Società

Perché la morte fa paura?

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12 Aprile 2023
Perchè la morte fa paura?

Il più grande confronto con l’ignoto inquieta. Ma perché non affrontarlo? È una questione da relegare solamente ai dogmi religiosi?


Il confronto con la morte è un argomento da cui rifuggiamo, forse perché presenta un grande mistero, il più grande mistero con cui possiamo confrontarci. Ma può essere anche un grandissimo insegnamento che l’esistenza ci dà.

La morte è una cosa naturale come la vita. In teoria sappiamo che toccherà a tutti, ma non siamo adeguatamente preparati a conviverci. Ci confrontiamo con l’ignoto più ignoto che potremmo mai immaginare.

La cultura in cui siamo nati e cresciuti non ci prepara a questo evento. Tutt’al più ci dice di credere in qualcosa, nelle grandi religioni, nel cristianesimo che ci dice che ci sarà la resurrezione della carne, come se fosse una cosa logica. Come si fa a credere in simili panzane?

O nelle religioni orientali che ci parlano della reincarnazione, come se ci fosse un ufficio nell’aldilà che tiene conto di tutti i defunti e gli assegna un nuovo ruolo, di solito un principe o una principessa, mica una mosca.

Insomma, credere in qualcosa di consolatorio, basta non pensare che finiremo in un grande nulla.

E sì perché se non ci fosse niente dopo il trapasso, a cosa sarebbero serviti tutti i nostri sogni, i nostri progetti, tutte le cose in cui abbiamo investito nella nostra vita? I matrimoni, i figli, tutte le cose faticose che abbiamo fatto per dare un senso alla nostra vita?

Dovremmo convincerci di non essere eterni, mentre invece ci comportiamo come se lo fossimo.


L’oltretomba secondo gli Egizi
L’oltretomba secondo gli Egizi

Dove siamo?

Anziché chiederci cosa troveremo dopo la morte, se mai troveremo qualcosa, perché non chiedersi da dove siamo arrivati?

La domanda è la stessa, arriviamo dallo stesso mistero. E possiamo estendere il concetto: ma allora DOVE SIAMO? Che cos’è questo universo che ci contiene?

E a sua volta, questo universo in che cosa è contenuto?

Siamo alle prese con problemi di alta filosofia, mentre ci è stato insegnato che solo i grandi filosofi possono permettersi di porsi queste domande. E noi dovremmo attingere ai grandi pensatori, come se non vivessimo la stessa cosa, come se non fossimo alle prese con gli stessi problemi esistenziali.

Socrate vedeva la morte come la totale assenza di dolore, un grande vuoto e un sonno eterno. In questa sua visione, la morte non implica sofferenza e pertanto non fa paura. Secondo Socrate, se mai fosse esistito l'ADE (il regno delle anime greche e romane), avrebbe potuto dialogare con i grandi sapienti ormai trapassati.

ADE significa “invisibile" ed è il regno dei morti. Un luogo fisico, al quale si poteva persino accedere dalla terra presso alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili.

Il filosofo greco Plutarco
Il filosofo greco Plutarco

Plutarco ha detto: “La morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto.” Anche in questo caso il filosofo greco si è dimostrato un illuminato, così come già si era rivelato tale per la sua pietà e il suo rispetto per gli animali, in quanto questa frase sulla morte è molto lontana dal senso di sventura che questo argomento si porta dietro.

Ma non in tutte le culture è così. A scuola ci insegnano la storia antica partendo dai greci e dai romani, come se milioni di anni della storia umana non avessero prodotto altro che barbari allo stadio primitivo. Come se prima dei greci e dei romani ci fosse solo il nulla. Ma, si sa, la storia è scritta dai vincitori, e chi ha annientato le culture cosiddette “pagane” non ha alcun interesse di diffondere una storia alternativa a quella ufficiale.

Eppure esistono poemi, reperti, manufatti, fine gioielleria, che difficilmente potrebbero essere attribuiti a quei rozzi contadini così come vengono dipinte le società antiche. Ad esempio i Vikinghi avevano una cultura raffinatissima, con una gioielleria preziosa ed elegante, arti ricercate e poemi profondissimi che ancora oggi molto spesso rimangono oscuri.

Ed erano un esempio di società in cui vigeva una democrazia diretta, senza differenze tra i generi.


L’antico Sciamanesimo druidico

I Vikinghi erano imparentati con i Celti, tanto da non notare differenze sia nei princìpi che animavano le due culture, sia nella forma mentis di entrambe. C’è da chiedersi come queste culture siano arrivate fino a noi nonostante le persecuzioni a cui sono state sottoposte, e che cosa leghi i Paesi celtici che rivelano di avere miti comuni, nazioni con storie differenti come i Paesi Baschi, la Galizia, la Scozia, l’Irlanda, la Bretagna, i Paesi Occitani. Tutte culture con percorsi storici diversi eppure con legami più che evidenti, connesse tra loro da miti, musica, reperti, poemi. Patrimoni di conoscenze che periodicamente si affacciano sullo scenario storico.

Nave vikinga. I Vikinghi avevano una struttura sociale basata sulla democrazia diretta
Nave vikinga. I Vikinghi avevano una struttura sociale basata sulla democrazia diretta

Chi o che cosa mantiene questi legami? Chi conserva queste tradizioni e le tramanda, al fine che non vadano disperse? Secondo una interpretazione di alcuni ricercatori, come lo scrittore francese Jean Markale, esiste una classe sacerdotale che si tramanda da tempi immemori con lo scopo di conservare la tradizione celtica. È il druidismo, un ordine sacerdotale costituito dai druidi, i quali avrebbero il compito di tramandare quella che in molti casi viene erroneamente definita l’“Antica religione”, interpretazione errata in quanto non è una religione ma piuttosto un rapporto di natura spirituale con la Natura e con l’esistenza. L’antico Sciamanesimo druidico ben rappresenta questo ruolo.

In queste culture la morte non è un tabù, ma viene affrontata come uno spunto filosofico.

Arrivato fino a noi tramite il ricercatore e filosofo Giancarlo Barbadoro, l’antico Sciamanesimo druidico afferma che non esiste la morte, né la vita. Tutto ciò che vive, muore. Tutto ciò che muore, vive. “All that lives, dies. All that dies, lives”, dice una canzone dei LabGraal.

In queste parole c’è un grandissimo segreto, il mistero di una trasformazione perpetua che coinvolge anche noi individui e tutti gli individui senzienti, ma anche il mondo vegetale e quello inanimato. Non c’è niente di fermo nell’esistenza. Tutto è in continua trasformazione. Le stelle, le galassie, i cristalli, i diamanti, tutto ha un inizio, un percorso e una fine.

Compresi noi. Siamo nati. Percorriamo questo tratto esistenziale, moriremo. Il nostro destino è già segnato. Che senso ha tutto questo? Non lo sappiamo. E non sappiamo neppure in che cosa ci trasformeremo, se mai ci fosse qualcosa dopo la morte. Forse un programma c’è, solo che noi non lo vediamo e non possiamo neppure intuirlo.

Mappa delle Nazioni celtiche
Mappa delle Nazioni celtiche

Purtroppo la cultura in cui siamo nati e cresciuti, e che ci ha forgiato, non contempla il mistero. Anzi, proprio lo nega. Il mistero fa intuire che non siamo immortali, e quindi avvicina al concetto di morte, un concetto che non esiste nella cultura del mondo maggioritario. La morte è un pensiero da cui fuggire, così come la vecchiaia perché avvicina alla morte. Nella cultura maggioritaria vige il mito dell’eterna giovinezza, la ricerca sempre più avanzata di prolungare il percorso di vita rifuggendo la vecchiaia, come se fosse una colpa, ricorrendo alla chirurgia estetica, alle biotecnologie e all’ingegneria genetica per rallentare il percorso vitale. Ne è un esempio la filosofia del postumanesimo che ha lo scopo di trasformare fisicamente e mentalmente l’uomo in qualcosa di nuovo, un essere ibrido, umano e non umano. Tutto pur di sfuggire alla Nera Mietitrice, la Morte. Perché ci porta ad affacciarci al più grande mistero che esista.

Eppure senza il senso del mistero siamo già morti. Einstein ha detto: “La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza.”

Secondo lo sciamanesimo druidico, che Giancarlo Barbadoro ci ha permesso di conoscere in quanto attingeva dalle sue fonti, le Famiglie Celtiche tuttora vive e vitali, con cui egli aveva contatti e da cui aveva appreso anche l’antico linguaggio Shannar, la nostra realtà è fatta di Nara e di Matchka.

Il Nara è tutto quello che vediamo, che possiamo comprendere. Ma al di là di questo c’è una realtà invisibile, chiamata Matchka, che comincia da ciò che non conosciamo. Nella Matchka risiede tutto ciò che non conosciamo e non comprendiamo, come i pensieri degli altri, i nostri pensieri reconditi, i nostri demoni. Ma anche tutto ciò che lo scientismo definisce “pseudoscienze”, la telepatia, l’ESP, il percorso nell’aldilà, il regno dei morti.

In pratica, lo Sciamanesimo druidico, questa antica cultura che fa parte delle nostre radici e dei nostri territori di Nativi europei, ci insegna a non aver paura della morte, ma anzi ad adottarla come insegnamento di vita.

Se contempliamo che il nostro destino è a termine, e che siamo su un binario che ci porta a quel traguardo inevitabile, allora tutto ci appare sotto una luce diversa. Ci troviamo in un percorso che tiene conto che noi non siamo fatti di solo corpo e mente ma anche di qualcos’altro, una coscienza, una consapevolezza? E che la realtà materiale è solo una illusione, un film eterno che viene proiettato nella nostra testa.

Il ricercatore e filosofo Giancarlo Barbadoro
Il ricercatore e filosofo Giancarlo Barbadoro

Gli antichi sciamani si sono accorti che si nasceva e si moriva. E che a volte i defunti si manifestavano forse perché cercavano un contatto con la dimensione dei vivi.

Sulla base di questa dimensione sperimentale, hanno concepito la Via della Morte e della Rinascita. Una trasformazione continua di cui noi facciamo parte. Tutto l’universo è in continua trasformazione, dalla materia inerte tutto va verso la coscienza. Si potrebbe dire che l’universo medita.

Chi non si allinea a questo processo, chi non arriva alla morte in maniera consapevole, rischia di perdersi in un nulla cosmico, oppure cerca ancora incessantemente un contatto con i vivi, perché la sua realtà è quella. E questo spiegherebbe il fenomeno delle apparizioni dei fantasmi.


In definitiva, la cultura del mondo maggioritario ci ha fregato.

La cultura del mondo maggioritario non ci permette di far emergere il vero filosofo che è in noi. In ognuno di noi c’è un filosofo. Qualsiasi atto che noi compiamo, magari inconsapevolmente, è frutto di una precisa filosofia. Siamo filosofi e non lo sappiamo, perché questo ruolo ci è negato in quanto c’è sempre chi pensa per noi. Le grandi religioni storiche, le ideologie, la Scienza, i grandi pensatori. Tutti questi filtri ci negano di poter gestire la nostra esperienza di vita a contatto con il Vuoto, secondo il druidismo la vera natura dell’esistenza.

Eppure se ci guardiamo dentro con coraggio, come possiamo essere soddisfatti di vivere ipnotizzati dal mondo “degli altri”? Un mondo che non ci appartiene perché non abbiamo contribuito a disegnarlo.

A volte il contatto con il Mistero si fa sentire e allora scatta un richiamo impellente, può essere un fatto ESP, può essere un richiamo dai defunti, può essere un fatto inspiegabile, un Troll, un elfo… qualcosa che ci richiama a una dimensione invisibile.


Menhir di Carnac, Bretagna. Il megalitismo è l’elemento in comune tra tutte le Nazioni celtiche
Menhir di Carnac, Bretagna. Il megalitismo è l’elemento in comune tra tutte le Nazioni celtiche

E la reincarnazione?

Che cosa saremo, noi, dopo la morte? E i defunti dove vanno? Si spengono semplicemente o rimangono da qualche parte? Lo so, è difficile rispondere, perché non lo sappiamo. Eppure anche queste domande fanno parte del nostro universo.

C’è chi crede nella reincarnazione, ma anche questa convinzione si basa su un errore di interpretazione. Il boom della teoria della reincarnazione è avvenuto alla fine del 1800, dietro lo stimolo dei libri di Allan Kardec, un libero pensatore conosciuto per essere stato il fondatore dello spiritismo, una dottrina filosofica di cui fu il principale divulgatore a livello mondiale. Allan Kardec, anche se dalle sue biografie non emerge, era soprattutto un druido, e la sua tomba al famoso cimitero Père Lachaise di Parigi lo rivela in maniera inequivocabile: è sepolto sotto un dolmen, l’unico del Père Lachaise, vicino ad una grande quercia. Un dolmen costruito con menhir autentici, provenienti dalla Bretagna, sua terra adottiva, con tanto di coppelle preistoriche, in omaggio al culto per le tradizioni celtiche che Kardec professava.

Secondo quanto rivelato dallo stesso Kardec, nelle sue sedute spiritiche egli si metteva in contatto con i suoi antenati druidi, che quando erano in vita risiedevano in Bretagna.

Allan Kardec
Allan Kardec

Kardec applicò i principi della sperimentazione scientifica allo studio del soprannaturale e regolamentò con saldi principi etici la pratica delle sedute spiritiche. L’avvento della filosofia di Kardec diede un nuovo impulso allo spiritismo, generando anche una serie di equivoci che ogni pensiero su vasta scala può provocare. La teoria dello spiritismo di Kardec diventò ben presto una sorta di religione, basata sulla teoria della reincarnazione, con principi che si trasformarono in veri e propri dogmi. Quanto di più lontano poteva esserci nelle intenzioni di un laico pragmatico come Kardec.

"Nascere, morire, rinascere per progredire sempre: questa è la legge". Così si legge sul suo epitaffio, sopra la tomba al Père Lachaise. Una teoria di chiara influenza druidica: secondo l’antico sciamanesimo druidico, tutto ciò che esiste nell’universo, compreso l’uomo, è in continua trasformazione. Tutto, nell’universo, è in continua mutazione, e l’uomo non è altro che una porzione di esistenza in transito verso stati percettivi di coscienza sempre più evoluti.

La diffusione della filosofia spiritista provocò tra i suoi sostenitori un dibattito interno che si manifestò in varie correnti, essenzialmente costituite da chi sosteneva la teoria della reincarnazione e da chi invece riteneva che la trasformazione delle anime fosse da intendersi in senso simbolico.


Qualcosa sopravvive dopo la morte?

Noi non abbiamo solo a che fare con la dimensione quotidiana, lavoro, affetto, famiglia… abbiamo anche a che fare con ciò che non vediamo. E allora perché non ci hanno insegnato ad interagire anche con queste dimensioni invisibili?

Pow wow Nativo Americano
Pow wow Nativo Americano

In realtà esistono culture che affrontano il problema, e mi riferisco ai Popoli naturali, quei popoli nativi che hanno mantenuto vive le loro tradizioni al di là dell’influenza delle grandi religioni storiche e hanno mantenuto un contatto con la Natura. Questi popoli hanno legami fortissimi con l’antico Sciamanesimo druidico, si può dire che provengano da una stessa sorgente. La loro cultura porta ad affrontare la morte, la vecchiaia, l’invisibile, l’esistenza stessa in maniera totalmente diversa dalla visione del mondo maggioritario disegnato dalle religioni. Fin da piccoli viene insegnato a confrontarsi con la propria individualità, con la solitudine, e la morte viene vista come un fatto naturale anziché come un tabù.

Ora anche la scienza, nell’ambito delle neuroscienze, contempla il fatto che qualcosa sopravvive dopo la morte. Presso il National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland, si è svolto un esperimento che potrebbe portare a riscrivere la definizione stessa di morte e che apre la strada a interrogativi etici e bioetici. La notizia dell’esperimento è trapelata solo negli ultimi giorni, ma la sua presentazione risale al 28 marzo quando nel Maryland si è svolto un incontro mirato proprio ad indagare le questioni bioetiche inerenti alle frontiere del cervello. In questo contesto, Nenad Sestan, un neuroscienziato della Yale University negli USA, ha presentato l’esperimento portato avanti da qualche tempo dal suo team. I cui risultati in pratica dimostrano che la vita, intesa come quella del cervello, può continuare dopo la morte. Purtroppo questi esperimenti vengono fatti sui maiali, esseri senzienti che dopo aver vissuto una vita di sofferenza e dopo essere stati macellati, non sono stati lasciati in pace neppure da morti.

La meditazione, strumento utile per coltivare la consapevolezza di sé
La meditazione, strumento utile per coltivare la consapevolezza di sé

Ma questo è il mondo maggioritario, basato sull’antropocentrismo, dove non c’è rispetto per le altre specie, e dove l’uomo è il dominatore assoluto di tutto il creato, con il diritto di depredare l’ambiente come fosse una tappezzeria inanimata, esseri viventi e senzienti compresi.

Tuttavia questi esperimenti, pur nella loro perversione, mettono in luce dei grandi interrogativi su che cosa sia la coscienza, se questa sia o meno un prodotto del cervello e se questa facoltà possa perdurare dopo la morte fisica. Roger Penrose, fisico matematico a Oxford, sostiene l’ipotesi che i microtubuli, piccole formazioni intracellulari che costituiscono l’ossatura dei neuroni cerebrali, funzionino su tutta la massa cerebrale in uno stato di “entanglement orchestrato” tra loro, e proprio questo stato genera un atto di coscienza.

Forse gli antichi sciamani avevano ragione: più ci prepariamo in vita e più siamo preparati ad affrontare la morte. Come? Tanto per cominciare, non credere a tutto ciò che ci propone la mente. La mente è una continua illusione.

Ci propone sogni, obiettivi irrealizzabili, desideri che cambiano di volta in volta, progetti, un universo piccolo a misura del nostro quotidiano.

Noi non siamo solo fatti di corpo e di mente. Siamo fatti anche di qualcosa che va oltre la mente, e che ha delle esigenze così come il corpo e la mente.

Il corpo ha l’esigenza di stare bene, la mente ha l’esigenza di elucubrare, di schematizzare e fantasticare, ma abbiamo anche una componente che va oltre questo. E che a volte si fa sentire in maniera impellente.

L’esigenza di dare una risposta a quel sentirsi “diversi”, a quel sentire di non avere un posto, a quello che molte volte ci fa scappare dalle situazioni, magari cercando il contatto con quegli esseri senzienti di forma diversa dalla nostra che sembrano capirci così bene. Gli animali.

Beh se vi sentite diversi, non siete pazzi o disadattati. Siete normali. Avete forse solo bisogno di approfondire il vostro rapporto con l’esistenza in maniera totalizzante.

Avete bisogno di strumenti con cui affrontare la realtà, fatta di visibile ma anche di invisibile.


www.rosalbanattero.net


 

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