Megalitismo

I megaliti del Circeo e di Alatri

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25 Marzo 2020
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Le mura ciclopiche del Circeo, Lazio
Le mura ciclopiche del Circeo, Lazio

Riflesso dello splendore della città celtica di Rama


Tra gli enigmi che accompagnano la storia della civiltà umana, uno tra i più affascinanti e misteriosi è rappresentato sicuramente dalla presenza dell’architettura megalitica.

Il fenomeno planetario del megalitismo rappresenta uno di quei temi di ricerca che intriga e appassiona gli studiosi di confine, avventurosi e insoddisfatti ricercatori indipendenti che mantengono intatto lo spirito e il significato di una libera ricerca svincolata dalle ipoteche della scienza accademica.

L’archeologia e l’antropologia ortodossa hanno infatti affrontato il tema rifiutando di vedere la sua inspiegabile portata planetaria, liquidandolo come un fenomeno riconducibile a semplici espressioni culturali specifiche del contesto storico locale in cui di volta in volta si manifestava, perdendo così interesse nello studiare approfonditamente il fenomeno e cercare una spiegazionereale alla natura e alla funzione del megalitismo.

Questo atteggiamento di discredito nasce dal fatto che l’evidenza di un fenomeno culturale così vasto e ricco di punti interrogativi mette seriamente in discussione le certezze accademiche su cui queste discipline basano le loro verità.

Al centro di questa opera di disinformazione c’è soprattutto la ferma convinzione da parte dell’archeologia che nel periodo storico in cui il megalitismo ha cominciato a comparire, circa dal  9500 a.C., diffondendosi poi in fretta in ogni angolo del pianeta, non erano presenti civiltà evolute sul pianeta, per cui i siti megalitici sono stati per lo più considerati semplicemente in funzione della pratica locale del culto dei defunti.

Eppure testimonianze archeologiche, tanto per citarne alcune fra le più famose, come Stonehenge e Carnac in Europa, Gobekli Tebe in Turchia, detta la Stonehenge dell’Asia e forse la più antica, Balbek nel Medio Oriente, gli insediamenti del Tibet e oltreoceano le meraviglie megalitiche andine di Machu Pichu e Cuzco, mettono invece in evidenza una fitta rete planetaria di reperti megalitici che lascia intuire una probabile e naturale connessione tra loro e quindi un’origine culturale comune.

In questo scenario globale anche il nostro territorio italico recita un ruolo di primo piano e sorprendentemente si rivela ricchissimo di testimonianze archeologiche plurimillenarie riconducibili all’antica civiltà megalitica.

Anzi, studiando il cuore di alcune leggende locali e di miti europei come quello di Fetonte o del Graal, non è azzardato affermare che fu proprio una regione del Nord Italia, un’area compresa tra l’attuale città di Torino e la Valle di Susa nel Piemonte, una delle culle di questa misteriosa cultura megalitica.

Le mura megalitiche di Alatri, Lazio
Le mura megalitiche di Alatri, Lazio

Il riferimento è alla leggenda della città di Rama, come vedremo oggi divenuta una concreta realtà, un insediamento megalitico estremamente vasto risalente ad un’epoca talmente remota che gli interpreti di questa rappresentazione mitologica, secondo quanto tramandato, mostravano  addirittura fattezze non umane. Rama sarebbe sorta, secondo la leggenda, a seguito di un evento straordinario di natura aliena che coinvolse la Terra: la discesa sul pianeta, in una regione corrispondente alla confluenza dei fiumi Po (una volta chiamato Eridano) con la Dora, in Valle di Susa, di un’entità divina che apportò agli esseri viventi dell’epoca conoscenza e saggezza.

Il contatto con questo elemento alieno, avrebbe dato origine ad una tradizione iniziatica per trasmettere e non disperdere la conoscenza che gli esseri viventi con cui era entrato in contatto avevano appreso.

Stiamo parlando della leggenda druidica di Fetonte, narrata nelle “Metamorfosi” di Ovidio, poeta latino di Sulmona vissuto intorno al 30 a.C., e che sembra coincidere con il mito greco dei primi Dei raccontato da Platone, che cita a sua volta la leggenda nel suo “Timeo”, secondo cui questi si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora.

Rama e il suo mito hanno lasciato nel corso del tempo numerose tracce e influenzato culturalmente l’Europa dell’epoca, e non solo, e attraverso i millenni sono giunti in tutto il loro fascino e mistero ai nostri giorni.

Le tracce della sua esistenza sono state individuate e portate in luce dalle ricerche di Giancarlo Barbadoro, un ricercatore indipendente che per primo si interessò al fenomeno già a partire dagli anni’70 e che ha dedicato tantissimo tempo della sua vita alla ricerca e alla divulgazione del patrimonio culturale e spirituale che, secondo le fonti da cui attingeva, Rama custodiva, dando vita ad una ricca produzione di libri, articoli e pubblicazioni sull’argomento che oggi, dopo la sua recente scomparsa, sono ripresi e continuati dalla sua compagna di ricerche Rosalba Nattero, attuale presidente dell’Ecospirituality Foundation.

Oggi molti ricercatori cavalcando l’onda del rinnovato interesse per il mito di Rama sull’impulso degli studi di Giancarlo Barbadoro si sono messi anche loro sulle sue tracce, senza possedere però né una chiave interpretativa globale del fenomeno né delle fonti attendibili da cui attingere, con il risultato di diffondere elementi sulla cultura di Rama molto approssimativi, e in alcuni casi addirittura fuorvianti.

Un aspetto della leggenda di Rama molto indicativo e importante per il tema del megalitismo in questione è rappresentato dal fatto che l’insegnamento di Fetonte avveniva all’interno di un recinto, un’area protetta, realizzato con un cerchio di grandi pietre che egli fece erigere con l’aiuto dei due suoi servitori di metallo dorato: il primo grande “cromlech” (letteralmente cerchio di pietre) della storia del pianeta!

Successivamente questo “nucleo architettonico” iniziale fu ingrandito attraverso l’edificazione di un complesso megalitico vastissimo che aveva la funzione di protezione e di accoglienza per tutte le genti che giungevano in pellegrinaggio da ogni parte del pianeta per visitare il luogo dell’incontro con l’entità aliena.

Mappa settececentesca nell’Archivio di Stato indicante le Rovine di Rama e il Rivo di Rama
Mappa settececentesca nell’Archivio di Stato indicante le Rovine di Rama e il Rivo di Rama

Questo mito sembra avere sorprendenti punti in comune con tantissimi miti e leggende del cuore tradizionale di molti popoli nativi di tutto il pianeta, da quelli aborigeni australiani che riguardano la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della Fiamma che diedero vita al “Dreamtime”, a quelli della saga dei mitici dei nordici degli Asi, progenitori dell’umanità, senza considerare poi le incredibili analogie con la mitologia dei Nativi Americani presenti nelle leggende del dio barbuto del Meteor Crater in Arizona, che discese dal cielo per apportare conoscenza alla tribù degli Hopi, o a quelle, sempre appartenenti agli Hopi, che descrivono la natura dei Katchina, anch’esse entità portatrici di conoscenza e di cui ancora attendono il ritorno. O ancora, delle popolazioni dell’America centrale che conservano il ricordo dell’incontro tra gli uomini e gli dèi VacubXachix e Quetzcoatl, e di quelle cinesi che narrano negli antichi testi le vicende del dio Houang-ti, il cui incontro con l’umanità di allora sembra rispecchiare fedelmente, per le modalità con cui si svolse, quello di Fetonte in Valle di Susa, o infine a quelle presenti nella cultura africana del popolo Bassa che conserva il ricordo mitologico delle vicende del dio vivente Nyambé, l'antico degli antichi, che si manifestò al principio dei tempi presso la montagna di Ngog Lituba, apportando conoscenza, pace e protezione all’umanità che egli stessi aveva creato.

Infine, come non citare le similitudini con la narrazione degli Elohim della cultura ebraica e della leggenda del Graal della cultura medievale europea che per gli elementi che racchiude sembra essere una diretta derivazione, se non una rivisitazione allegorica, di quella di Fetonte.

Ma cosa rimane oggi del mito di Rama?

E di quali eventuali evidenze storiche possiamo avvalerci per affermarne l’effettiva esistenza?

Prima di addentrarci nel complesso e variegato scenario che le tracce di Rama hanno prodotto nel tempo è doveroso partire dal primissimo importante indizio che si incontra nella ricerca della conferma della sua esistenza: la presenza tra le popolazioni che ancora oggi si autodefiniscono famiglie celtiche, residenti nelle valli che furono interessate, secondo la leggenda, dall’insediamento di Rama, quelle di Lanzo e Susa, di un ricco patrimonio di leggende, aneddoti e, sembrerebbe, oggetti sacri che si riferiscono a quell’epoca leggendaria. Altro curioso elemento presente in quelle regioni e in quella adiacente d’oltralpe, la Valle Durance, è la presenza nell’attuale toponomastica di località che conservano con precisione o con forti assonanze riferimenti al nome Rama.

Scritta della coppa votiva in argento di epoca romana ritrovata sul Lago di Bracciano che reca incise le località del pellegrinaggio da Cadice a Roma comprendente il nome della località Rama
Scritta della coppa votiva in argento di epoca romana ritrovata sul Lago di Bracciano che reca incise le località del pellegrinaggio da Cadice a Roma comprendente il nome della località Rama

Da dove derivano questi retaggi così evidenti?

Addentrandoci nel vivo del mito e delle leggende raccolte da Giancarlo Barbadoro, anche con il supporto di concreti elementi storici ed archeologici reperiti con la sua ricerca, è possibile ricostruirea grandi linee la storia di Rama, individuando tre ere precise che si sono snodate in un arco temporale di parecchi millenni.

Per individuare l’inizio del processo storico di Rama bisogna premettere che dopo il commiato di Fetonte, sempre secondo la leggenda, i suoi primi allievi avrebbero edificato un santuario, il Santuario del Fuoco, ricavandolo all’interno di una grotta sacra situata alle falde del Monte Rocciamelone, la montagna sacra posta a cavallo tra le valli di Lanzo e di Susa, in cui dopo la sua partenza avrebbero conservato le sue reliquie e la grande ruota forata d’oro con cui il dio aveva trasmesso loro la sua conoscenza.

A seguito della diffusione della scienza e dell’esperienza acquisita, avviata dai suoi allievi lungo varie direttrici che raggiunsero tutto il pianeta, sulle terre fertili del bacino del Mar Nero sorse e si sviluppò una civiltà molto progredita grazie all’opera cementante degli Ard-rì, questo il nome con cui  vennero chiamati coloro che per primi incontrarono gli insegnamenti di Fetonte; possiamo considerarli i primi druidi della storia e artefici della primigenia civiltà dei Celti che riuscirono grazie alla loro conoscenza e saggezza a rendere coese fra loro le diverse tribù che popolavano quelle terre.

Questa civiltà per millenni sviluppò su quelle terre edeniche una convivenza tra le diverse etnie secondo principi di pace e armonia con la natura, raggiungendo un grado di civilizzazione evolutissimo e sviluppando la conoscenza dell’architettura megalitica.

Nel frattempo intorno al primigenio santuario sorse un centro abitato con la funzione di ospitare i numerosi pellegrini che lì giungevano da ogni parte del pianeta per incontrare il dio di cui si era sparsa la fama, dando vita così al primo nucleo urbano di Rama.

Veduta dall’alto dell’Acropoli di Alatri la cui forma rispecchia la costellazione dei Gemelli
Veduta dall’alto dell’Acropoli di Alatri la cui forma rispecchia la costellazione dei Gemelli

Moltissimo tempo dopo, verso il 10.000 a.C., la leggenda narra che furono proprio le popolazioni provenienti dalla civiltà del Mar Nero, le cui origini, come abbiamo visto, risalivano molto tempo indietro proprio all’opera di divulgazione dei primi allievi di Fetonte che lì erano giunti, a edificare secondo una tecnica costruttiva che derivava direttamente dalle conoscenze del dio, la cinta muraria megalitica del primo nucleo urbano di Rama, avente una funzione protettiva.

Nasceva così la prima Rama, chiamata anche la “Città del Sole”.

In seguito, diversi millenni dopo, verso il 4000 a.C., assistiamo all’arrivo su quelle terre di una popolazione proveniente anch’essa dall’area del Mar Nero, i mitici Pelasgi.

Giunsero in quella regione a seguito della migrazione cui furono forzatamente sottoposti a causa degli sconvolgimenti ambientali che subirono in seguito alla tracimazione, presso il Bosforo, del Mediterraneo nel Mar Nero con la conseguente repentina inondazione delle terre che popolavano.

La diaspora che furono costretti ad intraprendere, secondo le stime di autorevoli studiosi antropologi e prendendo a riferimento anche il mito del Diluvio di Deucalione, che sembra descrivere perfettamente quanto accadde in quelle terre, risale a circa 6.500 anni or sono e quindi coinciderebbe con quanto descrivono le leggende di Rama sul periodo storico in cui comparvero i Pelasgi sui luoghi su cui sorgeva la mitica città.

Della catastrofe accaduta in quella regione e della migrazione del popolo che ospitava che si spinse fini oltre le Alpi fa menzione anche Timagene, scrittore e storico greco antico vissuto nel I secolo a.C. che si occupò nei suoi studi anche delle tradizioni delle popoli del Nord Europa che condensò nella sua raccolta di tradizione druidiche.

Le mura di Rama rinvenute nel 2007 in Val di Susa, Piemonte
Le mura di Rama rinvenute nel 2007 in Val di Susa, Piemonte

In un prezioso testo italiano pubblicato nel 1840 da Angelo Mazzoldi  “Delle origine italiche” viene infatti riportato il senso di quanto affermato da Timagene nel suo testo:”Le tradizioni Druidiche raccolte da Timagene indicavano come vedemmo che i primi semi di civiltà recati nel Settentrione si dovessero ad una gente cacciata di patria da una innondazione e colà giunta parte per terra per la via dell'Alpi, e parte per mare per la via del Reno; e tutte le memorie antichissime delle città sparse pei bacini della Brenta, del Po, e del Ticino attestavano che la loro fondazione si dovesse ai Tirreni([…])che valicati gli Appennini avevano quei luoghi , colla sapienza di loro arti asciugati, ridotti a bella e lieta cultura, e popolati”, dove per Tirreni si deve intendere l’altro nome di natura italica con cui venivano indicati i Pelasgi.

Fu questo misterioso popolo, di cui gli studiosi si affannano invano a trovare un’origine e un’identità certa, comparso pressochè all’improvviso sulla ribalta europea e altrettanto misteriosamente scomparso nel nulla in un arco temporale brevissimo, a edificare la Rama megalitica di cui oggi noi ereditiamo il mito, la Seconda Rama chiamata anche la Città del Drago.

La loro terra d’origine per quel che se ne sa, si può individuare nell’area del bacino del Mar Nero che furono costretti ad abbandonare a causa del cataclisma che abbiamo appena visto.

Provenendo da quella regione in cui si era stanziata già da millenni una civiltà incentrata sulla cultura ereditata dal contatto con il dio Fetonte, avevano sicuramente assorbito nel tempo la conoscenza evoluta e la tecnologia molto progredita in materia di architettura megalitica che questa possedeva.

Il flusso della loro migrazione forzata seguì tre direttrici principali, una rivolta verso le terre del Nord dell’Europa, raggiungendo le antiche popolazioni partite molto tempo prima da quella regione, che lì si erano insediate in seguito alla sopraggiunta necessità di esplorare nuove terre, dirigendosi verso le regioni che erano affiorate dallo scioglimento dei ghiacci dopo la fine dell’ultima glaciazione; la seconda si diresse verso l’Asia, in India, e lì si stanziò dando vita insieme alle popolazioni neolitiche locali alla civiltà degli Ariani.

Particolare delle mura del Circeo simili a quella di Rama
Particolare delle mura del Circeo simili a quella di Rama

La terza, quella che ci riguarda più da vicino in questo percorso, si snodò lungo la direttrice del Mar Mediterraneo orientale fino a giungere, valicando le Alpi, nella Prima Rama, lasciando dietro di sé numerose tracce del loro flusso migratorio.

Un curioso indizio che potrebbe essere un riscontro dell’insediamento dei Pelasgi in questa regione della Valle di Susa si trova nella preziosa raccolta di leggende, diari di viaggio, cronache locali del territorio valsusino che costituiscono il libro scritto dalla ricercatrice Matilde dell’Oro Hermil nel 1893 dal titolo Roc Maol (il Rocciamelone) e Mompantero (una piccola località alle sua pendici).

Nel libro, frutto di un suo itinerario di viaggio e di ricerca nella regione,  oltre a citare chiaramente e con assoluta certezza l’esistenza di una mitica città ciclopica chiamata Rama, annota con stupore il ricordo ancora vivo tra le genti di Mompantero di leggende antichissime che raccontavano la presenza nel territorio in epoche immemorabili di una popolazione misteriosa dai connotati somatici tipicamente mediorientali, con la pella scura, chiamati in gergo locale “sarasini”; queste genti erano dediti alle arti magiche e in possesso di conoscenze tecnologiche e metallurgiche talmente superiori da suscitare molti secoli più  tardi l’interesse dei Romani, che giunsero nella regione alla ricerca dei segreti che questo popolo, secondo le leggende che circolavano al tempo, aveva nascosto nella valle. Che cosa i Mompanterini intendessero con quel termine rimane un mistero, anche se potrebbe avere vaghe assonanze con il termine “saraceno” usato indicativamente per definire popolazioni provenienti da Oriente, comunque non certo locali.

La Seconda Rama ebbe il tempo di svilupparsi divenendo un enorme agglomerato ciclopico che si estendeva dalla Valle di Susa fino in prossimità dell’odierna Torino, raggiungendo un altissimo livello di civiltà che rimase impresso indelebilmente nel mito che è giunto ai giorni nostri.

Da quanto emerge dal corpus delle leggende a noi pervenute, la Seconda Rama fu in seguito oggetto di distruzione a causa della sua occupazione intorno al 600 a.C. da parte di un popolo proveniente da Sud che viene individuato nelle cronache del tempo come gli Etruschi.

Il loro intervento costrinse i Pelasgi della Seconda Rama a fuggire riparando sia al Nord oltralpe che a Sud tornando sulla via del Mar Tirreno da cui probabilmente erano giunti.

Particolare della guida francese “Notice de l’ancienne Gaule” che cita Rama
Particolare della guida francese “Notice de l’ancienne Gaule” che cita Rama

Rama successivamente, intorno al 400 a.C., si risollevò grazie all’opera di ricostruzione dei Gallo-Celti transalpini che a loro volta cacciarono gli Etruschi e rifondarono la città che divenne così la Terza Rama.

Ma la sua vita era destinata a durare poco perché alcuni secoli dopo, verso il 200 a.C. giunse l’occupazione romana che provocò il saccheggio della città e la spoliazione definitiva delle grandi pietre che come silenziose sentinelle di un passato glorioso ed edenico avevano sfidato fino ad allora il tempo e le forze della natura.

In questa delicata fase l’ancestrale santuario primigenio venne occultato e le reliquie antiche appartenenti all’era mitica di Fetonte, all’epoca ancora esistenti, vennero messe al riparo all’interno di caverne naturali della sacra montagna del Rocciamelone e protette da un misterioso sistema di difesa con il quale gli stessi Romani, così come tutti gli avventori che si sono succeduti nel tempo, si scontrarono nel tentativo di recuperare il mitico tesoro di quel popolo di cui avevano sentito parlare attraverso le leggende dell’epoca,che citavano anche preziose miniere da cui i Pelasgi estraevano un misterioso minerale.

Questi indizi lasciano supporre che i Romani conoscessero, almeno in parte, la storia di Rama e il fatto che questo territorio rientrasse in qualche modo nella sfera di influenza di Roma lo possiamo dedurre da un singolare ritrovamento archeologico avvenuto sulle sponde del Lago di Bracciano, vicino Roma, costituito da 4 bicchieri o coppe votive in argento che recano incise sulla loro superficie i nomi di tutte le località dell’epoca che rappresentavano le tappe dell’itinerario di pellegrinaggio da Cadice, in Spagna, fino a Roma. Fra queste è presente sorprendentemente anche il nome Rama, con tanto di distanza chilometrica dalla località precedente.

E a proposito di itinerari e percorsi è indiscutibilmente importante a suffragio dell’esistenza della mitica città di Rama la testimonianza rappresentata da una cartina geografica risalente ad un periodo compreso tra la seconda metà e la fine del Settecento (l’Archivio di Stato la data infatti fra il 1764 e il 1797), redatta nel periodo sabaudo da un cartografo per un’operazione di censimento, che indica delle “Rovine di Rama” in prossimità di un corso d’acqua chiamato “Rivo di Rama”; questa mappa probabilmente fu vista dalla stessa scrittrice Matilde dell’Oro Hermil, che la cita nel suo libro.

Altrettanto importante è la collocazione di una località chiamata  Rama nel dipartimento francese di Hautes-Alpes stesa dal cartografo J.-B. B. d’Anville in una guida francese  più o meno nello stesso periodo (“Notice del’ancienneGaule”).

E’ curioso notare come in queste località siano rimasti ancor oggi toponimi che fanno riferimento al nome Rama.

A conferma del fatto che i Pelasgi siano stati in qualche modo strettamente implicati con le vicende storiche di Rama possiamo addentrarci proprio nel tema di fondo di questo articolo, il fenomeno del megalitismo.

I Pelasgi infatti erano degli straordinari edificatori di complessi megalitici, custodi di una conoscenza tecnologica forse ereditata dall’antica civiltà del Mar Nero, da cui probabilmente discendevano, che, come abbiamo visto, era stata l’artefice dell’edificazione della Prima Rama.

Particolare delle mura di Roselle (GR) che ricordano quelle di Rama
Particolare delle mura di Roselle (GR) che ricordano quelle di Rama

Sia nella prima fase della migrazione che furono costretti ad affrontare dopo il cataclisma dell’inondazione delle loro terre, in cui si diressero verso il bacino del Mediterraneo insediandosi nelle terre dell’Italia meridionale, centrale fino a contribuire alla fondazione di Roma, e sia nella Sardegna e Corsica, che in quella posteriore avvenuta con la cacciata dalle terre di Rama da parte degli Etruschi, i Pelasgi danno vita un po' ovunque all’edificazione di città-stato di cui sono giunte a noi moltissime imponenti vestigia.

Esistono anche delle teorie sulle origini dei Pelasgi portate avanti da scienziati intorno agli anni ’30 del XX secolo che rasentano il mito ma che attribuiscono invece a questo popolo un connotato italico autoctono, affermazione basata sull’esistenza in un’era ancestrale di una enorme terra che occupava l’attuale bacino del Mar Tirreno, di cui il promontorio del Circeo (situato tra Roma e Latina) le Isole Pontine, la Sardegna e la Corsica sono ciò che resta di essa dopo lo sprofondamento nel Mar Tirreno a causa di una devastante eruzione vulcanica. Si tratta della mitica Tirrenide, versione italica della misteriosa Atlantide?

Secondo questa ipotesi la migrazione dei Pelasgi verso Nord, fino a giungere nella Pianura Padana e a sud verso le coste africane fu causata da questo traumatico evento naturale.

Comunque siano andate le cose, questo mitico popolo è sempre stato descritto come molto evoluto, portatore di una conoscenza superiore, che viveva in armonia con la natura e che ci ha lasciato delle testimonianze archeologiche davvero incredibili della propria sapienza.

In moltissime località del Lazio, ad esempio, ancora oggi sono visibili delle mura megalitiche possenti che cintano delle aree sacre. Nell’acropoli del Circeo in particolare, come in quella di Alatri (località in provincia di Frosinone nel Lazio sud-orientale) si rimane completamente stupiti davanti alla complessità e alla straordinaria bellezza e precisione con cui sono stati assemblati blocchi di pietra monolitici del peso di 200 tonnellate senza l’utilizzo di malte cementanti e in un’epoca in cui secondo la scienza ortodossa non esistevano culture in grado di realizzare opere di simile portata.

Entrambi i siti megalitici conservano il fascino e la maestosità che dovettero sicuramente emanare appena costruiti, e loro presenza lascia trapelare l’ingegnosità e la grande organizzazione sociale che deve essere stata messa in atto per la loro edificazione: elementi che richiedono chiaramente un grado di civiltà notevole, anacronistico rispetto allo scenario storico descritto dall’archeologia accademica per quel periodo.

Il fenomeno del megalitismo nell’Italia centrale non finisce mai di stupire perché sono stati ritrovati tantissimi siti analoghi, anche se alcune volte meno imponenti, in moltissime località laziali, della Toscana meridionale e dell’Abruzzo.

La sezione aurea presente nell’Acropoli di Alatri
La sezione aurea presente nell’Acropoli di Alatri

Studiando la relazione che si poteva individuare tra tutti questi insediamenti megalitici creati dai Pelasgi si è potuto scoprire con grande sorpresa che questo popolo aveva anche conoscenze astronomiche straordinarie che permisero loro di edificare una rete di città rispecchiando fedelmente la forma geometrica di alcune costellazioni, quella del Leone, del Toro e dei Gemelli;  infatti nella proiezione cartografica queste località se unite tra loro da linee immaginarie definiscono perfettamente la rappresentazione di questi elementi astronomici.

Un altro fattore  assolutamente straordinario racchiuso nella edificazione dell’Acropoli di Alatri e la scoperta che essa è stata realizzata secondo i canoni della sezione aurea, un principio matematico universale basato sull’armonia dei rapporti tra le parti che compongono un oggetto espressa da un  preciso numero.

Da dove provenisse questa incredibile conoscenza possiamo solo ipotizzarlo, prendendo ancora una volta a riferimento l’arcaica relazione che questo popolo aveva con l’antica civiltà druidica del Mar Nero e con l’epoca della Seconda Rama.

Lo straordinario ritrovamento nel 2007 dei resti di imponenti e ben conservate mura megalitiche nell’area precisa in cui le leggende custodite dalle famiglie celtiche delle valli piemontesi ubicavano la città di Rama, avvenuto ad opera di alcuni ricercatori dell’Ecospirituality Foundation sulle tracce della mitica città in base agli studi di Giancarlo Barbadoro, ha sottratto definitivamente, similmente a quanto accadde  per il destino della leggendaria Troia, l’eco di Rama al mito per restituirla finalmente alla storia.

Le mura appaiono ben diverse per imponenza, tecnica costruttiva e ubicazione da quelle che vengono mostrate in alcuni video che circolano in rete indicate come le autentiche rovine della mitica città megalitica.

L’importanza di questa scoperta è enorme, non solo perché potrebbe essere la prova decisiva della sua esistenza, ma anche perché attraverso la tipologia costruttiva delle mura ritrovate è stato possibile dedurre quanto fosse vasta l’influenza culturale che Rama esercitò nel mondo di allora; ha curiosamente infatti messo in luce un’imprevedibile analogia con le opere megalitiche presenti nel Lazio, e in particolare con quelle del Circeo e di Alatri, e nella Toscana meridionale con le mura di Roselle.

Stupisce infatti riscontrare in tutti questi siti la stessa tipologia di taglio delle pietre, l’imponenza delle dimensioni e l’assemblaggio, e l’evidenza di queste analogie fa intendere che le culture che li espressero avevano dei caratteri in comune nonostante la distanza che li separava nel tempo e nello spazio.

Particolare delle mura di Roselle (GR)
Particolare delle mura di Roselle (GR)

Un altro elemento che lega in modo sottile ma significativo la storia di Rama a quella del Circeo e delle città megalitiche del Lazio è un fattore storico molto particolare che per essere colto nella sua importanza richiede di fare un passo indietro e ritornare per un momento all’era arcaica di Rama, quella legata all’epoca del dio Fetonte. Costui infatti con l’intento di conservare e tramandare nel tempo gli insegnamenti trasmessi alla prima consorteria sciamanica, diede vita a una comunità iniziatica che da quel momento storico operò incessantemente nei molti millenni a venire sia alla luce dei vari contesti secolari che si sono succeduti, sia tra le pieghe della storia nei momenti in cui fu necessario proteggere la conoscenza di cui era custode.

Sono state diverse le manifestazioni storiche di questa società iniziatica, quelle più vicino a noi temporalmente sono da individuare nel popolo dei Catari e poi nei Templari, accomunati purtroppo da una tragica fine, e il cui sviluppo storico avvenne nelle terre che furono di Rama. Con questa premessa e dopo l’accostamento tra la cultura di Rama e quella pelasgica del Circeo e di Alatri attraverso l’elemento architettonico del megalitismo, sorprende ora constatare che in queste due località, come del resto in numerosissimi luoghi laziali, si trovano anche evidenti tracce della presenza dei Cavalieri del Tempio. Una semplice coincidenza? O retaggio di una tradizione e di una cultura messa in moto in tempi ancestrali dalla civiltà di Rama e che instancabilmente si è snodata tra le quinte della storia per manifestarsi secolarmente di volta in volta nei vari luoghi resi sacri dal cammino itinerante della tradizione?

Se Rama ha avuto un cuore pelasgico, al cospetto delle meravigliose opere rappresentate dalle acropoli del Circeo e di Alatri possiamo ancora oggi, nel silenzio che la loro maestosità infonde, provare a lasciarci suggestionare dall’eco che la loro storia scolpita nella pietra riesce ancora ad evocare, e goderci il riflesso dello splendore di quella dimenticata ma mai perduta civiltà.

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