Società

Come sarebbe una società di meditanti?

Stampa E-mail
07 Luglio 2020
Nativo americano in meditazione
Nativo americano in meditazione

L’ecospiritualità: una chiave per un mondo migliore


Perché a volte preferiamo la compagnia degli animali? Perché è così difficile comunicare tra esseri umani?

La difficoltà di comunicazione è paradossalmente in aumento rispetto allo scambio frenetico di messaggi e scambi che avvengono ormai con ogni mezzo informatico. Sembrerebbe quindi che la difficoltà di comunicazione sia inversamente proporzionale alla facilità di comunicazione… un paradosso? Può sembrarlo, eppure oggi è difficile vedere qualcuno che non sia occupato a comunicare con il suo cellulare. I messaggi Whatsapp, Instagram, Facebook, Twitter ti raggiungono ovunque e creano una rete mondiale di possibili contatti.

Eppure…

L’inganno è lampante. Siamo interconnessi continuamente con tutto il mondo, abbiamo un costante sovraccarico cognitivo di informazioni, ma siamo… SOLI.

Come è possibile?

E qui scatta la voglia di isolarsi con i propri animali per un assurdo malinteso che ci fa credere che loro siano gli unici che ci capiscono davvero.

Non voglio togliervi l’illusione che gli animali vi capiscano, so benissimo che possono farlo e che ci comprendono molto più di quanto noi capiamo loro. Ma fuggire dal confronto con la propria specie è un segnale di un cambiamento sociale allarmante.

A volte sembra che solo gli animali ci comprendano…
“A volte sembra che solo gli animali ci comprendano…”

Gli animali sono consolatori nei nostri confronti, ci elargiscono un amore incondizionato, e credo che ci facciano anche molti sconti. Ci tollerano sia quando siamo orsi in preda all’incomunicabilità, con la sola voglia di chiuderci in un armadio, e sia quando siamo insopportabilmente su di giri. Un essere della nostra stessa specie invece può manifestarci simpatia e gratificazione, ma anche antipatia, insofferenza, e forse questo non lo accettiamo.

E scattano le incomprensioni, le difficoltà di comunicazione, il sentirsi incompresi (sempre per colpa degli altri, ovviamente).

Forse perché non siamo abituati a essere noi stessi? A mostrarci per ciò che siamo? È più facile chiudersi in se stessi che accettare di essere diversi dall’immagine che faticosamente ci siamo costruiti. Spesso, agli altri mostriamo una facciata che non corrisponde a ciò che siamo, e quando siamo soli con noi stessi, cerchiamo la nostra identità in una personalità fatta di cultura acquisita, ricordi, gusti, tendenze, desideri inconfessabili. Ma tutto questo non ci soddisfa, non ci porta a capire chi realmente siamo.

A volte la cronaca riporta suicidi di persone che sembravano non avere l’ombra di un problema. Ragazzi e ragazze che avrebbero potuto avere tutto dalla vita, eppure qualche mostro interiore ha determinato la fine delle loro esistenze. Come si può arrivare a questo? Non sarebbe meglio vivere in un mondo dove ognuno si mostra per quello che è? Perché nascondersi dietro una parte che non corrisponde a ciò che siamo, e che magari ci porta a fare scelte di vita fallimentari quando non portano addirittura alla rovina?

Forse la risposta sta nel rapporto che si può intraprendere con l’esistenza.

Ognuno di noi ha un solo ed unico interlocutore: la propria vita. Abbiamo un problema da risolvere: il nostro rapporto con l’esistenza, e niente e nessuno lo può risolvere per noi, né ideologie, né religioni o filosofie, men che meno altre persone che si mostrano “maestri di vita”, amici scafati, familiari, guru o altre figure che ci diano consigli illuminati.

No. Siamo soli con il nostro problema.

Indigenous Peoples Forum, Nazioni Unite di New York. Una delle più vaste assemblee dell’ONU
Indigenous Peoples Forum, Nazioni Unite di New York. Una delle più vaste assemblee dell’ONU

Eppure da bambini vivevamo una sorta di magia, non avvertivamo il problema di come porci verso gli altri o verso la nostra stessa vita. Avevamo tante aspettative, tanta voglia di comunicare e di partecipare a un perenne gioco che era l’esistenza. Poi qualcosa ci ha tarpato le ali.

Crescendo, ci è stato insegnato che se non si hanno problemi non si è normali. Nella fase adolescenziale avevamo già il nostro bel problema a capire chi eravamo, con tutte le pulsioni che ci arrivavano dal di dentro e le moltitudini di sollecitazioni che pervenivano dall’esterno. Ma in più, sono arrivati… I PROBLEMI. Più si cresce e più aumentano. C’è una strana mentalità condivisa, secondo cui più gli altri che ci stanno intorno hanno dei problemi e più noi non ci sentiamo dei perdenti.

Se non si mette su famiglia, se non si parla dei pannolini dei figli, non si è normali. E così molte famiglie vivono di riflesso nella vita dei figli, i quali a loro volta devono corrispondere alle aspettative dei genitori, assorbendo tutte le loro aspirazioni e riscattando le loro sconfitte.

I figli diventano una rivalsa per le insoddisfazioni dei genitori, i quali possono così esibire il figlio o la figlia alla società.

Vi capita mai di vedere delle persone adulte, magari anziane, giocare e divertirsi come si faceva da bambini? No, non è concesso. Non è concesso di essere liberi e felici.

Se uno non fa figli non è normale, se non fa carriera è un perdente. E non importa che magari sia una persona che dedica la sua vita a cause giuste. L’importante è che non dimostri di aver voglia di giocare come faceva da bambino, perché verrebbe considerato immaturo.

L’importante è l’apparenza.


Giancarlo Barbadoro all’ONU di New York con il Premio Nobel Rigoberta Menchù
Giancarlo Barbadoro all’ONU di New York con il Premio Nobel Rigoberta Menchù

Ma la meditazione che c’entra?

Cosa c’entra tutto questo con il titolo che ho dato a questo articolo? C’entra, perché questa situazione ha una spiegazione.

Come sarebbe una società basata sul rispetto verso la natura, verso gli altri, verso tutte le forme di vita? E soprattutto, come sarebbe una società formata da persone che siano state abituate fin da piccole a prendere contatto con la propria esistenza, a crescere non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente?

Ebbene, società simili esistono, solo che sono assolutamente invisibili.

Mi riferisco alle realtà dei Popoli naturali, quelle culture che hanno mantenuto integre le loro tradizioni e non si sono lasciate contaminare dalle grandi religioni storiche.

Nella comunità planetaria esistono due realtà in contrapposizione tra di loro: la società maggioritaria e la società dei Popoli naturali.

La prima la conosciamo bene, perché ci siamo nati e cresciuti, la seconda è invisibile perché fa parte di quelle sacche storiche che la Storia ha cercato di cancellare con ogni mezzo. Eppure in ogni continente esistono comunità autoctone, culture resilienti che non solo mantengono vive le loro tradizioni, ma crescono, al di là di ogni previsione. Possiamo parlare dei Nativi americani, degli aborigeni australiani, dei Nativi africani, ma possiamo anche parlare dei Nativi europei.

Cosa unisce questi Popoli, che sembrano intendersi perfettamente al di là della lingua, al di là dei loro usi e costumi? Qual è l’elemento che li unisce? Alle Nazioni Unite, le più vaste assemblee ONU sia a New York sia a Ginevra sono formate dalle delegazioni degli Indigenous Peoples. Assemblee a volte formate da migliaia di delegati, rappresentanti di altrettante etnie, riuniti insieme per discutere su come mantenere vive la loro identità e le loro tradizioni. Molti studiosi della società maggioritaria hanno cercato di capire che cosa li unisse, quale elemento fondamentale permettesse loro di trovare sempre soluzioni comuni ai problemi, che, come possiamo immaginare, sono tanti e complessi.

Quando ho posto questa domanda ai vari Capi di Consigli Tribali, la risposta è stata sempre la stessa: “Mother Earth”. Madre Terra. Madre Terra intesa come l’unica vera grande madre, l’unico riferimento possibile. Madre Terra, depositaria di un grande Segreto cosmico.

Un canto tribale della delegazione Maori all’ONU di New York
Un canto tribale della delegazione Maori all’ONU di New York

Sì, poiché queste realtà basano la loro espressione sociale sull’ascesi spirituale, il punto cardine su cui si costruisce una società che possa essere davvero sana. Non il profitto, non l’accumulo dei beni, non la sopraffazione del più forte sul più debole. La ricerca spirituale. Società basate sul concetto di “ecospiritualità”, termine coniato da Giancarlo Barbadoro insieme ai vari Capi nativi con cui si confrontava e con i quali aveva definito così l’elemento che poteva meglio descrivere la loro esperienza.

È facile immaginare come in una società basata sull’ecospiritualità non ci sia spazio per la paura della solitudine, o della vecchiaia o della morte. Società basate sul rispetto di Madre Terra e di tutti i suoi figli, umani e non. Società basate sulla meditazione.


Sembra facile, eppure…

L’ecospiritualità potrebbe essere una facile soluzione per risolvere tutti i problemi e per dare un contributo per un mondo migliore. Ma allora perché non la si adotta? Perché non prendere esempio dai Popoli naturali?

C’è una spiegazione anche a questo.

Le grandi colonizzazioni hanno apparentemente spazzato via i Popoli nativi delle terre scoperte, e questo in virtù di una Bolla Papale del 1400, la “Discovery Doctrine”, che autorizzava i coloni per “diritto divino” ad impossessarsi di tutte le terre scoperte, e di tutti gli abitanti di quelle stesse terre. In pratica, i coloni si impossessavano delle terre (cosa incomprensibile per i Nativi: come si fa a possedere la terra? La terra non ci appartiene, appartiene a Madre Terra!) e sottomettevano i residenti facendoli schiavi.

È purtroppo storia il genocidio dei Nativi americani che iniziò con Cristoforo Colombo e proseguì dopo la sua morte, ma ebbe le sue basi nel trattamento riservato agli indigeni dall’esploratore genovese nelle sue spedizioni. Oltre a fare centinaia di schiavi, ordinò a tutti quelli sopra ai 14 anni di cercare oro per gli spagnoli. Per sopprimere le ribellioni, ordinò una repressione brutale, che comprese torture e l’esposizione pubblica di pezzi di cadaveri per spaventare la popolazione. In una lettera, raccontò l’efficacia e la convenienza economica della vendita di bambine di 9 e 10 anni come schiave sessuali. Moltissimi nativi si suicidarono in massa per sfuggire a queste catastrofi.

Come non capire l’attuale trattamento riservato alle statue di Colombo negli USA, o alla campagna dei Nativi per abolire il Columbus Day?

La conquista delle Americhe con la repressione dei Nativi da parte di Cristoforo Colombo in una immagine d’epoca
La conquista delle Americhe con la repressione dei Nativi da parte di Cristoforo Colombo in una immagine d’epoca

Purtroppo, questo processo è avvenuto in tutto il mondo. Tristemente famoso è il fenomeno della “Stolen generation”, la generazione rubata, che si riferisce a quei bambini aborigeni allontanati dalle loro famiglie in modo forzato da parte dei governi federali australiani e da missioni religiose con l’obiettivo di rieducarli secondo la cultura dei bianchi. La stessa cosa è avvenuta negli USA e in Canada, con migliaia di bambini nativi abusati, costretti a schiavitù, e da grandi, molti di loro si sono suicidati. E non parliamo di secoli fa: in alcuni luoghi questa situazione si è protratta fino agli anni Settanta del secolo scorso.

Ma quello che spesso non viene considerato è che anche in Europa è avvenuta la stessa cosa, solo che è avvenuta molti secoli prima. Le prove generali delle colonizzazioni sono state fatte proprio in Europa, con il massacro delle culture considerate “pagane”. Parliamo del massacro dei Catari, dei Templari, e possiamo anche parlare della Santa Inquisizione che ha torturato a morte centinaia di persone, sia maschi che femmine, che praticavano culti pagani. Le repressioni sono proseguite ancora fino al secolo scorso, con la messa al bando delle lingue celtiche, dal bretone all’occitano, o degli usi e costumi considerati “pericolosi” come gli strumenti musicali tipici della musica celtica: la cornamusa, l’arpa. Tanto che in Irlanda per proseguire la tradizione musicale, a cui era legata anche la loro cultura, si è diffuso il fenomeno della Mouth Music, la musica solo cantata.

E non stiamo parlando di millenni fa, ma di pochi decenni.


La Tradizione non muore mai

C’è un filone storico che non muore, nonostante l’accanimento della Storia, che, come si sa, è raccontata dai vincitori.

Le antiche tradizioni dei Popoli naturali non muoiono, perché c’è chi discretamente le porta avanti e fa in modo che viaggino parallelamente alla storia dell’umanità, pronte per dare un impulso di evoluzione nei momenti bui.

In Arizona insieme a Giancarlo Barbadoro ho conosciuto una grande leader spirituale Apache, Ola Cassadore, purtroppo oggi scomparsa, con la quale abbiamo combattuto una battaglia epica per proteggere il massimo luogo spirituale degli Apache, Mount Graham. Una persona di una semplicità straordinaria, che non amava essere definita leader spirituale, ma che ci ha messo a parte della sua lotta non solo per la montagna sacra, ma per la sua azione di preservazione della tradizione Apache.

Così come, sempre con Giancarlo, in Australia abbiamo conosciuto la parte più sacra della cultura aborigena, anche questa ben viva e vitale.

Meditazione collettiva al cerchio di pietre dell’Ecovillaggio di Dreamland
Meditazione collettiva al cerchio di pietre dell’Ecovillaggio di Dreamland

Ma la stessa cosa avviene in Europa. Molti studiosi si chiedono che cosa unisca le Nazioni celtiche, sparse in Paesi diversi, contaminate dalle culture imperanti, con lingue e usi e costumi differenti, eppure così vive e soprattutto con riferimenti comuni.

È evidente che qualcosa sfugge.

In Europa l’antica Tradizione dello Sciamanesimo druidico si è trasmessa grazie a quegli sciamani che non volevano essere definiti tali, come Giancarlo Barbadoro, che ci ha lasciato dei doni immensi.

Tradizioni con profondi legami che attraversano il pianeta, legami evidentissimi come gli usi e costumi comuni, o le antiche grandi pietre del megalitismo, sparse in tutto il mondo, che evidenziano una realtà che la scienza della società maggioritaria non riesce a spiegare.

Tradizioni basate sulla meditazione.

Le antiche tradizioni sono portate avanti da chi si è preso cura di loro. Un cuore antico che non muore mai, va avanti nel tempo, progredisce, si evolve con un messaggio che si adatta ai tempi. Sì, perché l’individuo ha sempre gli stessi bisogni, millenni fa come oggi. Uno di questi bisogni insopprimibili è l’esigenza di dare una risposta al richiamo del Trascendente. Chi siamo, che cosa siamo, perché siamo qui. Dove andiamo.

Risposte che non possono essere trovate nella mente, ma oltre la mente. Che ci uniscano a quel Tutto di cui siamo figli, il Vuoto, lo Shan degli antichi druidi.

Mai come in questo momento di pandemia e di forzata clausura siamo portati a cercare un modo di rapportarci alla nostra esistenza che sia più consono ai nostri bisogni.

Questo porta a ridisegnare un modello sociale basato sulla fratellanza, sull’armonia, sul rispetto per tutte le creature viventi. Un modello di società basato sul clan, che non vuol dire rinnegare la famiglia ma allargarla ad altri fratelli. A uscire dai ruoli che ci imprigionano. Un modello che ora molte realtà stanno riscoprendo.

Ad esempio gli ecovillaggi. Da wikipedia: “Le realtà degli ecovillaggi intendono dar vita a nuove forme di convivenza, rispondendo all'attuale disgregazione del tessuto familiare, culturale e sociale della condizione postmoderna e globalizzata”.

Una volta tanto concordo con wikipedia: gli ecovillaggi sono un tentativo di creare un laboratorio di ricerca e sperimentazione verso stili di vita alternativi ai modelli socioeconomici più diffusi.

Giancarlo Barbadoro, fondatore dell’ecovillaggio di Dreamland e continuatore dell’antica tradizione dello Sciamanesimo druidico
Giancarlo Barbadoro, fondatore dell’ecovillaggio di Dreamland e continuatore dell’antica tradizione dello Sciamanesimo druidico

Una di queste realtà è l’ecovillaggio di Dreamland, un esperimento sociale basato sull’ecospiritualità. Il suo fondatore, Giancarlo Barbadoro, ha iniziato questo progetto facendo erigere un grande cerchio di pietre per dare continuità alle antiche tradizioni celtiche, quelle tradizioni che mettevano in primo piano il rapporto con la Natura e che sono state apparentemente eliminate dalle grandi religioni storiche che le hanno bollate come “pagane”. L’ecovillaggio di Dreamland si rifà al concetto dei popoli naturali secondo cui un vero modello sociale deve ispirarsi al rispetto di Madre Terra e di tutti i suoi abitanti, umani e non.

Un modello sociale ispirato all’esperienza mistica che è possibile vivere a contatto con la Natura. Questo consente di avere rapporti veri tra i partecipanti, di mostrarsi per quello che si è, di darsi assistenza reciproca e di lavorare per progetti comuni.

Gaia, la nostra Madre Terra, ci manda un continuo richiamo. Ci insegna a meditare. Ci insegna un archetipo naturale presente in natura, ci insegna a essere liberi e felici, a rispettare gli altri, di qualsiasi specie essi siano.

Che cosa ci impedisce di rispondere a questo richiamo?


www.rosalbanattero.net

 

Seguici su:

Seguici su Facebook Seguici su YouTube