Leggende e Tradizioni

Costruire e abitare la Pietra

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30 Aprile 2013

Val Chiusella, salendo da Fondo, una baita la cui parete si apre ad arco, architettura tipica della zona

Vita e cultura alpina nelle Valli di Lanzo e non solo


Esistere e lavorare nella storia delle Alpi

Le scoperte archeologiche testimoniano che le Alpi furono abitate fin dalla più lontana preistoria: dopo la penultima glaciazione (Riss), centomila anni fa, l'uomo di Neanderthal occupò pianori e grotte fino ai 2000 metri; dopo l'ultima (Wurm), circa tredicimila anni fa, le fasce montuose esterne e le valli più ampie e soleggiate furono ripopolate da nuclei di cacciatori-raccoglitori, che si spingevano alle altitudini maggiori in cerca di preda. Furono poi i primi pastori a seguire gli stessi percorsi, per portarsi in quota con i loro greggi di pecore.

Allora le Alpi erano più abitate di oggi se, solo in quelle francesi settentrionali, furono rinvenuti oltre 250 siti preistorici. Intanto nei territori più bassi e favorevoli si sviluppava l'agricoltura stabile, che prima affiancò la pastorizia, poi ne costituì un'alternativa ed infine una rivale. Si è ipotizzato, infatti, che il mito del selvaggio, l'uomo primitivo di aspetto forte e villoso, coperto di pelli, che viveva isolato rispecchiasse appunto il mondo rozzo e superato dei pastori.

Infatti esso si opponeva a quello agricolo non solo per il tipo di economia, ma per tanti aspetti della cultura di vita. Ad esempio, e non solo nelle Alpi, se gli agricoltori vivevano già in capanne di legno più confortevoli e cremavano i propri morti, i pastori, nelle loro peregrinazioni, si accontentavano di ripari addossati alle rocce o nelle “balme” naturali e ricorrevano ancora alla sepoltura in tumuli. Edoardo Micati ha rilevato tale differenza anche per quanto concerne l'Abruzzo. Ma gli agricoltori, pur più evoluti, ereditarono dai pastori non poche forme culturali, dalle incisioni sacre o augurali sugli architravi delle abitazioni alle istoriazioni degli oggetti di legno. Infine è probabile che una siccità abbia indotto gli abitatori di pianura e bassa montagna a spingersi nelle “terre alte” durante la bella stagione, in cerca di risorse. Potrebbero esser nati così quegli insediamenti intermedi che da noi si chiamano “muande” ed in Alta Lombardia “maggenghi”.

Intorno all'VIII secolo a.C. sulle Alpi si riversarono i Celti, che si mescolarono ai preindoeuropei (onde il termine “celto-liguri”), fra i quali introdussero la lavorazione del ferro, (e perciò anche lo sfruttamento minerario), mantenendo però l'uso degli antichi percorsi di montagna ed i relativi toponimi. Ce lo dimostra la presenza di denominazioni pre-celtiche sulle nostre montagne, comprese le Valli di Lanzo. La successiva occupazione da parte dei Romani nel I secolo a.C. non mutò sostanzialmente il sistema socio-economico delle popolazioni alpine. A loro interessavano la possibilità di costruire vie di comunicazione con la Gallia, appena conquistata, e la ricerca di minerali. Le Valli di Lanzo ne rimasero ai margini: strette ed impervie, povere di risorse e pressoché prive di comodi valichi, mantennero un isolamento che si protrasse per vari secoli ancora.


Abruzzo, Terrazzamenti al Piano delle Cappelle (Foto Micati)

Con le invasioni barbariche, quando guerre e saccheggi svuotarono le pianure, le Alpi ebbero un certo ripopolamento, poiché l'asprezza e la marginalità offrivano riparo. A dominare il territorio tra la Val di Susa e la Val d'Aosta, e quindi anche le Valli di Lanzo, si succedettero gli Ostrogoti, poi per circa un secolo i Burgundi, infine i Longobardi. La presenza di questi ultimi è attestata da numerosi nomi di famiglie e località, come Richiardi, Michiardi, Girardi, Berardo, o Chialamberto e Chiaberto. Qualche danno, in seguito, dovettero pur farlo i Saraceni, che giunsero da predoni anche su queste montagne nel secolo X, benché le dimensioni e la durata della loro presenza siano state ben inferiori a quanto riporta la leggenda. Giorgio Inaudi ha dimostrato che il termine “sarasin” deriva in realtà da una voce di patois indicante una cengia sopra un salto di roccia.

Dopo l'anno Mille iniziò la ripresa economica, ma il popolamento, come in tutta l'Italia settentrionale, ebbe un andamento alterno, tra alluvioni, guerre, movimenti di truppe, pestilenze, contrasti religiosi. Nel '200 miniere e fucine erano già in piena attività, dati gli accresciuti bisogni di attrezzi, utensili ed armi, e attiravano migranti d'ogni genere, compresi gli eretici. Nel '400-'500 furono trasferiti qui, a forza, numerosi Valdesi. Non stupiamoci, quindi, se in tale periodo si ha anche notizia di processi e condanne per eresia in bassa Val Grande.

Da metà '700 a gran parte dell'800 trascorse il periodo di maggiore ripopolamento Il XVIII secolo segnò la costruzione di nuovi edifici religiosi, di ampliamenti e rifacimenti, quasi a gara tra una borgata e l'altra. Quanto all'800, gli studiosi attribuiscono ai suoi primi decenni la realizzazione della maggior parte dei terrazzamenti esistenti ancor oggi, poiché l'aumento demografico costringeva a cercare nuove risorse, ad incrementare l'agricoltura ed il bestiame, specie i greggi di capre, in genere affidati ai ragazzi. Ad esempio a Balme le conducevano nei luoghi più impervi, dove lasciarono un vero tesoro di iscrizioni pastorali. Tuttavia questo sistema economico si sgretolò rapidamente nel '900, il secolo dello spopolamento definitivo.


Vivere nel villaggio

Oggi, con l'espansione edilizia legata al turismo, vediamo nei nostri villaggi (sempre più spesso trasformati in paesoni sconciati da mega-palazzi) un “continuum” lineare di case, magari con l'edificio della chiesa in posizione centrale. Nel mucchio di moderne costruzioni non si si distinguono più i nuclei originari, sorti lungo la strada o su un pendio. L'immagine tradizionale delle cartoline sopravvive, in parte, soltanto dove l'espansione edilizia ha fatto meno disastri.

In tempi lontani, di solito, un centro abitato nasceva con l'emigrazione di più famiglie (un clan) durante una carestia o, al contrario, nei periodi di incremento demografico. Era il tempo degli insediamenti sparsi, delle capanne di legno, a cui si aggiunse gradualmente una base o muretto di pietra. Solo in seguito quest'ultima prese il sopravvento. In secoli più vicini capitò che, divenute più sicure le condizioni generali ed aumentata la fame di terra, una famiglia potesse stabilirsi anche in posizione isolata. Le nuove borgate prendevano il nome dei fondatori (Chialamberto, Richiardi, Chiaberto), dalla posizione geografica, ( Pialpetta, Ala, Mondrone, Almesio) o dall'attività economica, ed è il caso di Molette o dei Frè, presso Balme, per non parlare dei vari “Forno”.


Val Susa, caratteristico soffitto a volta ai Bigiardi, sopra Condove

All'origine ed allo sviluppo dell'attività mineraria e metallurgica, nelle Valli di Lanzo (ad esempio a Forno di Lemie o Bracchiello), contribuì l'emigrazione dal Bergamasco e dal Bresciano, che vantavano una lunga tradizione al riguardo, o dalla Valsesia. Cognomi come Rapelli e Martinengo o “stranom” tipo “Bersan”, “Bersanin”, “Bergamasco” ne sono la testimonianza (anche se, talora, “bergamasco” stava semplicemente per “straniero”, come “lombardo” per il bestiame).

Ripristinando per un momento il tessuto originario di un villaggio, si scoprirebbe quindi che la Chiesa non sorgeva al centro, come nelle immagini tradizionali. Di solito una borgata si dotava appena possibile di una cappella; quindi, con un maggiore sviluppo, iniziava la lotta con la parrocchia di riferimento per rendersi autonoma. La condizione necessaria a tal fine era la costruzione di una chiesa, la quale, pertanto, veniva eretta a margine di un nucleo preformato, come si nota per Chialamberto o Ceres. Se, specie in alta valle, le borgate di un Comune erano disperse sul territorio, senza che nessuna prevalesse, si fissava la sede parrocchiale in un nucleo in posizione centrale, come accadde per Groscavallo e Usseglio o per Valchiusella (nella valle omonima), dove chiesa e cimitero sorgono pressoché isolati, al di là del ponte di Fondo.

In passato ogni comunità cercava di essere autosufficiente, dotandosi di almeno un forno, di una fontana, di uno o più mulini, di canali di irrigazione, alla cui manutenzione ogni famiglia era tenuta a provvedere. Alcuni forni si sono conservati fino ad oggi, forse perché l'utilizzo è durato più a lungo. I mulini, invece, erano di più difficile cura, ma soprattutto divennero rapidamente obsoleti con l'avanzare del progresso e furono abbandonati. Un esempio della loro capillare presenza è fornito dai resti, immersi nel bosco, di quello della “muanda” unifamiliare delle Benne, sopra l'Albone, di cui restano brandelli di muro e la base in pietra su cui poggiavano i sostegni della mola.

Le fontane pubbliche non erano, inizialmente, che vasche di legno, e dello stesso materiale furono spesso i tubi dell'acqua potabile fino agli anni '30. La pietra venne secoli dopo, lasciandoci veri e propri capolavori, come i “burnel” realizzati dai “picapere” (un'attività diffusa specie dove la pietra era di buon qualità). Le “roie”, dovendo alimentare i canali di irrigazione, richiedevano opere massicce di captazione e di sostegno, nonché una frequente manutenzione. Sovente si dovevano superare passaggi dirupati e pietraie, con tratti pensili in pietra a secco.


Val Grande di Lanzo, caratteristico burnel a Lities (Cantoira)

E' il caso di quella che riforniva Candiela, sopra Chialamberto, attingendo dalla “Goj Neri” del Rio Vassola, ma la più spettacolare (“roi dou Plu”) portava l'acqua dal Rio Crosiasse a Bracchiello (Val d'Ala), superando i tratti più impervi con imponenti muraglioni.


Abitare le “muande”

Vari studiosi hanno ipotizzato che i primi insediamenti stabili sulle nostre Alpi siano nati ad altitudini intermedie, che offrivano terrazzi pianeggianti (come l'Albone, Vru, Polpresa, Borgiallo)e soleggiati, mentre in basso c'era il rischio di alluvioni. Solo nelle valli più ampie o nei modesti rilievi prealpini l'ambiente era migliore, per cui furono abitati stabilmente dalla preistoria. I fondovalle più incassati erano quasi privi di terreni fertili, cosicché, ad esempio in Valle d'Aosta, si fissarono le sedi fisse nei ripiani pensili delle valli laterali. Le aree colonizzate sorsero così ad una certa quota, alte su dirupi. Solo con l'incremento demografico ottocentesco si sfruttarono anche i ristretti spazi al fondo delle gole. Le Valli di Lanzo, invece, di estensione assai limitata, erte e dirupate, con pascoli solo in altura, erano accessibili più che altro ai pastori (Pian della Mussa, Malciaussia, Arnas) e vissero la colonizzazione agricola ben più tardi.

La fame di terra costrinse ad ampliare i terreni coltivabili, disboscando e mettendo a coltura nuove aree, dove appena le condizioni naturali lo consentissero. Nel 1800 si moltiplicarono così le “muande” (chiamate “maggenghi” in Alta Lombardia), gli insediamenti temporanei di media quota, dove le famiglie soggiornavano nella bella stagione, lavorando ogni appezzamento fruibile a segala, canapa e poi patate. Questo comportò un notevole lavoro di terrazzamento e di derivazione dell'acqua. Le “muande” sorsero ovunque, anche in spazi limitatissimi, talvolta sovrapponendosi a rozze sedi primitive (es. le Benne dell'Albone). Oggi, dove la vegetazione ha cancellato prati e campicelli, si scoprono remoti nuclei o singole case in posti impensabili, nei quali, per pochi fazzoletti di terra in più, si costruivano muraglioni imponenti. Se in certe zone dell'alta Lombardia e delle Alpi Venete fu consuetudine che stalle e fienili d'altura fossero situati ad una certa distanza dalle case, da noi, per motivi di spazio, si mantenne la tipologia del fondovalle, con un edificio unico o due (casa e stalla) contigui. Le “muande” migliori erano addirittura sede principale, ampia e confortevole, mentre in paese certuni non disponevano che di spazi angusti per la sosta invernale.

Alcuni, in estate, tenevano le loro due o tre mucche con sé; altri, invece, le davano in affitto ad un margaro, in genere del posto, che le conduceva all'alpeggio. Qui gli edifici erano di tipologia del tutto diversa. Anzitutto l'abitazione era quasi sempre distaccata dalla stalla, nella quale, al massimo, si collocava un soppalco per dormire. Le costruzioni erano basse ed interamente a secco; per ripararsi dal freddo, di solito, si tappavano i buchi fra le pietre con terriccio o addirittura sterco. Il fumo del focolare si disperdeva fra le lose del tetto, che erano sostenute da un soffitto a volta, realizzata con pietre conficcate a coltello, dopo aver predisposto di un'impalcatura a “centina” (non utilizzata, invece, nei tholos). Dove le pietre erano di modeste dimensioni e qualità, venivano stabilizzate con un legante tipo argilla, come mi è capitato di osservare in certe zone della Val di Susa, anche in sedi stabili come Maffiotto, o calce trovata e cotta in zona.


Che modello di casa?

Quelli che gli studiosi chiamano “insediamenti agro-pastorali” si suddividono, per semplificare al massimo, in due categorie: quelli a pianta circolare e copertura a falsa-cupola (detti “tholos”) e quelli di forma rettangolare con tetto a spiovente, tipici delle Alpi. All'interno delle due tipologie si distingue poi tutta una serie di varianti e di elementi specifici. Max Gschwend ha rilevato che la scelta non era determinata solo da fattori materiali e di utilità, ma, in origine, soprattutto culturali e sacrali: infatti l'immagine del circolo rimanda all'idea di ciclicità, che ritroviamo nelle società agricole, con i loro riti di fecondità, i simboli, le incisioni rupestri; invece il quadrato richiama l'idea di potenza e quindi si inserisce in un a cultura del tutto diversa.


Tazotas in Marocco (Foto Gnesda)

Il modello a “tholos”, ritenuto più antico, fu utilizzato in moltissime aree. Lo troviamo sia nel mondo celtico (Spagna, Francia ed in specie la Provenza, Irlanda), sia nell'area mediterranea, dal Marocco alle isole italiane, dalle sponde dell'Adriatico (Marche, Abruzzi, Puglia con i celebri trulli, fino al Carso triestino) alla Grecia ed alla Turchia: tutti luoghi in cui la cultura della pietra a secco ha lasciato veri capolavori. Il Micati osserva come il modello a pianta circolare sia comparso in capanne della Mesopotamia già nel 4000 a.C. e poi sia stato utilizzato, un millennio dopo, a scopo funerario e poi sacrale, realizzando anche edifici imponenti. Come e perché tale tipologia si sia poi diffusa verso occidente è questione discussa tra gli studiosi: alcuni pensano a migrazioni o, meglio ancora, ad influssi tra popoli contigui; altri, invece, ad origini locali indipendenti.

Spesso, come nel nostro Centro-Sud, il tholos era un ambiente unico, in genere di uso stagionale, nato in territori con ampia disponibilità di materiale litico, quando i poderi sorgevano troppo lontano dai paesi per giustificare uno spostamento in giornata. Da primitive capanne per il riparo temporaneo o il ricovero degli attrezzi, divennero talora costruzioni ampie ed accurate, dove la famiglia trascorreva anche l'intera estate. Il gregge si teneva all'aperto, pure di notte, in un recinto di pietre, come d'altronde nel Carso. Talvolta si utilizzavano diverse costruzioni contigue come abitazione o dispensa. L'uso di tenere gli animali al chiuso nottetempo è abbastanza recente e si riscontra dove prevaleva l'allevamento bovino, e perciò soprattutto al Nord, che sostituì gradualmente le pecore . Ma anche per le mucche vi fu un'epoca in cui erano custodite all'aperto.

Il tholos si è conservato, sia pur in misura limitata, anche in aree isolate del Nord, ma limitatamente alla conservazione del latte e del burro o delle riserve alimentari. E' il caso delle “nevere” o “crot” della Val Poschiavo (Grigioni) e della zona di Tirano, all'interno dei quali è scavato un pozzo, da riempire di neve compressa per rinfrescare l'ambiente per il latte. Ha la stessa funzione del “veilin” nelle Valli di Lanzo, che però viene raffreddato da acqua corrente.“Crot” e “nevere”, in Svizzera, coesistono con abitazioni a pianta rettangolare. Ma anche altrove non c'è una tipologia unica: nel Carso (di cui Sergio Gnesda è uno dei più attenti studiosi) troviamo, in una stessa area, “casite” rotonde o quadrate. Oggi è difficile stabilire le fasi storiche e le modalità con cui le due forme, circolare e quadrangolare, si siano diffuse e succedute, poiché gli edifici di entrambi i tipi tuttora esistenti, nella maggior parte delle zone, sono di origine recente, per cui gli studiosi sono assai cauti nel pronunciarsi.

Sulle Alpi Occidentali, invece, tranne la Liguria e pochi casi segnalati per il Biellese e la Valle d'Aosta, gli insediamenti montanari, di fondovalle o d'alpeggio, sono rigorosamente modellati sulla forma di parallelepipedo, compresi i veilin, a meno che fossero costruiti sotto una roccia (“balma”). La struttura a base rettangolare con tetto spiovente, segnala il Micati, era sicuramente più difficile da realizzare rispetto al tholos in pietra a secco, non foss'altro perché le maggiori dimensioni imponevano muri più robusti per sorreggere il peso del tetto. L'introduzione di tale modello (che potremmo definire “razionalistico”) di maggiori dimensioni può dipendere in parte dalla diffusione dell'allevamento bovino, in epoca relativamente recente. La copertura poteva essere, secondo le zone in lose o piode di pietra o scandole di legno. Se il tholos predomina in aree dove scarseggiava o mancava il legname da costruzione, come nel Sud Italia e nelle regioni mediterranee ad allevamento ovino, questa seconda tipologia prevale in climi più rigidi, ad allevamento bovino (anche in aree rurali), e più evolute economicamente.


Baite all'alpeggio del Crot di mezzo (Chialamberto) in Val Grande di Lanzo

Non solo il clima o la disponibilità e qualità dei materiali determinarono le scelte architettoniche dei montanari, ma anche le differenze di storia e di cultura. Sappiamo ad esempio che, nelle zone alpine occidentali, con la graduale crisi della gestione comunitaria dei pascoli, venne meno la sostanziale uguaglianza economica. I Comuni, come nel caso della Val Chiusella, impossibilitati a fronteggiare le esorbitanti tasse e contribuzioni di guerra, furono costretti a vendere parte dei loro pascoli collettivi ai privati. Altrettanto avvenne nelle Valli di Lanzo, dove i ricchi borghesi fecero a gara, ancora nel 1800, a farsi infeudare dai Savoia di un terreno dopo l'altro, fino a raggiungere l'estensione sufficiente a garantire l'acquisto di un titolo nobiliare. I più redditizi bovini finirono per soppiantare l'allevamento ovino, anche presso i “particolari”. Questo pose un problema edilizio non indifferente, specie in alpeggio: non bastavano più le modeste stalle a volta né era sufficiente puntellare il lungo soffitto con una o più travi (“candeile”), per cui furono introdotti massicci pilastri di pietre e le “coustane” (travi più robuste) nei soffitti del tetto.

L'uso del legno per edifici più complessi fu probabilmente introdotto sulle nostre Alpi da genti germaniche, alcune provenienti dalla Svizzera (la quale lo avrebbe appreso dalla vicina Baviera). Casi noti sono le valli di Gressoney e del Sesia, abitate dai Walser, ed il Bellunese. Di solito, su un basamento di pietra, si costruiva la parte in legno, incastrando sapientemente i tronchi. Inoltre c'erano ampi balconi coperti, per l'essiccazione del fieno e della segala. Tuttavia, se questa era la tipologia più diffusa in area germanica, il sistema poteva essere capovolto. Ancora il Gschwend segnala che in certe valli svizzere, dove esistevano importanti miniere, fu imposto dai governanti locali l'uso della pietra, per riservare il legname alla produzione di carbone per forni e fucine.

Anche le Valli di Lanzo furono per i Savoia importanti serbatoi minerari: Mezzenile, Forno di Lemie, Pertusio, Groscavallo, Forno Alpi Graie furono solo alcuni dei centri di fusione, con relative fucine per la lavorazione. La produzione del carbone portò, tuttavia, ad un disboscamento tale, che fu poi una causa dell'abbandono, già in tempi lontani, delle attività estrattive. Anche da noi, quindi, l'utilizzo quasi esclusivo della pietra per stalle ed abitazioni potrebbe esser dipeso da una situazione analoga a quella svizzera. Gran parte degli edifici in pietra rimasti, però, risalirebbe al 1800, che fu un'epoca di ripresa edilizia e di innovazioni. Una di queste dovette essere (cessata l'attività mineraria) un più ampio utilizzo del legno, di cui è testimonianza il passaggio ad architravi lignei, per porte e finestre, più economici e più facili lavorare.


Costruire nelle Valli di Lanzo

Il Micati segnala, per l'Abruzzo, l'intervento di manodopera specializzata solo per gli edifici di maggior impegno, mentre per le sedi temporanee più modeste ognuno si aggiustava da sé, magari imitando i lavori altrui. Altrettanto avveniva nelle Valli di Lanzo, specie negli alpeggi ed nelle “muande”. Mi ha spiegato il signor Pietro Tetti che un po' tutti i montanari, in gruppo, erano in grado di costruire gli edifici più semplici, in genere lavorando “a rendere”, cioè scambiandosi la collaborazione da una sede all'altra. Ci furono famiglie di margari-muratori che avevano acquisito esperienza e maestria e svolgevano insieme le due mansioni, costruendo anche per altri. Fu il caso della famiglia dei Genotti di Chialamberto, proprietaria di uno degli alpeggi più estesi, San Bernè, dove ha lasciato anche i magistrali “bonhom” che caratterizzano il luogo.

In passato, nelle nostre valli, operò tuttavia anche manodopera specializzata venuta da fuori. La tradizione racconta di una famiglia bresciana, i Penna, che divennero i “Piüma” e, per estensione, diedero nome ad una delle innovazioni introdotte, la spina di pesce (“opus spicatum”). A loro sembra vada ascritta anche la realizzazione di pareti esterne ad angolo arrotondato, per adattare le case allo spazio disponibile.


Val Grande di Lanzo, salendo a Litiea (Cantoira), caratteristico scialè di accesso ad una cengia

Lo studio architettonico delle Valli di Lanzo, purtroppo, si basa quasi esclusivamente su edifici ottocenteschi, sorti con l'ultima espansione demografica. La tipologia comune è l'edificio unico a pianta rettangolare e tetto a due spioventi (“pantaleri”), orientato in funzione dell'esposizione al sole. Nel complesso tali strutture mostrano caratteristiche uniformi, senza particolari varianti, salvo quelle legate a spazi o necessità particolari. In rari casi, ad esempio a Vonzo, il tetto aveva una falda più ampia retta da una o due colonne. Al pianterreno si trovavano la cucina (“cà da fià”) e la stalla (“stabbi”, “bou”). Quest'ultima, che in passato comunicava mediante una botola (“trapa”) con il soprastante fienile (“tappoul dou fen”), comprendeva due parti: l'acciottolato per gli animali (“sterni”) e lo spazio per le persone (“sieciou”), separati dalla “cunci”, il canalino dove confluiva lo sterco. Del primo piano, contigua al fienile, in tempi abbastanza recenti, entrò a far parte la camera da letto (“chambra”), sopra la quale c'era il solaio (“soulè”).

Le pareti esterne erano ben spesse, in blocchi lavorati e, a differenza dei tholos, disposti a “cours” (file, strati) ben ordinati, come pure in “muande” ed alpeggi. Le pietre angolari (“cantounal”) di solito erano più grandi e robuste. Per rafforzare le pareti, in punti come gli stipiti, si inserivano le passanti (“passoire”), lastre disposte in lunghezza verso l'interno, o si collocavano dei travi orizzontali per stabilizzare un tratto di muro meno regolare. Specie sopra le finestre si piazzava spesso l'arco cieco, per distribuire il peso della parete sugli strati sottostanti. Risale a tempi lontani l'uso, come legante, di argilla o di calce. L'intonaco esterno fece la sua comparsa tra '700 ed '800.

Porte e finestre erano rigorosamente di forma rettangolare, talvolta a strombo, con architravi (“listal”) quasi sempre in legno. Quelli in pietra erano piuttosto rari, salvo negli alpeggi dove non c'era legname e si usavano per motivi economici. Le abitazione mancano di finestre ad arco, di cui si nota qualche esemplare in bassa valle, ad esempio a Mezzenile e frazioni (Balma, Boison): probabilmente fu un'innovazione recente, che non riuscì a raggiungere i paesi a quota più elevata. Lo stesso vale per i loggiati, che sono l'elemento caratteristico del Canavese e della Val Chiusella.

Il tetto era la parte più complessa da realizzare. L'inteleiatura era costituita dalla robusta trave portante (la “fresta”), coperta superiormente con una fila di lose (“frestuleri/frestà/coulmà”), e da tronchi minori (“cantè/chantè”) paralleli tra loro, fra i quali, a metà, si poggiavano le “coustane”. Molto attente dovevano essere la scelta e la collocazione delle lose di copertura. Le irregolarità in superficie (“trüc”) venivano staccate con “scoupel” e “maciocc” (martello di legno). I primi due “curs” (file) degli spioventi, la “subrunda” e la “sarǘ”, e soprattutto le quattro lose angolari (“cantunal”), dovevano essere di maggiori dimensioni. Naturalmente, pur con tutte le cure, era poi necessaria la manutenzione, la cui mancanza, ai nostri tempi, ha portato a tanti malinconici crolli.







Nell'impossibilità di farlo singolarmente, ringrazio tutti gli studiosi che mi hanno aiutato con preziose indicazioni. Sono grato altresì ai signori Pietro Tetti e Pierino Losero per le loro informazioni (N.d.A).


L'articolo è comparso a suo tempo sulla rivista "Panorami", di cui si ringraziano Direttore e Redazione per la gentile concessione.

 

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