Megalitismo

Alla scoperta di sentieri nella natura e di antiche vestigia celtiche

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09 Febbraio 2012
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Uno dei menhir del sito di Pietraborga


Da Trana a Valgioie, dalla porta della Val Sangone ai confini con la Val di Susa: una distesa di monti e colline rivestiti di boschi, meta di tranquille passeggiate nel verde, a due passi da Torino. Ed è proprio qui che ho scoperto una realtà per me sconosciuta: le vestigia dei popoli celtici che in tempi remoti abitarono il Piemonte. Sul crinale del Monte Pietraborga ho visto menhir ed altre testimonianze preistoriche, che mi hanno spinto ad ampliare l’orizzonte andando in cerca di nuovi siti, come quello, così suggestivo, di Valgioie. Sono stati momenti distensivi, trascorsi percorrendo i sentieri, godendosi la natura e riandando con la fantasia a quel lontano mondo di pietra.


Andare per boschi: una scelta da difendere

Trana sorge allo sbocco della gola che il Sangone attraversa fra il Moncuni ed il Monte Pietraborga, su cui si estende una coltre uniforme di boschi. Un tempo, invece, vi si trovavano ampi pascoli e terreni coltivati, soprattutto nella zona di Prato Vigero (Prà Vigè), la frazione più elevata, che, come tale, fu la prima a spopolarsi per la scarsità di risorse. Oggi sopravvivono la cappella di San Pancrazio, sulla graziosa piazzetta, un forno e poche case restaurate, mentre gli altri edifici sono in rovina, sommersi dalla vegetazione. Vale comunque la pena di salire a questo villaggio di borgate sparse, proseguendo poi per la cresta del Pietraborga e per i colli d’Amoun e della Frascà.


Il sentiero megalitico del sito di Pietraborga

Sui monti correva, una volta, un intreccio di sentieri, utilizzati dai contadini per i loro spostamenti, dai boscaioli e dai “picapere”. Ora resta poco di tale patrimonio, ed ecco entrare in gioco, qui come altrove, le amministrazioni locali: hanno obiettivi diversi e non si curano dei tesori naturalistici che da loro dipendono e che aspettano soltanto di essere tutelati e valorizzati. Invece pensano ad altro, come dimostra la cementificazione in atto da tempo in una delle zone più belle, il panoramico terrazzo del Bialeis (Biellese). L’anello del Trüc Aut, con le sue diramazioni, è affascinante per i suoi scorci, i fitti boschi e le molte specie floristiche, ma non è minimamente segnalato ed è talvolta disagevole per l’abbandono. Basterebbe tenerne lontane le moto e ripulirlo un po’ dalla vegetazione, riattandone il fondo in qualche tratto, per renderlo meglio fruibile.


Un antico mondo di pietra

Per molto tempo si sono associati i Celti e le loro vestigia solo alla Bretagna ed all’Inghilterra, depositarie dei monumenti più maestosi. Invece studi recenti hanno individuato anche in Piemonte numerose testimonianze, come nelle valli di Susa e di Lanzo, che sono ricche di reperti, a dimostrazione di quanto fossero profonde, nel territorio, le radici di questo popolo antico. I Celti non furono una razza etnicamente omogenea, ma un insieme di genti dalle origini comuni che, in migrazioni successive, giunsero in Europa dal 5000 a. C. in poi, sovrapponendosi a tribù precedenti. Sembra provenissero da un’area intorno al Mar Nero, che, dopo la fine dell’ultima glaciazione, era stata in parte sommersa dal Mediterraneo. Nel nostro continente essi trovarono probabilmente una tradizione di costruzioni megalitiche e la fecero propria. I principali tipi di monumenti furono i menhir (obelischi di dimensioni spesso notevoli), i cromlech (pietre, talvolta enormi, disposte in cerchio) ed i dolmen (rocce poggianti sul terreno a sostegno di lastroni orizzontali), a cui vanno aggiunti i graffiti rupestri e le coppelle. Si è molto discusso sulle loro molteplici funzioni originarie: funerarie, sacrali, magiche, astronomiche, perfino terapeutiche.


L’allineamento del monte Ciabergia

Fu un popolo celtico a fondare in Val di Susa la leggendaria Rama, sorta intorno ad un santuario ai piedi del Rocciamelone, montagna sacra per eccellenza (pensiamo alla forma appuntita, all’altitudine, alla posizione). La città, circondata di mura megalitiche, si estese fino a comprendere una serie di agglomerati minori lungo la Dora Riparia. Secondo leggende locali fu distrutta forse da un’inondazione o da una frana di pietre e ghiaccio che la seppellì. Alcuni studiosi pensano anche ad un’invasione etrusca intorno al 600 a. C. In seguito i Celti d’oltralpe sarebbero scesi in Piemonte, riconquistando il territorio e costruendo una “seconda Rama”, poi cancellata definitivamente dai Romani. Per secoli della città non rimase che il mito, tramandato oralmente nella valle, ma nell’estate del 2007, in un’area fitta di vegetazione, si sono individuati, emergenti dalla montagna in cui erano sepolti, i resti di imponenti mura, formate da blocchi di pietra squadrata. Il ritrovamento, ancora oggetto di studio, presenta analogie con uno coevo presso Briançon. Ce n’è a sufficienza per far rinascere la leggenda di Rama, sul quale si soffermano Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero nell’interessante libro “Rama vive”, a cui ho attinto per loro gentile concessione.

La scoperta si aggiunge a numerose altre effettuate in passato in Val di Susa, che dimostrano la capillarità della presenza celtica. Uno dei siti più importanti è quello di Borgone, detto impropriamente “area del Maometto”, nel quale sorgono un grande altare di roccia con due ruote solari, risalente a culti pagani, e poi dolmen, menhir e coppelle. Altri importanti reperti sono presenti a Villarfocchiardo e sul Monte Musinè (al riguardo è interessante anche la lettura di “Musinè magico” di G. Ansante Dembech).


I ritrovamenti della Val Sangone

Un significativo allineamento di menhir è situato in territorio di Valgioie nei dintorni del Colle Braida, tra le valli di Susa e del Sangone. Presso il Monte Ciabergia, in località Prese dei Rossi, una piccola altura boscosa è costellata di “strani” agglomerati rocciosi dall’aspetto più vario: a sperone, a fungo, a balma, a galleria. I rilievi dal Pietraborga al Ciabergia (ofioliti di origine oceanica, testimoni della presenza di un antico mare) non furono toccati dall’ultima glaciazione, ma erosi e modellati dagli agenti atmosferici (l’acqua, soprattutto), che crearono forme particolari, tali forse da indurre gli uomini antichi a considerare i blocchi di pietra come punti di emanazione di energia terrestre o di influssi magici, scegliendo quindi il luogo come area sacrale. Nella preistoria tali presenze ”inspiegabili” furono dapprima divinizzate e poi imitate: perciò, in questa zona di rupi bizzarramente fratturate per effetto naturale, sorsero dolmen e menhir, ed anche i “roc del ciapèl”, cioè rocce su cui sono posti in orizzontale dei massi, che costituirono probabilmente una sorta di totem. Sempre nella zona del Ciabergia, nei pressi del Roc Funscè, sono stati segnalati numerosi altri reperti: non c’è quindi da stupirsi se, in passato, al posto erano legate varie leggende di masche, come spesso accadeva per i luoghi sacri preistorici.


I menhir del sito di Pietraborga

Ed eccoci al territorio di Trana. Sulla cresta che precede la vetta del Pietraborga, nel 2006, è stato scoperto un sito risalente al 4000-3000 a. C., con monumentali menhir, ben evidenti lungo il sentiero, una sottostante grotta delimitata da muretti a secco, rocce con coppelle, incisioni rupestri. Gli esperti pensano che si tratti di due parti distinte, una sacra ed una abitativa. Questa zona sommitale, oltre ad offrire un’ampia visuale, è pianeggiante, adatta allo stanziamento umano ed alle colture, tanto più che i pendii non mancano di sorgenti. Eppure, come mi ha fatto notare l’architetto Stefano Barone, insieme ad Ezio Capello tra i primi studiosi del sito, nemmeno nelle mappe più antiche risulta una presenza di nuclei o case isolate. Caduto nell’abbandono l’antico borgo di pietra, a cui si dovrebbe il nome del Pietraborga, nessuno abitò più il posto, forse perché esso, legato com’era nella tradizione a culti pagani, fu visto come un luogo magico-demoniaco da evitare, tanto è vero che gli anziani narravano fosse frequentato dalle “masche”.

Proprio sotto la vetta si notano singolari formazioni rocciose simili ad obelischi, di origine naturale, frutto dell’erosione meteorica. Esse accentuano la suggestione del posto e forse contribuirono a crearne l’alone magico. Per gli antichi le montagne, e tanto più certe vette isolate che risaltano per la forma appuntita, rivestirono un ruolo sacro di elevazione al cielo. L’esempio più evidente è la fama del Rocciamelone, ma mi sovvengono inoltre il Musinè e, nel suo piccolo, la rupe di Santa Cristina in Val di Lanzo, così simile al Pietraborga per forma e collocazione, dove la cappella ed il successivo santuario furono preceduti da un qualche edificio di culto pagano. Anche qui, sopra Trana, la svettante conformazione del rilievo e la presenza di rocce particolari ed “inspiegabili” possono essere all’origine della sua scelta come luogo rituale.


La salita al Monte Pietraborga

L’escursione, su percorso evidente, non troppo lungo né con pendenze eccessive, alla meta offre un panorama grandioso. Provenendo da Torino, all’ingresso di Trana, si devia a sinistra per Pianca; dopo nemmeno 2 km, ad un bivio, si svolta a sinistra sulla Strada del Biellese. Poche centinaia di metri e si prosegue su via Marmolada, per incontrare subito, ancora a sinistra, l’indicazione (cartello di legno) per Prato Vigero. Si può parcheggiare lì nei pressi (quota m 450 circa).


Formazione rocciosa sulla cresta della vetta del monte Pietraborga

Risaliamo la stradina asfaltata fra rade roverelle. Questo tratto iniziale è un po’ brullo, assai caldo in estate, ma a primavera è rallegrato dai cespi gialli della biscutella e dell’euforbia flavicoma. Un tempo non era così incolto: vi si portava al pascolo il bestiame e, dove esso non riusciva a brucare, si tagliavano con il falcetto i lunghi steli di “erba del pouret” e le cime della “bruera” (erica), riempiendone il “garbin” (gerla). Finalmente si notano i muretti degli antichi poderi e si raggiungono le Cà ‘d Mogg, ormai in rovina. Il pendio si addolcisce e, superata la diramazione sulla destra per la frazione di Barbar e la fontana della Ruinà, nonché per il Colle della Frascà, si arriva al nucleo principale di Prato Vigero con la chiesetta di San Pancrazio (m 700, ore 0.50). Nei pressi si trovano una fontana ed un utile tabellone di itinerari. Oltre la cappella troviamo il sentiero diretto, ripidissimo, per il Monte Pietraborga. Noi svoltiamo invece a destra, dopo un forno ancora ben tenuto, imboccando una sterrata nel bosco che raggiunge la borgata della Füdrìa e poi il Colle Damone (“d’Amoun” = a monte, m 770 circa), dove converge il sentiero proveniente dalla Frascà. Pare incredibile, ma qui un tempo c’erano campi coltivati ed alberi di melo.

Proseguiamo verso sinistra, arrivando subito ad un altro bivio. Il più marcato ramo di destra (bolli gialli) perviene alla meta dopo un piacevole ma lunghissimo giro sui pendii della cosiddetta Montagnazza, spingendosi con un traverso fin nei pressi dell’altura detta “Pera Luvera”, per tornare poi verso il Monte Pietraborga: suggerisco di riservarlo per il rientro, se si desidera variare il percorso con un piccolo anello. Imbocchiamo invece il sentiero di sinistra, più erto, con bolli rossi, che tocca rapidamente il crinale, un tempo prativo ma oggi incolto, e continua in falsopiano o con modeste pendenze ed ampi scorci panoramici. Dopo la deviazione per le Prese di Sangano, entriamo nella zona preistorica: sulla sinistra, lungo il sentiero, scorgiamo i grandi menhir; sul pendio sottostante, poco visibile tra la vegetazione,si trova la grotta. Infine raggiungiamo la cima con un tratto a gradoni fra strane formazioni rocciose, dove fioriscono gli asfodeli e bianchi ciuffi di tlaspide. Sulla vetta del Monte Pietraborga (m 926, ore 1.40-2), dove è posta la Croce dedicata al Redentore dalla gente di Trana e di Sangano nell’anno 1900, ci attende un panorama a 360°.


Ringrazio l’architetto Barone, il dr. Paro (Studi e ricerche geologiche dell’ARPA) e la dr.ssa Pistarino (Museo di Scienze naturali) per la documentazione scientifica, ed i sig.ri Romano Gallo e Giuseppe Sabadini per le informazioni sui luoghi.


L'articolo è comparso a suo tempo sulla rivista "Panorami", di cui si ringraziano Direttore e Redazione per la gentile concessione.

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