sua natura fibrosa composta da cristalli bianchi che, a ingrandimenti così spinti, si erano sostituiti all’azzurro, inspiegabilmente scomparso del tutto alla vista. Le cronache che seguirono questa scoperta sensazionale rimbalzarono in tutta l’Africa nordoccidentale e misero in luce che qualcosa di simile era stato trovato anche in un mercato del Marocco. Anche le analisi di questa seconda pietra che furono eseguite a Londra fornirono gli stessi risultati dopo di che, sull’onda del clamore sollevato da queste cronache, in un numero del quotidiano "il Corriere della Sera" uscito all’epoca dei fatti fu avanzato l’assurdo accostamento di queste pietre ad una specie di pericolosa kryptonite proveniente dallo spazio, con il chiaro intento di gettare discredito e scetticismo sulla vicenda.

Antichi petroglifi della cultura Dogon
Antichi petroglifi della cultura Dogon

Tra le particolarità che furono registrate intorno a questa misteriosa roccia, che venne da lui battezzata Skystone, pietra del cielo, vanno annotati anche strani fenomeni psicofisici.

Sembra che chiunque l’abbia indossata ne abbia tratto effetti benefici sulla salute con riduzione di ansia, eliminazione dei reumatismi, sollecitazione di stati percettivi particolari.

Se il ritrovamento della pietra azzurra poteva in qualche modo essere associata alla leggenda degli angeli come il cielo precipitato, venne naturale al Pitoni chiedere all’amico capotribù se oltre al ritrovamento della pietra azzurra, cioè "il cielo", per caso non fossero state trovate nella stessa zona anche tracce degli “angeli caduti”.

Inaspettatamente la risposta fu affermativa e gli venne mostrata la statuina di una figura alta circa 50 cm., dalle fattezze molto insolite, che raffigurava ciò che all’apparenza sembrava un incrocio tra un essere umano, un rettile e un volatile.

Gli fu riferito dalla gente del posto che erano chiamate Nomoli e che la saggezza popolare suggeriva da sempre di non disturbarli, come fossero esseri viventi da non importunare, tant’è che ogni volta che durante gli scavi per cercare i diamanti se ne trovava una i lavori venivano interrotti immediatamente.

Il geologo oramai in preda ad una curiosità incontenibile sperava ardentemente di trovarne una di persona per poterne studiare il contesto e tutti i dettagli del caso. Fu così che facendo circolare la voce della sua particolare “caccia” riuscì inaspettatamente ad imbattersi in una statuina ancora sepolta.

Schemi della traiettoria dell’orbita di Sirio tracciata secondo disegno dei Dogon (a sinistra)  e delle rilevazioni astronomiche moderne
Schemi della traiettoria dell’orbita di Sirio tracciata secondo il disegno dei Dogon (a sinistra) e delle rilevazioni astronomiche moderne

Fu per lui davvero un bel colpo perché il ritrovamento permetteva finalmente di compiere indagini approfondite in loco, rilevando la stratigrafia e stabilendo la datazione dello strato all’interno del quale il reperto era situato con l’intento di riuscire a determinare l'età approssimativa delle sculture. Il terreno in cui si trovava mostrava 7 livelli di stratificazioni.

Nel primo strato del ritrovamento era inglobato un bastone lavorato, mentre all’interno della settima stratificazione inferiore comparve un Nomolo di pregiata fattura.

Tornato a Roma con i preziosi reperti per prima cosa fece esaminare il bastone al dottor Gioli Guidi dell'Enea in modo da avere dei dati comparativi; successivamente fu indirizzato da costui al professor Giorgio Belluomini dell’Università La "Sapienza" il quale, al termine di approfondite indagini ripetute almeno tre volte, appurò con certezza che l’oggetto aveva più o meno 2.500 anni.

Venne quindi spontaneo giungere alla conclusione che se il primo strato del bastone corrispondeva a 2.500 anni fa, la datazione del settimo strato inferiore a circa 12 metri di profondità, dove giaceva la statuina Nomolo, doveva essere stabilita intorno al 12.500 a.C., ma secondo altri esperti che studiarono la stratificazione alluvionale in cui era contenuta la statuina si poteva addirittura giungere all’impressionante data di 17000 anni fa.

Fu emblematica l’affermazione del Pitoni che trasudava stupore al cospetto di questi dati: “il 12.500 a.C. mi dà le vertigini", dichiarò con emozione.

Un dato che lasciò anche gli archeologi molto perplessi, poiché questi valori non erano ovviamente conformi alla cronologia storica elaborata dall’archeologia classica, dal momento che le civiltà conosciute più antiche della regione si fanno risalire al massimo al 4 mila a.C. e che la più antica arte della Sierra Leone risale a 400 anni fa e quella dell’Africa occidentale a non più di oltre 1000 anni fa.

Scultura Nomoli conservata al British Museum
Scultura Nomoli conservata al British Museum

Da dove provennero, dunque, questi misteriosi manufatti, considerando che sono stati realizzati in loco e non importati da altrove come hanno affermato e spiegato i ricercatori John H. Atherton e Milan Kalous in un articolo pubblicato su The Journal of African History?

Pitoni durante le sue ricerche svolte per cercare di capire questo fenomeno che aveva del pazzesco, scoprì con enorme stupore che statue simili a quella da lui trovata si trovano al British Museum di Londra e al Musèe de l'Homme di Parigi.

In entrambi i casi i curatori dei musei gli riferirono che le statue non erano attribuibili per fattura e raffigurazione a nessuna civiltà africana conosciuta, il che, alla luce della straordinaria datazione attribuita loro, è tutto sommato una conclusione logica.

Queste bizzarre sculture hanno generato da sempre forti controversie all'interno dell'archeologia. In un primo momento si credeva che fossero la rappresentazione di antichi guerrieri.

Tuttavia queste figure umanoidi dall'aspetto rettiliforme in grado di evocare qualcosa di ancestrale e sfuggevole, in realtà gettarono nella più assoluta confusione la maggior parte degli esperti, aprendo allo stesso tempo la strada a scenari inquietanti. Cosa rappresenterebbero?

Per i ricercatori non convenzionali sulle tracce della vera storia dell’umanità un fenomeno del genere non apparve certo nuovo, dal momento che nelle antiche culture asiatiche e del sud America sono presenti molte raffigurazioni di personaggi mitologici dalle sembianze rettiliane interpretate come visitatori del pianeta provenienti da altri mondi.

Alcuni audaci ricercatori hanno persino suggerito l’ipotesi che le figure rappresentate siano il frutto di una ibridazione tra umani e una sconosciuta razza extraterrestre di anfibi o rettili, avvenuta grazie ad un intervento di ingegneria genetica messo in atto da questi sconosciuti visitatori celesti.

Sono davvero tanti gli aspetti misteriosi contenuti nei Nomoli, a partire dalla loro costituzione. In alcune di queste statuine è stata rilevata la presenza di iridio, un materiale molto raro scoperto solo nel 1800, che non si trova quasi mai allo stato nativo ma sempre allegato all’osmio (osmiridio) in giacimenti platiniferi situati in luoghi molto distanti da questa parte dell’Africa (negli Urali, Brasile, California, Borneo).

Ma i misteri legati a queste statuette non finiscono qui.

Nel 1992, il professor Giorgio Belluomini dell'Università di Roma, incaricato dal geologo Pitoni di analizzare la costituzione dei Nomoli, esaminò anche alcune enigmatiche sfere composte da una stranissima lega di metallo trovate all'interno di alcune di queste statuine che erano cave, fatto di per se già assai strano per il livello tecnologico locale che era in vigore in quel periodo storico.

Statuine Nomoli conservate al British Museum
Statuine Nomoli conservate al British Museum

L'analisi ha rivelato che queste sferette erano composte da una strana miscela di cromo e acciaio. Inoltre nelle sfere sono state anche trovate tracce dello stesso iridio. La rarità con cui questo elemento si presenta sulla Terra alimenta il mistero della sua presenza, che invece si potrebbe spiegare se fosse stato trovato all’interno di materiali provenienti dallo spazio, qualche meteorite o altro oggetto non terrestre. Questa naturale deduzione ha pertanto alimentato con vigore l’ipotesi sostenuta da alcuni ricercatori che le sfere siano state realizzate con materiale extraterrestre, sollevando allo stesso tempo forti controversie nella comunità scientifica.

Ad infittire il mistero di queste sferette si aggiunse il risultato delle indagini radiografiche che furono eseguite prima che gli scopritori praticassero dei piccoli fori alla base delle sculture per far uscire ciò che sentivano tintinnare all'interno, dimostrando che le sfere di acciaio si trovavano dentro a codesti manufatti quando erano ancora sigillati sin dall’origine.

Sorgono quindi spontanee domande inquietanti: chi mise lì dentro quei piccoli oggetti? E, cosa ancora più misteriosa, come è stata prodotta la lega metallica di cui sono composti?

Il termine con cui la popolazione indigena chiama queste strane statuine, Nomoli, ci conduce verso un altro affascinante enigma. La parola 'Nomoli' sembra avere una radice comune con la parola Nommo.

Questo termine è molto usato nell'Africa occidentale, infatti è in questo modo che la popolazione dei Dogon del Mali chiamavano gli esseri che ancora oggi sono riconosciuti come i loro antichi progenitori provenienti, secondo la loro tradizione, dalla stella Sirio.

Stanziati in Mali, i Dogon hanno una cultura ricca risalente a circa il 3200 A.C, e alcuni studiosi ritengono siano discendenti dagli antichi Egizi.

Tradizioni profondamente radicate del popolo Dogon descrivono i Nommos come esseri anfibi che mostrano forti similitudini con quelli presenti nei miti relativi alla tradizione babilonese, accadica e sumera. Questa constatazione potrebbe avere qualche attinenza con le nostre statuine Nomoli?

Frammento della misteriosa pietra azzurra ritrovata di Sierra Leone chiamata 'Skystone'
Frammento della misteriosa pietra azzurra ritrovata in Sierra Leone chiamata “Skystone”

Tuttavia anche senza ricorrere a questa sorprendente ed intrigante analogia i Dogon custodiscono un altro grande mistero legato alla venerazione per la stella Sirio associata al culto dei loro progenitori.

Sanno con precisione che Sirio è affiancata da una stella gemella, Sirio B, che avrebbe un’orbita ellittica intorno alla principale di 50 anni e non è visibile ad occhio nudo.

L’enigma rompicapo che lascia di stucco è costituito dal fatto che gli astronomi moderni non conoscevano la stella compagna di Sirio fino a quando è stato scoperto il mito dei Dogon.

Questa stella è stata scoperta dalla scienza solamente nel secolo scorso e la prima foto è stata realizzata nel 1970. Sirius B è una stella nana bianca ed è quasi accoppiata alla sorella Sirius A, che è invece una delle stelle più visibili ad occhio nudo. L’immagine della Sirius B si confonde con lei e soltanto meno di trenta anni fa è stato possibile distinguere che vi erano due stelle invece di una. I Dogon chiamano Sirio B “po-tolo”, che tradotto significa “stella-cereale piccola e densa”. Questo nome le venne assegnato poiché era meno grande e luminosa di Sirio.

Ciò che sorprende è questo preciso riferimento alla densità del corpo celeste, ovvero la corrispondenza tra il significato di ‘tolo’ e il fatto oggettivo che Sirio B sia una stella nana molto densa.

Le tradizioni dei Dogon riferiscono che i mitici Nommos hanno condiviso la loro conoscenza e lasciato alle generazioni future diversi manufatti. Tra questi uno raffigurante la costellazione Sirius in cui è visibile Sirio B è stato datato a 400 anni fa, ossia poco più di 230 anni prima che gli astronomi scoprissero l’esistenza della stella compagna.

I Dogon rappresentano un unicum nel panorama delle culture native africane e hanno da sempre attirato l’interesse di diversi antropologi. In un lungo studio effettuato dal 1931 al 1952 dall’antropologo francese Marcel Griaule e dall’antropologa Germaine Dieterlen fu messa in luce una visione religiosa e metafisica complessa e assolutamente inimmaginabile per un popolo che, dal punto di vista delle conoscenze tecnologiche, viveva ancora nella protostoria.

Statuine Nomoli
Statuine Nomoli

Negli appunti di ricerca di questo studio figurano conversazioni tra Griaule ed un anziano di nome Ogotemmêli che incarna la figura dell’Hogon, il capo religioso e spirituale della comunità custode della sapienza della loro tradizione iniziatica. L’anziano saggio svelò le incredibili conoscenze scientifiche, in particolare in campo astronomico, che venivano tramandate oralmente da secoli tra una casta di iniziati. Tra queste conoscenze i Dogon descrivono anche la Via Lattea come una galassia a spirale formata da milioni di stelle, ed alcuni particolari indicano che i Dogon conoscevano gli anelli di Saturno e 4 delle lune di Giove.

Gli anziani praticano l’arte della divinazione, ma senza utilizzare i riti feticisti tipici di tutte le tribù dell’Africa nera. Gli anziani affermano infatti che non hanno bisogno di elementi intermediari tra loro e il divino, non si ritengono stregoni, ma utilizzano la condizione di silenzio per realizzare le guarigioni e le predizioni con estrema precisione.

Si basano semplicemente nell’unità dell’uomo con la natura e nella relazione tra i due principi universali degli opposti: vita e morte, creazione e distruzione, grande e piccolo, vuoto e pieno, luce e tenebre, salute e malattia, ecc.

Nel patrimonio leggendario e mitologico dei Dogon ci sono racconti che suggeriscono che i mitici Nommos abbiano visitato la Terra in diverse occasioni a bordo di una grande nave stella.

Ogni 60 anni i Dogon celebrano il ciclo di Sirio A e B, fatto strano che pone ulteriori domande visto che il ciclo di Sirius B è in realtà di 50 anni.

Antica maschera Dogon usata nel culto degli Antenati
Antica maschera Dogon usata nel culto degli Antenati

Ma i misteri non sono ancora finiti, perché i Dogon citano nella loro antica cultura addirittura una terza stella, chiamata Sirio C, che chiamano “ya tolo”, la cui esistenza venne attestata solo nel 1995 quando due astronomi francesi la osservarono al telescopio per la prima volta.

Sulla base di questo inspiegabile enigma che costituisce un’evidente incoerenza temporale, sono sorte ipotesi a sostegno del fatto che gli antenati dei Dogon fossero entrati in contatto con civiltà aliene da cui avrebbero appreso queste conoscenze astronomiche così approfondite.

Ipotesi molto spinta ma che potrebbe trovare una ragione di fondamento se si considera che i Dogon ritengono ancora oggi che i Nommos provenissero proprio da un pianeta in orbita intorno a Sirio C.

La ricerca astronomica nel 1995 ha concluso che in base alle osservazioni dei moti del sistema di Sirio, è teoricamente possibile l’esistenza di una stella nana rossa con massa di 1/20 rispetto a Sirio B. Anche secondo uno studio condotto dalla NASA nell’Osservatorio di Astrofisica europeo meridionale il sistema di Sirio, oltre a Sirio A e Sirio B, potrebbe effettivamente comprendere una seconda stella compagna, cioè Sirio C.

Se i moderni telescopi dovessero individuare con certezza Sirio C, saremmo in presenza di un evento epocale in grado di riscrivere la storia dell’umanità.

Di fronte allo stupore che provocherebbe come si porrebbe la comunità scientifica?

Forse non risulterebbe poi così peregrina l’ipotesi che la conoscenza dei Dogon, a quel punto inconfutabile, potrebbe provenire dal contatto con civiltà superiori (i Nommos) e che le loro tradizioni si basano su elementi reali.

L’inspiegabile conoscenza dei Dogon diede adito a molte controversie nella comunità scientifica quando venne pubblicato il libro "Dio d’Acqua" con cui l’autore, l’etnologo Griaule, raccolse una fitta serie di colloqui avvenuti nel 1946 con il vecchio saggio Dogon Ogotemmêli. Furono molti gli scettici detrattori che di fronte al successo che riscosse e allo shock culturale che provocò nel mondo occidentale avanzarono la teoria che le conoscenze astronomiche dei Dogon provenissero semplicemente dall’erudizione ricevuta da uomini occidentali che entrarono in contatto con la tribù in un recente passato.

Danza Dogon
Danza Dogon

Teoria però molto poco sostenibile perché sfugge la motivazione che dovrebbe essere alla sua base, perché è bassissima la probabilità che possa essere avvenuta e perché non esistono prove a suo sostegno. Un ulteriore indizio a suffragio dell‘ipotesi che la conoscenza astronomica dei Dogon abbia una provenienza antichissima è rappresentato dalla sbalorditiva precisione con cui è possibile sovrapporre gli schemi grafici del sistema stellare di Sirio riprodotti nell’antichità nei loro luoghi nativi con quelli elaborati dagli astronomi di oggi con le moderne tecnologie.

Nonostante i misteri dei Dogon e dei Nommos, dei Nomoli e delle skystone siano temi affascinanti che alimentano da molto tempo senza interruzione la ricerca degli studiosi non convenzionali, la scienza ufficiale se ne disinteressa totalmente, relegandoli nel dimenticatoio esattamente come è stato fatto nei confronti di tutto ciò che non asseconda la versione ufficiale della storia della civiltà umana.


Marco Pulieri, ricercatore della Ecospirituality Foundation, conduce la trasmissione “Archeomistery World” su Radio Dreamland www.radiodreamland.it



 

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