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Intervista a Sergio Chiamparino

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12 Gennaio 2012
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Sergio Chiamparino, Sindaco di Torino dal 2001 al 2011


Il 31 ottobre 2006, la notte di Halloween, Sergio Chiamparino, Sindaco di Torino al secondo mandato, è stato ospite della trasmissione “Nel Segno del Graal” di Rosalba Nattero negli studi dell’emittente piemontese Radio Flash per una lunga conversazione in diretta durata un’ora e mezzo. Pubblichiamo qualche stralcio dell’interessante incontro in cui il Sindaco di Torino si è raccontato e si è confrontato con temi anche dell’insolito, mettendo in luce lati inediti della sua personalità.

Sergio Chiamparino è uno dei protagonisti della scena politica italiana. Ha rivestito il ruolo di sindaco di Torino per due mandati, dal 2001 al 2011. Nato a Moncalieri nel 1948, è laureato in scienze politiche ed è stato segretario regionale della CGIL dal 1989 al 1991 e segretario provinciale del PDS torinese dal 1991 al 1995. Nel 1996 (XIII legislatura) è eletto deputato nella lista del PDS. Ha invaso le prime pagine dei giornali grazie al trionfale 66,6 per cento con cui è stato rieletto Sindaco di Torino nel 2006. È il Sindaco delle Olimpiadi, uno dei maggiori protagonisti dell'avventura olimpica di Torino. Segno zodiacale Vergine, predilige letteratura noir, ama la montagna, la musica classica.



Buonasera Sindaco, innanzitutto benvenuto alla nostra trasmissione. È un caso che sia venuto qui proprio la sera di Halloween?

Me lo sono chiesto anch’io. Probabilmente no.


Mi piace ricordare che il nostro primo incontro è avvenuto durante il suo primo mandato, quando ha ricevuto nella Sala Rossa gli esponenti della Nazione Apache
ospiti della Ecospirituality Foundation. In quell’occasione abbiamo trovato una porta aperta per i popoli invisibili, e so che questa è una tematica che lei sente molto, quella dei popoli nativi, destinati all’invisibilità.

Siamo reduci da Terra Madre, che non è proprio la stessa cosa, ma è una manifestazione che, nel campo della produzione agricola, dell’alimentazione, ha l’obiettivo di dare voce e spazio a comunità invisibili, almeno viste con l’ottica prevalente della globalizzazione e della logica di mercato.


I ricordi


Prendo spunto dal libro “Semplicemente sindaco” di Maurizio Crosetti, un libro che mostra uno scorcio di vita che va al di là dell’immagine solita che si ha di lei. Nel libro si dice che è diventato Sindaco quasi per caso: se l’aspettava?

Sono diventato Sindaco per una casualità tragica, la morte del candidato Domenico Carpanini il 28 febbraio del 2001, al quale sono subentrato nella competizione a Sindaco. Questa tragica casualità aveva segnato la campagna elettorale, sia in termini di emozioni sia di responsabilità che io mi sentivo sulle spalle. La morte carica di un forte simbolismo, quello di cui si appropria, in particolare quando colpisce una persona giovane sul palco della campagna elettorale, ancor di più in una competizione come quella del sindaco, nella quale si è aggiunta una carica di emotività che non è stato facile reggere. Senza dubbio, la seconda campagna elettorale è stata molto più leggera.



Sergio Chiamparino negli studi di Radio Flash intervistato da Rosalba Nattero

Anche perché nella seconda campagna elettorale ci sono stati dei risultati che sono andati oltre le aspettative.

Sicuramente. Il mio obiettivo era il 60%, una cifra tonda che dà il segno di una vittoria netta; poi abbiamo ottenuto il 66, quasi 67.


È stata una bella soddisfazione. Sempre nel libro di Crosetti ho letto che il 52 sbarrato ha un’importanza particolare per lei...

Fondamentale, direi. Il 52 sbarrato, adesso fa un percorso da piazza Crimea e finisce a Borgo Vittoria. Ai miei tempi, fine anni ‘60, partiva da Moncalieri e arrivava a piazza Arbarello, dove c’era la facoltà di Economia e Commercio. Il primo anno di economia e commercio, non avendo la macchina, lo usavo per andare all’università. Ricordo che c’erano delle serate all’istituto Piero Gobetti, in cui si facevano letture del “Capitale” di Marx, promosse da vari personaggi che hanno avuto destini diversi; qualcuno è finito addirittura nell’area del terrorismo, altri sono diventati assessori, ognuno ha preso le sue strade. C’erano queste letture molto teoriche sulla liberazione dal lavoro, l’alienazione. Poi, tornando a casa con il 52 sbarrato, guardavo l’autista e mi chiedevo, “se costui si libera dal lavoro, cosa succede? che rimango qui?!?”. Il mio riformismo è nato anche un po’ lì, sul 52 sbarrato. Quando si viaggia in pullman da soli, cosa si fa? Si guardano le facce degli altri e si riflette. Nel libro uso questo fatto un po’ come metafora. Ancora oggi sono appassionato alla discussione teorica, credo però che poi occorra sapere che se i valori, gli obiettivi per i quali ci battiamo vogliamo che si realizzino, anche solo in parte, dobbiamo fare i conti con una realtà che è quella che è, non quella che ognuno di noi vorrebbe che fosse; di qui il mio “elogio della moderazione”.


Un suo ricordo personale della Torino di quegli anni?

Anche la Torino di allora (adesso c’è un rigurgito di classismo), non era proprio uguale da qualunque parte la si guardasse, anche nell’ambito del movimento studentesco, della sinistra... Un conto era la Torino vista da quelli che giravano in eskimo ma abitavano in strada Alle Sei Ville, un conto era quella vista da chi come me abitava in via Pastrengo a Moncalieri, viaggiava col 52 sbarrato e fino all’età di 14 anni non aveva il bagno in casa. Per ricordare un leader sindacale deceduto, Luciano Lama, che abbiamo tutti criticato, amato e stimato, ricordo bene che più volte ricordava come, per chi aveva vissuto con il gabinetto in fondo al ballatoio, essere arrivati ad avere il gabinetto e la doccia in casa fosse stato un passaggio epocale per la qualità della vita. Questo è proprio il frutto di saper applicare dei principi generali alla realtà così com’è. E poi, quando si parla della gioventù c’è sempre nostalgia, un certo compiacimento... c’è sempre un po’ di epica. Le cose che allora sembravano banali, in seguito le rivedi sotto un’ottica che assume toni epici, e bisogna stare molto attenti a questo.



Sergio Chiamparino è stato uno dei maggiori protagonisti del successo delle Olimpiadi di Torino 2006. Nella foto, insieme a Livio Berruti accende il braciere olimpico

È vero, perché i ricordi si modificano nel tempo. A proposito di ricordi, pensa che ci sia stato un filo conduttore che ha legato gli eventi e l’ha portata a quello che lei è oggi, o è stato tutto il risultato di circostanze fortuite?

Questo non glielo so dire, naturalmente. Intanto devo dire che ho fatto ragioneria, non il liceo, perché allora chi veniva da un ceto medio-basso studiava per qualcosa che consentisse di poter andare a lavorare nel più breve tempo possibile. Dopo ragioneria ci si poteva iscrivere solo a Economia e Commercio o Statistica, e io decisi per Economia. Il mio obiettivo, era quello di fare un lavoro che mi permettesse di stare dentro alle vicende politiche. Mi sono ammalato di politica molto presto, a 18-20 anni. Avevo individuato l’università come il luogo che mi avrebbe permesso di lavorare e al tempo stesso di mantenere il mio impegno politico. E per un certo periodo ci sono anche riuscito, lavorando all’università come ricercatore. La politica è sempre stata una componente fin da allora, il modo in cui si è concretizzata è dipeso da molti elementi casuali. Sono entrato in segreteria CGIL dopo essere andato in “esilio” a Bruxelles dal partito, perché nell’85, all’epoca del referendum sulla scala mobile, io ero contrario. Volevo tornare all’università, così andai a lavorare come segretario al gruppo parlamentare europeo del PCI. Poi c’era stata la crisi della CGIL, e chiamarono da Roma Claudio Sabbatini, per fare il segretario aggiunto. L’area che adesso si direbbe “riformista”. Mi chiesero di tornare a Torino per bilanciare un po’ Sabbatini. Tutto questo si incastonò con alcune mie questioni personali, ad esempio il fatto che mia moglie non volesse venire a Bruxelles, io che ero stufo di andare avanti e indietro... così, decisi di tornare a Torino.

Gli eventi si sono succeduti, ma un filo c’è sempre stato fin dall’inizio.


Le letture e la musica


Cosa legge Sergio Chiamparino?

Di tutto, disordinatamente. Ora ad esempio sto leggendo un romanzo di Gianrico Carofiglio, “Ragionevoli dubbi”. Carofiglio è un magistrato che racconta noir filtrati attraverso vicende processuali, il cui protagonista è un avvocato. Consiglio lo scrittore, avevo letto di lui anche “Testimoni inconsapevoli”, un libro molto bello, quasi “verista”. Sempre del filone noir mi piace molto Henning Mankell, scrittore svedese noto soprattutto per la serie del commissario Vallander, una serie noir molto d’ambiente. E poi, facciamo un salto, quest’estate ho riletto "I fratelli Karamazov" di Dostoievskij, un monumento alla letteratura.


Il "Codice da Vinci", le è capitato di leggerlo?

Sì, ma non mi è piaciuto granché e nemmeno "Angeli e demoni". Sono sceneggiature di film più che romanzi...


Cosa ne pensa dello scalpore suscitato dal film “Il codice da Vinci”?

È un pezzo di letteratura di mercato confezionato molto bene, anche se io l’ho trovato un po’ noioso e ripetitivo, con troppi meandri, troppi labirinti del pensiero, che oltre una certa soglia mi sembrano esagerati.



Sergio Chiamparino con Rosalba Nattero

Eppure ha venduto 40 milioni di copie...

Forse perché è un bell’esempio di letteratura fatta per il mercato, però io non lo consiglierei, perché anche dal punto di vista del dibattito culturale-religioso non mi è parso molto profondo.


Però la Chiesa si è preoccupata molto.

La Chiesa si preoccupa troppo di queste cose e troppo poco di altre...


Parliamo di musica.

Ascolto soprattutto musica classica, non mi piace il melodramma salvo qualche romanza, ma la musica classica mi intriga, anche quella più complicata del novecento. Certo devo avere la giusta disposizione d’animo...


Niente rock?

In quello sono proprio figlio dei miei tempi. Magari fischietto le cose più recenti di Zucchero o Ligabue, ma non è la “mia” musica, la mia musica è quella dei Rolling Stones, oppure i Beatles. Arrivo fino ai Pink Floyd di “Wish you were here”...


Laicità e laicismo


Nel suo libro lei ha affermato che “il limite della laicità è il laicismo”. Cosa intendeva?

Il laicismo è l’ideologia della laicità, nel senso che se un sano concetto di laicità - inteso come la garanzia da parte delle istituzioni della libertà di espressione e religione per tutti - diventa una ideologia, tale che la laicità oltrepassa, quasi schiaccia, i comportamenti sociali indotti da chi crede, a quel punto diventa un po’ la stessa cosa del confessionalismo.


È un discorso che abbiamo affrontato molte volte in trasmissione, perché sembra quasi che ci siano o le religioni o il materialismo, invece io ho conosciuto i Popoli Naturali, la cui religiosità non è basata sulla divinità, ma su un contatto diretto con la natura. Lei pensa che possa esistere un tipo di spiritualità che non passa dalle religioni?

Sicuramente sì. Ho un dibattito che quando mi capita porto avanti con il Cardinale Poletto, su quella che io chiamo la “spiritualità umana”. Io penso che possa esserci una spiritualità, che intendo come un comportamento che trascende la sola materialità dell’agire, che non necessariamente deve discendere da una qualunque fede. Penso che questo sia assolutamente possibile, capisco benissimo che per i popoli che vivono in simbiosi con la natura questo possa essere dato da un rapporto con gli elementi basilari della natura. In chi come noi vive in condizioni in cui non si ha un rapporto simbiotico con la natura, poiché ci hanno quantomeno disabituati ad averlo, credo che qualcosa di simile possa derivare da un rapporto con la comunità, con i rapporti sociali comunitari. Detto in termini più semplici, credo che esista una spiritualità umana che è quello che si può chiamare lo spirito di servizio pubblico, di tensione verso l’altro, di empatia.



Sergio Chiamparino nel marzo 2011 con il Presidente Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia

Il suo rapporto con la natura?

Ho un rapporto molto stretto con la natura. L’unico vero divertimento per me è quando riesco a fare un’arrampicata in montagna. Nel fare un’arrampicata, anche se facile, ci si mette alla prova con la natura.


Pensa che esista una vita oltre la vita?

Io sono ateo, perlomeno ritengo di esserlo... sinceramente non riesco proprio a pensare a una vita oltre la vita, è un discorso molto difficile. Certo, questa è la sera di Halloween e tutto si può fare... però se dovessi risponderle adesso le direi “non ci credo” Chissà fra 10 anni, può essere che le cose cambino. Non mi riferisco al recupero di una fede religiosa, ma al fatto di introiettare una di quelle spiritualità a cui lei alludeva...


...spiritualità laiche, diciamo. In effetti la nostra vita è inevitabilmente a termine.

Allo stato attuale penso che sia molto importante arrivare a quel momento abbastanza sereni per quello che si è fatto prima... e naturalmente, ci si sentirà molto incazzati per quello che sta per succedere…


I sogni


Riguardo ai suoi sogni di ragazzo, pensa di averli realizzati?

Beh, come ho scritto nell’intervista, io sognavo di fare il camionista come mio papà; in seconda battuta il macchinista di treni, quindi posso dire che il sogno l’ho realizzato solo a metà facendo il militare, come autiere... però, se guardo ai sogni non di bambino, ma di adolescente, direi che posso essere soddisfatto.


Le antiche tradizioni


Nelle sue escursioni si è mai imbattuto in tracce archeologiche antiche, che vanno al di là della presenza cristiana in Piemonte?

Andavo spesso sul Musiné e, se posso dirlo, riuscivo a salirlo in 50 minuti... Sul Musiné sono molti i dolmen, quelle rocce posizionate sull’asse dove sorge o tramonta il sole e si dice fossero altari utilizzati non si sa bene da chi. Sono stato nella Valle delle Meraviglie, in Francia, dove ci sono le incisioni risalenti, si dice, all’età della pietra.



Chiamparino partecipa abitualmente alle maratone organizzate in Piemonte

Questi incontri con i reperti archeologici, le hanno mai suscitato qualche forma di curiosità verso il passato, del Piemonte ad esempio?

Sì, ma non posso dire di essere un fanatico del reperto; lo rispetto, mi incuriosisce, ma preferisco molto di più le storie orali.


In effetti c’è un grandissimo patrimonio, in tutta la Val di Susa ad esempio, racconti di antiche
tradizioni...

In tutte le valli. Conosco di più le valli del Cuneese, la Langa, il Monferrato. Ma, ripeto, non sono un fanatico neppure dell’archeologia più “patinata”. Sono un convinto sostenitore dell’importanza delle radici, della storia, però preferisco fare una conversazione con un contadino di Langa, come mi è successo più volte, come Bartolo Mascarello (che ora non è più in vita), piuttosto che andare alla ricerca del graffito nella Valle delle Meraviglie.


Effettivamente, il contatto con i contadini molte volte porta ad una cultura delle origini molto più viva rispetto a quella che possiamo trovare nei reperti fini a se stessi.

Un po’ come con i Popoli Nativi…


Torino e le sue anime

Parliamo del suo rapporto con Torino, una città molto particolare che negli ultimi anni è cambiata moltissimo. Una città protesa verso il futuro, con mille anime. Purtroppo ci sono degli stereotipi che vedono Torino come la città operaia e basta, oppure come la Torino magica... lei come riesce a far coincidere in modo armonico tutte queste anime e andare verso il futuro?

Credo che Torino sia una città in cui queste anime sono sempre esistite. C’è stato, nella storia della città, un “dominio” da parte di alcune anime, quella dell’industria e della componente operaia e magari altre sono state un po’ schiacciate, ma ogni tanto qualcosa veniva fuori. Mi viene in mente l’anima artistica, un fenomeno come quello dell’arte povera che è nato a Torino intorno agli anni cinquanta/sessanta. Penso ad esempio all’arte povera di Merz e Pistoletto, un’anima che è riuscita a sfondare la crosta sotto cui si trovava. C’è poi stata un’esplosione, un momento in cui tutto sembrava andare un po’ per conto suo. Ora altre anime sono emerse e hanno trovato un rapporto più armonioso.


C’è uno stereotipo, quello della Torino magica, che per inciso a me non piace affatto. All’estero si sente dire: "Torino, la città dei maghi"... come si fa a uscire da questa impasse? Secondo me è una banalizzazione di qualcosa di più profondo, e non capisco come mai Torino si sia meritata questa nomea.

C’è tutta la storia del triangolo magico: Torino, Praga e Lione che io personalmente conosco molto poco e a cui tendo non dare molto rilievo, però sono anche cose che attirano un po’ di turismo… Qualche turista è convinto che andando sotto la Gran Madre succeda qualcosa di particolare. Per capire questo aspetto di Torino bisognerebbe andare molto indietro nel tempo e ricostruire la storia addirittura premoderna della città. A Torino c’è stata una storia di aristocrazia e di massoneria che probabilmente può avere inciso. C’è un filone di cultura illuminista, diventato poi positivismo alla fine dell’800, che ha visto protagonisti di primo piano nazionale come il Lombroso, tanto per dirne uno.



Sergio Chiamparino negli studi di Radio Flash con Giancarlo Barbadoro, Rosalba Nattero e Maurizio Poletto

Il futuro

Sergio Chiamparino, segno della Vergine. In che modo questo segno può aiutarla o ostacolarla nel suo lavoro?

Do poca importanza a questo fatto, c’è solo una cosa in cui mi riconosco: pare che i Vergini siano pignoli e questo in effetti è vero. Se trovo le cose fuori posto rispetto a come le ho sistemate, vado in crisi.


Lei è stato uno dei protagonisti delle Olimpiadi di Torino. Quando si realizza un grande sogno è difficile trovare un altro traguardo da raggiungere della stessa portata o migliore. Che cosa c’è dopo?

Credo di essere riuscito a dare alla squadra delle sicurezze e le certezze per fare le scelte giuste. Le Olimpiadi sono l’evento sportivo più grande che si possa realizzare, in poco tempo si incontrano molti giovani che vengono da ogni parte del mondo per competere tra di loro e ciò sprigiona una tale energia che si può esprimere in molti modi, ad esempio può sfociare nelle notti bianche, nelle notti in piazza… È difficile avere un sogno più grande di questo. Nessuno si ricorda dove si sono svolte le ultime EXPO, ma tutti ci ricordiamo dove si sono svolte le Olimpiadi. Penso che il prossimo sogno per Torino sia la normalità, una città che sappia tornare normale dopo il grande sogno mantenendo quel livello.


Halloween, UFO e fantasmi


Cosa pensa di tematiche come UFO e fantasmi?

In fondo è una tensione verso una forma di spiritualità, è un modo per cercare di andare oltre quello che ci sta intorno. Se chiedete a me, penso che sia tutto frutto di suggestione… Ma voglio raccontarvi un episodio. Quando ero adolescente, andavo in vacanza in campagna e con mio cugino andavamo spesso a cercar tartufi di notte. Mi viene ancora la pelle d’oca a raccontarlo… Ad un certo punto la cagnetta che era venuta con noi punta le zampe per terra e non si vuole più muovere. Procedendo, vediamo un uomo crocifisso in mezzo agli alberi. Mio cugino si avvicina e capisce che era solo una pelle scuoiata, evidentemente dei pastori che portavano le pecore al pascolo avevano lasciato una pelle appesa e da lontano sembrava un uomo. Era stata solo una suggestione…


È un racconto adatto a questa notte.

Anche se Halloween è una festa americana…


In realtà è stata esportata dall’Europa. È interessante notare che in tutte le tradizioni si lasciano dei piatti con del cibo per i defunti, lo fanno nelle nostre campagne ma anche gli Apache e gli aborigeni.

Questo lo facevamo anche noi: sul tavolo della cucina mia nonna lasciava un pentolino con delle castagne bollite e un bicchiere di vino.


La ringraziamo per questa piacevolissima chiacchierata!

Grazie a voi per questa serata un po’ diversa dal solito. Buona notte di Halloween a tutti!

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