Megalitismo

Il Megalitismo nel Mediterraneo

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08 Settembre 2011
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Allineamento di menhir a Msoura, Marocco

Alla scoperta delle vestigia del nostro passato sconosciuto


Compiere un viaggio lungo i Paesi che si affacciano nel meraviglioso “Mare Nostrum”, il termine usato dagli antichi romani per definire il Mar Mediterraneo, significa scoprire bellezze naturali, culturali e architettoniche uniche al mondo, aventi caratteri comuni fra loro che definiscono la cosiddetta “cultura mediterranea”.

Tra i fattori tipici che determinano questo filo conduttore ne esiste uno che non viene valorizzato alla stessa stregua degli altri, o per lo più ignorato: il fenomeno del megalitismo.

Della enigmatica cultura megalitica si sa poco o nulla, e quel poco che si conosce si tende a considerarlo un fenomeno storico marginale, appartenente principalmente all’area nord-occidentale dell’Europa; le imponenti e famose strutture di Stonehenge, Callanish, Carnac, bene o male sono entrate a far parte del patrimonio culturale europeo.

Ma il virtuale viaggiatore del bacino mediterraneo non potrà fare a meno di imbattersi in altrettanto imponenti e numerose, e pressoché sconosciute, testimonianze di architetture megalitiche.

Non esiste regione nel Mediterraneo che non conservi vestigia appartenute ad una misteriosa civiltà che ha percorso in tempi immemorabili, proprio secondo lo stesso tracciato che potremmo ipoteticamente ripercorrere oggi, l’intera area mediterranea.

Partendo per un tour virtuale dalla regione dell’Africa occidentale, sia che si compia un itinerario verso est, seguendo i Paesi della costa africana per giungere nel bacino del medio Oriente, o che si risalga lungo la costa mediterranea della penisola iberica fino alle nostre regione italiche, per poi proseguire al loro interno,  ridiscendere verso il Mar Egeo e concludere il percorso sulle sponde meridionali del Mar Nero, si incontreranno disseminati lungo il tragitto incredibili reperti megalitici di varie tipologie.

Se il megalitismo, contrariamente a quanto si crede, è un fenomeno culturale che abbraccia tutto il pianeta, la sua concentrazione nell’Europa e nell’area mediterranea è davvero impressionante quanto misteriosa. Al cospetto degli allineamenti di menhir (grandi pietre infisse nel terreno) presenti a Msoura, nel Marocco, degli imponenti dolmen (camere trilitiche) a Rokmia in Algeria - che non hanno nulla da invidiare a quelli più famosi della Bretagna-, dei circoli megalitici e dolmen a Eles in Tunisia, dei templi maltesi o di Balbeek in Libano, delle colossali mura megalitiche italiche ed egee, delle tombe dei Giganti e dei nuraghi in Sardegna, oppure dei talayot e taulas delle Baleari, le sorprendenti similitudini che si riscontrano in tutti questi insediamenti megalitici sollecitano sempre la stessa la sensazione: l’essere di fronte ad un grande rebus storico ancora irrisolto.


Interno del dolmen di Elles, Tunisia

L’edificazione di un complesso megalitico, anche quello apparentemente più semplice, sottende ad una serie di fattori dai quali non si può prescindere se si vuole cogliere l’essenza della civiltà che lo ha realizzato. Erigere monumenti di grandi pietre richiedeva un immane sforzo sia tecnologico che sociale e di fronte alla grandiosità di queste opere ancora ci sfuggono le motivazioni che hanno spinto l’antico Popolo megalitico a compiere queste colossali imprese architettoniche.

E’ evidente che il megalitismo, essendo un fenomeno planetario, doveva avere per l’epoca significati e utilizzi ben precisi a noi in parte ancora ignoti; è probabile che avesse allo stesso tempo più funzioni: archeoastronomiche, religiose, sociali, terapeutiche, ma appare comunque evidente che dietro l’edificazione di un sito megalitico c’è un pensiero, un impulso culturale, l’esigenza di esprimere e sancire qualcosa che rimanga scolpito nel tempo.

L’architettura delle grandi pietre può essere considerata in un certo senso il biglietto da visita, anche se ingombrante, di una civiltà evoluta e il fatto che sia così diffuso sul pianeta rappresenta una conferma implicita del grado culturale avanzato che poteva esprimere.



La migrazione del megalitismo nel Mediterraneo

La disposizione del megalitismo sul territorio europeo, per compiere uno zoom sul fenomeno di casa nostra, mette in risalto il preciso flusso migratorio di questa antichissima civiltà che sembrerebbe avere usato il mare come veicolo di propagazione.

Forse non è casuale che la maggior concentrazione di insediamenti megalitici in Europa è situata nei Paesi costieri. E’ molto acceso il dibattito sulla direzione della corrente migratoria del megalitismo nel Mediterraneo; alcuni studiosi individuano l’origine del fenomeno nell’area orientale del bacino, mentre altri sostengono l’esatto opposto.

Secondo i maggiori studiosi del megalitismo, in entrambi i casi gli artefici del fenomeno sembrano avere a che fare con i mitici Popoli del Mare, individuati sulle nostre terre nei Pelasgi.


Il sito megalitico chiamato Adam’s Calendar, Sud Africa, datato
75 000 anni fa

E’ interessante notare ad ogni modo come la costa occidentale del Mare Nostrum, nelle terre africane di Marocco, Algeria e Tunisia sia costellata di architetture megalitiche antichissime e che quei luoghi sembrano essere stati il punto di origine, o quantomeno di passaggio, della migrazione in Europa dell’Uomo di Cro-Magnon, secondo molti ricercatori l'ideatore del megalitismo, coevo e successore di quello neanderthaliano.

Risulta a riguardo molto interessante uno studio di genetica delle popolazioni che ha individuato una altissima e curiosa concentrazione del gruppo sanguigno “0” in presenza di connotati cromagnonoidi nelle popolazioni europee; e questa stretta relazione è distribuita prevalentemente nelle aree megalitiche, mettendo in risalto, fra le altre cose, un inaspettato picco di concentrazione nella zona del Mar Nero.

A sostegno di questa teoria migratoria bisogna citare anche le recenti e straordinarie scoperte archeologiche compiute in Africa meridionale, nella regione del Transvaal, che hanno portato alla luce gli insediamenti megalitici più antichi che si conoscano, forse la culla dell’umanità, risalenti secondo la datazione più prudente a 75 000 anni fa; un vero e proprio calendario astronomico che getta inquietanti interrogativi sull’origine della civiltà umana.



Le tipologie di megaliti nel Mediterraneo

Nei Paesi mediterranei si trova un’enormità di reperti megalitici, sotto diverse forme architettoniche, ma con caratteristiche comuni. Se nell’Africa occidentale troviamo dolmen, cromlech e menhir così simili a quelli dell’Europa occidentale da non poterli distinguere da essi, nelle Isole Baleari, ad esempio, si sono conservate delle vestigia megalitiche diverse chiamate “talayot”, termine che significa torre, che rivelano una lontana parentela con la coeva cultura nuragica riconducibile al periodo storico compreso tra il 2000 e il 1500 a.C.

I talayot appaiono infatti dall’esterno come dei nuraghi, ma all’interno presentano diversità strutturali: non sono coperti come i nuraghi, bensì sono a cielo aperto e dal centro dell’area circolare interna si innalza un elemento verticale composto da enormi blocchi di pietra sovrapposti.


Allineamento di menhir a Son Corro, Palma di Maiorca, Isole Baleari

La domanda che sorge spontanea al cospetto di queste strutture gigantesche, così come di fronte a qualsiasi altro elemento megalitico, è cosa rappresentassero questi imponenti templi di pietra per la cultura che li ha edificati. Se, come sembra, hanno avuto una funzione cultuale, che tipo di rituale ospitavano? Alcuni aspetti di questi luoghi lasciano pensare che vi fossero praticati riti legati alla Natura, alla Dea Madre, alla Terra e al Cielo.

Il significato e l’uso di questo enorme menhir composito rimangono ancora un mistero, ma tutto lascia intendere che l’insieme della struttura fosse un simbolo di natura spirituale all’interno di un luogo sacro, un modo di rappresentare il legame dell’uomo con la Terra e il Cielo. In effetti varcare la soglia di questi templi è sempre un’esperienza suggestiva che induce una profonda condizione di silenzio interiore.

Un particolare talayot mostra un foro centrale sul pavimento della camera circolare che attraverso una austera e scomodissima discesa spiraliforme conduce ad una camera sotterranea; per questa caratteristica di non essere affatto agevole da percorrere non poteva certo avere una funzione logistica, e questa considerazione ci induce a pensare che fosse anch’essa semplicemente un luogo di culto: un modo simbolico per stabilire un contatto con il cuore e l’energia di Madre Terra a conferma del fatto che queste culture avevano un collegamento, un legame spirituale con il pianeta.

La civiltà talayotica ereditò la più antica cultura megalitica approdata sull’arcipelago intorno al 3500 a.C. e durante la sua lunga permanenza, interrotta bruscamente dall’impatto con l’Impero romano, edificò diverse strutture oltre ai talayot.

A fianco delle maestose mura megalitiche che non hanno nulla da invidiare a quelle laziali o andine, nelle Baleari troviamo le famose "navetas", costruzioni sepolcrali simili a barche rovesciate. Risalenti all'età di bronzo, questi monumenti si ritiene venissero utilizzati come tombe collettive, erroneamente poiché non sono stati ritrovati al suo interno resti di salme, mentre altri studi meno accademici attribuiscono ad esse una più verosimile funzione magico-religiosa correlata a precisi criteri archeoastronomici che incontreremo di nuovo andando avanti nel nostro viaggio.

Ad arricchire la varietà di strutture megalitiche presenti nelle Baleari contribuiscono le taulas” tipiche dell’isola di Minorca, di cui è disseminato l’intero territorio. Si tratta di una tipologia megalitica particolare, affascinante per la sua eleganza e semplicità nonché per il mistero che avvolge il suo reale significato e la sua funzione.


Mura e porta megalitica a Ses Paisses, Palma di Maiorca, Isole Baleari

Le taulas sono delle gigantesche lastre di pietra monolitiche sormontate sulla sommità da un’altra pietra ortogonale alla prima che crea una struttura a T dalle dimensioni spaventose: quella di Trepuco è alta 4 metri, larga 2,75 e spessa 40 cm per un peso di più di 11 tonnellate. Questo elemento megalitico riscontra parecchie analogie con le fantastiche strutture di Gobleki Tepe nella Turchia meridionale, a conferma del fatto che il fenomeno del megalitismo rappresenta la testimonianza storica di una cultura plurimillenaria che si è diffusa su tutto il pianeta.

Ma l’elemento più sorprendente che emerge dalla verifica dell’esistenza o meno di fattori comuni tra le realtà megalitiche presenti nel bacino mediterraneo, è rappresentato dalla constatazione che i nuraghi, le strutture della civiltà talayotica, le acropoli megalitiche pelasgiche laziali, nonché i complessi situati nella Calabria ionica e quelli di Malta sembrano rispondere nella loro disposizione topografica a criteri archeoastronomici ben precisi ispirati al riferimento che i popoli megalitici avevano nei confronti della Croce del Sud, una costellazione oggi per noi contornata da un alone di magia e mito. Infatti l’orientazione di queste strutture megalitiche era realizzata in modo tale da creare un traguardo astronomico dall’ingresso delle aree sacre delimitate da esse verso il sorgere o il tramonto di questa costellazione, divenuta oggi invisibile alle nostre latitudini per il fenomeno della precessione degli equinozi. Questa mitica costellazione deve aver racchiuso da sempre un valore simbolico molto importante per gli antichi popoli dell’area mediterranea per essere divenuta oggetto di una così profonda venerazione. La Croce del Sud sembra fosse un elemento del Cielo, in grado di evocare un passato mitico e universale dell’umanità legato all’Eden perduto, riconducibile forse alle regioni del continente antartico dove svolgeva la stessa funzione guida che ha la Stella Polare nel nostro emisfero.


Pozzo sacro di Orune, Sardegna

La sua osservazione costituiva con molta probabilità per il Popolo megalitico, attento al rapporto con il Cielo e la Terra e ai segni che essi esprimevano, un modo per conservare e trasmettere un mito fondamentale per la storia dell’uomo in cui evidentemente si riconoscevano e di cui si sentivano continuatori; logico quindi pensare che avesse acquisito un significato così profondo da essere tradotto in elementi di natura sociale e religiosa immediatamente riconoscibili ed evocativi.

Nel nostro viaggio virtuale alla ricerca dei megaliti nel Mediterraneo, incontriamo ancora altre tipologie di questi monumenti. La Sardegna è una terra ricchissima di elementi megalitici e tra questi, oltre ai conosciuti dolmen, menhir, tombe di giganti e domus de jana, ne esistono altri meno noti ma altrettanto affascinanti e misteriosi: i cosiddetti “pozzi sacri” e gli “altari piramidali”.

Il Popolo megalitico attraverso la pietra sanciva la relazione con il sacro e il divino e attingeva dalla Natura conoscenza e potere. Lo faceva dal grembo di Madre Terra attraverso il culto delle acque, di cui i pozzi sacri erano i santuari. Antiche usanze e tradizioni che animano anche la cultura dei druidi del celtismo arcaico. Per tutti i Popoli della Terra, infatti, l’acqua ha sempre avuto una valenza mistica legata al suo potere vitale e terapeutico.

L’acqua dei pozzi sacri, oltre ad essere elemento purificatore, era anche il collegamento con il cuore di Madre Terra e spesso i pozzi diventavano degli ipogei nei quali l’acqua sorgiva, carica dell’energia tellurica, veniva raccolta e utilizzata a scopi terapeutici. Ma sono intimamente correlati anche con il Cielo.

Oltre ad essere sorprendentemente orientati verso gli equinozi in modo che la scalinata d’accesso e l’acqua in quelle occasioni potessero venire irraggiate dalla luce solare, i pozzi sacri hanno la straordinaria capacità di catturare sul fondo, attraverso il foro della falsa cupola a tholos che copre la camera sotterranea e il cui estradosso è a livello del terreno, il riflesso della luna, la Dea Bianca.

Un fenomeno spettacolare che si ripete esattamente ogni anno lunare che dura 18 anni e mezzo.

I pozzi sacri ospitavano anche riti legati alla fertilità e alla purificazione. Infatti la loro forma aerea a toppa di chiave, molto simile del resto all’interno dei “cairn” del Nord Europa, ricorda un utero o simbolicamente il grembo di Madre Terra. Secondo alcuni studiosi calarsi nel fondo del pozzo serviva a fondere il potere terreno con quello celeste della Luna.


Piramide megalitica di Monte D’Accoddi, Sassari

I pozzi sacri, o templi a pozzo, hanno sempre la caratteristica di apparire edifici di recentissima costruzione per la precisione degli incastri fra le pietre, la raffinatezza del “design”, diremmo oggi, e il perfetto stato conservativo; invece risalgono a prima dell’Età del Bronzo e non sono presenti solo in Sardegna ma anche in Egitto e nell’area occidentale del Mar Nero, uno dei possibili luoghi di origine della civiltà megalitica e precisamente in Bulgaria, a circa 200 km a nord dalle coste della Tracia, nei pressi del minuscolo abitato di Gârlo. Solo coincidenze? Da dove provenivano simili conoscenze archeoastronomiche e una tale abilità costruttiva prima dell’Età del Rame?

Il legame spirituale tra uomo e Natura presente nell’uomo “megalitico” viene ben evocato in uno dei luoghi più misteriosi della Sardegna, Monte D’Accoddi, un sito megalitico imponente il cui nucleo più antico risale al 3500 a.C. Un luogo di culto unico in tutto il bacino del Mediterraneo, un altare preistorico che ricorda da vicino le ziqqurat mesopotamiche: il che infittisce ancor di più il mistero sulla provenienza del Popolo megalitico che lo edificò.

Alcune teorie affermano che lo ziqqurat è basato sulla concezione dell'albero della vita, un simbolico antichissimo presente in tutte le antiche tradizioni del pianeta, elemento di unione tra Terra e Cielo. Il dio Sole scendeva sulla terrazza per unirsi alla Grande Sacerdotessa, immagine terrena della Dea Madre. Avveniva così il matrimonio del Cielo con la Terra.

Nel sito alcuni elementi litici particolari sembrano rimandare in effetti alla sfera del sacro: un’ara ricca di coppelle e due pietre sferiche, di cui la più grande, secondo alcuni, in questo contesto può simboleggiare l’omphalos, l’ombelico del mondo; secondo altre teorie rappresentano invece il Sole e la Luna.

La presenza delle grosse sfere di pietra nelle vicinanze della piramide è anch’essa un elemento che desta curiosità perché fenomeno ricorrente in tutti i recenti ritrovamenti di piramidi europee.

L’esplorazione degli innumerevoli siti megalitici dell’area mediterranea richiederebbe ancora moltissimo spazio e tempo, ma un’ultima fermata è necessaria al cospetto di uno dei più grandi enigmi della storia e dell’archeologia: il tempio megalitico di Heliopolis a Balbeek in Libano, il cui nucleo più antico risale all’Età del Bronzo.


Enorme menhir ancora nella cava di lavorazione a Balbeek, Libano

Ciò che colpisce subito di questo complesso sono le dimensioni. Guardando il tempio principale di Helios si ha la sensazione di essere davanti ad un’opera fuori della portata umana, soprattutto per quanto riguarda il basamento dell'edificio, dove si possono ammirare massi giganteschi, ognuno dei quali misura oltre 21 metri di lunghezza per quasi 5 di larghezza e con un peso di circa 1000 tonnellate. Nelle vicinanze del tempio è possibile ancora oggi rimanere stupiti davanti ad uno dei blocchi monolitici destinati al basamento, che misura più di 21 metri, ancora interrato nella cava in cui veniva scolpito.


Una cultura e una tecnologia sconosciuta

Di fronte a questi numeri non si può rimanere indifferenti, non si può fare a meno di interrogarsi su come fosse possibile movimentare blocchi del genere, soprattutto se si vuole a tutti i costi mantenere fermi i dettami del nostro luogo comune che certo non riconosce ai popoli di quell’epoca il possesso di tecnologia e conoscenze in grado di realizzare imprese del genere.

Provando a trarre qualche conclusione al termine del nostro viaggio tra alcune delle grandi pietre del passato, si giunge all’ineluttabile considerazione che la cultura megalitica, così poco conosciuta e liquidata in fretta come un fenomeno casuale e spontaneo, non riconducibile quindi ad alcuna forma di civiltà organizzata, appartiene invece ad una realtà storica che abbraccia un periodo lunghissimo e assai remoto della storia umana, che alla luce di questo fenomeno meriterebbe forse di essere riscritta. E’ curioso riflettere sul fatto che più l’indagine dei megaliti si fa approfondita più, paradossalmente, si infittisce il mistero sui loro artefici.

Forse le risposte sulla provenienza dei loro costruttori, sulla loro conoscenza, sulla religione, sul rapporto che stabilivano con l’ambiente rimarranno per sempre impresse nel cuore delle grandi pietre. Ma la sensazione di atavica famigliarità e l’atmosfera pregna di magia che aleggia sempre intorno ad esse esercitano un fascino irresistibile e lasciano intuire che le risposte possono essere trovate. Basta ascoltare il richiamo di Madre Terra che silenziosamente custodiscono.

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