Personaggi

Intervista a Roberto Vittori

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22 Luglio 2011

Roberto Vittori

L'esperienza dell’astronauta sullo shuttle a caccia di antimateria


“L'Italia vista dallo spazio? Si capisce quanto sia parte dell'Europa”


“Il ricordo più bello della mia missione? Il primo e che resta più impresso, è il calcio che si riceve quando si accendono i due grandi razzi dello shuttle, i boosters, che per sessanta secondi ti staccano velocemente da terra aiutando i tre motori dello shuttle."


Roberto Vittori, astronauta dell’Esa e colonnello dell’Aeronautica Militare, racconta la sua esperienza nella stazione spaziale.


Le impressioni che hanno lasciato il segno?

La rapidissima cavalcata verso lo spazio che subito si percepisce sfrecciando tra le nubi e poi le vibrazioni, la tensione e infine la calma improvvisa e assoluta, il cielo nero, e ti senti galleggiare senza peso: sono passati solo otto minuti dal via. Cape Canaveral è un lontano ricordo, quasi un altro mondo. E davanti ai finestrini l’incredibile immagine della Terra. Però mi è rimasto un rammarico.


Quale sarebbe dopo tanta emozione?

Quello di non aver potuto fotografare io direttamente la partenza dello shuttle dalla rampa, ma cogliendo insieme le sensazioni provate seduto in cabina tra il comandante e il pilota e osservando dall’esterno l’esprimersi della potenza della straordinaria macchina spaziale. Ovviamente è un sogno impossibile.


L’incontro con Nespoli sulla stazione che effetto ha generato?

Sono durate quattro ore le manovre di avvicinamento e attracco alla base orbitale. Poi in due tappe sono stati aperti i portelloni che ci separavano, uno dei quali ospitava anche il nuovo strumento di rilevamento e guida che sarà installato sulla futura navicella spaziale che la NASA ha allo studio. Finalmente, dallo shuttle, ho visto con la coda dell’occhio Paolo. A quel punto tutto l’equipaggio è sbarcato sulla stazione. Io sono stato l’ultimo e con Paolo mi sono abbracciato: eravamo contenti. Passare dalla navetta alla stazione è come uscire da un tunnel e sfociare in un grande spazio, ci si sente liberi.


É stato difficile installare il cacciatore di antimateria AMS?

Più che difficile, un’operazione delicata, perché io l’ho prelevato con il braccio robotizzato di Endeavour dalla stiva, governandolo dall’interno dello shuttle e passandolo al braccio robotizzato della stazione manovrato da un astronauta americano il quale poi lo depositava nel luogo stabilito. Tutto è andato per il meglio e ora AMS trasmette dati e gli scienziati aspettano i risultati.


Ma ci sono anche altri esperimenti di cui ti devi occupare?

Si, sono vari test, altrettanto importanti, preparati da scienziati italiani e piccole industrie nel campo biologia e della robotica: li ho tutti attivati e funzionano senza problemi.



Roberto Vittori nello Space Shuttle

Sei alla terza spedizione in orbita. Ti emoziona ancora?

Questa è la prima volta che volo sullo shuttle e come pilota collaudatore è l’esperienza che desideravo più di altre affrontare. In passato nel 2002 e 2005 ho volato con la Soyuz russa, ma è un’altra cosa e comunque ogni missione spaziale è unica e irripetibile.


La stazione come l’hai trovata rispetto al passato?

Profondamente cambiata, ingrandita. Io sto parlando del modulo europeo Columbus e tutto è più comodo: un ambiente dove è più facile lavorare.


Terza missione: anche se diversa non c’è quasi una routine?

Neanche per sogno. Volare in orbita non è mai una routine. Anche perché a terra non si può simulare esattamente quello che si fa nello spazio; è praticamente impossibile e quindi quando si arriva si è costretti ad un adattamento rapido, ad una dimensione diversa dove si deve imparare in fretta a comportarsi senza la gravità e con i tanti compiti da soddisfare. E’ così che si mostrano anche le proprie capacità di adattamento.


Con Paolo avete sventolato il tricolore al di fuori della Terra ricordando i 150 anni dell’Unità d’Italia. Quale emozione vi ha suscitato?

L’Italia scorreva ai nostri piedi bellissima e in un colpo d’occhio si vedeva dalle Alpi alla Sicilia. Ci si rende conto di quanto sia parte dell’Europa. Ma al di là della magnifica visione colta dalla cupola della stazione c’è stato l’entusiasmo di constatare come il nostro Paese attraverso di noi e con le tanti parti della stazione stessa costruite nella Penisola e che ci tengono in vita, fosse il risultato dell’impegno nazionale sulla frontiera tecnologia e scientifica dello spazio. Infine c’era il desiderio di trasmettere ai giovani attraverso l’Esa europea e l’Asi italiana il fascino di un impegno per aiutare la crescita del nostro Paese. Insomma, per entrambi è stato un grande privilegio.


(Dal Corriere della Sera del 26 maggio 2011 – Per gentile concessione dell’Autore)


Giovanni Caprara, giornalista e scrittore, è responsabile della redazione scientifica del Corriere della Sera

 

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