Società

Perché la solitudine fa paura?

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19 Novembre 2011
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Il confronto con le altre specie fa emergere i nostri problemi più spinosi


Chi ama gli animali, e dedica parte del suo tempo ad assisterli e a tutelarli, spesso si sente obiettare che forse non ama abbastanza gli altri esseri umani, e che dovrebbe prima di tutto privilegiare l’aiuto ai suoi simili.

Eppure chi ama gli animali sa benissimo che la sensibilità verso le altre creature porta ad arricchirsi interiormente e ad ampliare i propri orizzonti. Sa benissimo che la sensibilità verso gli animali spesso porta ad essere più sensibili e solidali anche verso gli esseri umani. E' un atto d'amore che viene abbondantemente ripagato dall'armonia che ne deriva.
Il dialogo con le altre specie porta a riflessioni che si traducono in una maggiore attenzione verso gli individui della nostra stessa specie, ma anche a un inevitabile confronto sul modo di approcciarsi all’esistenza.

Può indurre a riflettere su temi sociali tipici del nostro tempo, come il problema della solitudine, fonte di sofferenza invisibile.
Il problema della solitudine nella nostra società tocca persone di ogni ambiente ed età. Può destare tristezza l'idea degli anziani abbandonati a se stessi, parcheggiati negli ospizi in attesa di morire, può stringere il cuore la consapevolezza dei tanti senzatetto che si aggirano nelle città come fantasmi invisibili. Casi limite, ma non certo casi isolati. Eppure il problema della solitudine è di dimensioni molto più vaste, si insinua dentro le case "normali", nelle famiglie "giuste", nei giovani, nei bambini. E' un problema in agguato, che può colpire ciascuno di noi e portare lentamente all'altro problema sociale dei giorni nostri: la depressione.
Considerata un problema sociale inevitabile, la solitudine viene ordinariamente affrontata con la più ovvia delle soluzioni: la ricerca di compagnia. Su questa base, cioè ovviare alla solitudine con la compagnia, si cerca di dare una risposta al problema con soluzioni aggregative che però in molti casi sono solo un modo temporaneo di tamponare situazioni ben più gravi e profonde.
Il vero problema sta nel fatto che la società produttiva ha via via confinato i suoi componenti entro limiti sempre più ristretti, in una dimensione sociale dove il singolo è portato a chiudersi sempre più in se stesso perché disabituato a vivere una socialità allargata. Ogni persona, giovane o anziana, vive in una sua isola personale che rischia di diventare una prigione, in netto contrasto con gli scambi sociali, basati su rapporti "di facciata", su convenienze reciproche e falsità, non corrispondenti alle esigenze individuali. In questa situazione dicotomica, ognuno vive almeno due identità, quella "sociale" e quella "personale", spesso in contrasto fra loro.
Costretti ognuno nella propria nicchia, gli individui non scambiano rapporti reali, e quel che è peggio, in questo isolamento non trovano gli strumenti per crescere e maturare una loro evoluzione.
La solitudine diventa così uno spauracchio, una vergogna, un nemico da combattere, a costo di prostituirsi, di adeguarsi, di modificare le proprie esigenze per non doversi rassegnare ad essere soli.
Ma perché aver paura della solitudine? Perché aver paura di stare soli con se stessi, di affrontare la vita e anche la morte? Siamo tutti inevitabilmente soli, anche se ci stordiamo con la compagnia continua di altre persone. Nasciamo da soli e moriamo da soli, nessuno può realmente risolvere per noi il nostro problema esistenziale. A ognuno di noi capiterà inevitabilmente di invecchiare e di morire.


Un momento sociale di un clan di elefanti

La solitudine non è solo un problema sociale, le sue radici sono più profonde.
Presso i Popoli naturali, quei popoli nativi che sono presenti in ogni continente, l'individualità è un elemento essenziale di crescita. Ai figli viene insegnato a stare soli con se stessi, ad unire alla socialità anche la solitudine, per poter maturare una propria individualità. Ancora oggi, presso molte culture native, gli adolescenti vengono stimolati a passare del tempo da soli, nel contatto con la natura e con il silenzio. Secondo queste culture, nel momento in cui si scopre il contatto intimo con se stessi e con quanto ci circonda, non esiste solitudine, perché l'individuo diventa parte integrante dell'universo.

Madre Terra è lì, accanto a noi, sempre a portata di mano, e non smette mai di darci il segno della sua presenza, di farci capire che siamo uniti indissolubilmente a lei. Come possiamo sentirci soli?

Secondo i Popoli naturali, noi siamo parte dell’universo, poiché anche noi siamo universo. Siamo fatti della stessa sostanza. Come è possibile che la società maggioritaria sia riuscita a staccarci dalla nostra vera natura?

Gli animali, i nostri compagni “alieni”, forse hanno molto da insegnarci. Loro, questo legame, lo vivono, e cercano a modo loro di comunicarcelo. Loro non hanno paura della morte, la vivono come una cosa naturale. Non vivono continuamente affastellati da problemi psicologici, problemi di rapporti sociali, di paure inespresse. Vivono il momento, il “qui e ora”.
Forse impostiamo male la questione: il problema non è la solitudine; il problema è non sapersi rapportare a se stessi e all'ambiente, non sapersi fermare per guardarsi dentro, non trovare armonia dentro e fuori di sé. E' giusto e doveroso assistere e aiutare le persone sole, ma non ci si può fermare a questo. Occorre affrontare il problema della solitudine sentendosene parte, nessuno può chiamarsi fuori. Siamo tutti affratellati da un unico, grande problema: esistiamo.

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