Tradizioni Celtiche

L’identità dei Celti

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18 Aprile 2011
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Un Gorsedd (assemblea druidica) nel Galles

Sulla scia di Celti e Druidi – Seconda parte


Se con il mio romanzo Il Cerchio Celtico e con la raccolta irrequieta di novelle Da Capo dell’Ira alla Fine del Mondo ho dato il mio contributo per ridare lustro al nome dei Celti sono più che soddisfatto. Nello stesso tempo si può constatare che i Celti non necessitano più ormai di tanta pubblicità. È un fatto incontestabile che l’interesse nei confronti dei Celti sia aumentato a dismisura nell’ultimo decennio, non solo tra coloro che abitano nelle zone celtiche o tra chi ha radici celtiche, ma anche tra molti non-celti. Quando cominciai a scrivere Il Cerchio Celtico alla fine degli anni ottanta, non molti avevano sentito parlare di musica o cultura celtica. Nelle recensioni svedesi del mio romanzo si notava chiaramente che si sapeva molto poco della realtà celtica; così poco che la maggior parte dei critici pensava che avessi scritto sui Celti per dare un decoro “esotico” al mio racconto thriller ambientato in mare.

Io invece pensavo di essere originale quando veleggiavo, leggevo e scrivevo in acque celtiche. Le cose che uno si mette in testa. In verità facevo parte di un’ondata che attraversava il nostro tempo. Qualche anno dopo l’uscita del Cerchio Celtico si tenne a Venezia una mostra molto importante sui Celti; una mostra che tra altre cose rivelò tutto lo splendore e la raffinatezza dell’artigianato e dell’arte celtica. Ancora, qualche anno più tardi la musica celtica cominciò ad essere ascoltata in tutto il mondo. Il festival di musica e cultura che ha luogo ogni anni a Lorient in Bretagna ha più di mezzo milione di visitatori. Oggi si può entrare in qualsiasi libreria sul Continente e trovare materiale da leggere su storia e cultura celtica.

Solo due anni fa è uscita una sintesi di mille pagine con il titolo Les Celtes, scritto da Venceslas Kruta, un ricercatore presso il rispettato istituto di ricerca École pratique des hautes études a Parigi.


Il Festival di Arpa Celtica che si tiene ogni anno a Dinan, Bretagna

Nella mia libreria dove avevo una decina di titoli ho attualmente uno scaffale lungo più di due metri di libri sui Celti. E la raccolta cresce rapidamente. Durante la mia ultima visita in Francia qualche mese fa ho trovato in un’edicola due riviste esclusive che avevano entrambe “I Celti” come tema. Entrambe avevano articoli lunghi e dettagliati non solo sui Celti classici, ma anche sull’identità celtica, manifestata da sempre più persone. È chiaro che qualcosa è davvero cambiato; non è soltanto una moda del momento. Quando cominciai a viaggiare in Bretagna venticinque anni fa non molti dei miei amici a St. Malo si definivano bretoni o ancor meno Celti. Se parlavamo di politica e identità, la parola “noi” significava “noi francesi”. Oggi non è affatto così ovvio. “Noi” è diventato “noi in Bretagna”, mentre “loro” sempre più spesso significa francesi e parigini.

Perciò non c’è più bisogno di preoccuparsi di dimenticare che i Celti esistevano o esistono ancora. Hanno ottenuto – o riconquistato – il diritto di esprimere il loro nome.

Ma quale nome? Cosa significa essere “celta” nell’Europa moderna? Nel libro Da Capo dell’Ira alla Fine del Mondo ho fatto un tentativo di individuare l’identità celtica oggi. Contiene per la maggior parte domande e riflessioni.

Sembra esserci qualcosa in Scozia, Irlanda, Galles, Bretagna e Galizia che ancora oggi unisce questi paesi senza stato; e non solo la cornamusa che curiosamente si suona in tutti i paesi celtici. Qual è il legame? La risposta più vicina sarebbe “la storia”, anche se le tracce delle popolazioni celtiche originarie della Galizia sono trascurabili e il galiziano non è una lingua celtica ma una lingua romanza. Ma dall’altra parte, cos’è un paese celtico? Cosa lo distingue da tutti gli altri paesi, oggi?


Land’s End, Cornovaglia. In molti Paesi celtici affacciati sull’oceano ricorre la definizione “fine della terra”, o “fine del mondo”

È un po’ la stessa cosa che succede con il significato delle parole. Molti credono che le parole abbiano per sempre un significato fisso e immutabile, che sarebbe lo stesso di quello originario. Per “dare prova” del significato di una parola si ricorre alla sua etimologia, cioè alla sua storia. È solo che i significati cambiano. Altrimenti come nascono e muoiono le lingue? Altrimenti, come è stato possibile che il latino sia diventato francese, spagnolo e italiano – tanto per fare qualche esempio? La parola “romanzo”, per esempio, significava in origine un testo scritto in romanz, cioè un testo scritto in francese e non in latino. Oggi la parola non ha più lo stesso significato. E così è per la maggior parte dei significati.

Questo vale anche per la mentalità e la cultura dei popoli. Solo perché i paesi celtici di oggi hanno una storia celtica comune, non significa necessariamente che ciò che hanno in comune oggi sia “celtico”. Le somiglianze potrebbero anche dipendere da qualcos’altro, per esempio che tutti i paesi “celtici” abbiano sofferto la repressione attuata da altri stati o che si affaccino sull’Atlantico.

Noi occidentali che ci definiamo illuminati dovremmo sapere quanto sia pericoloso generalizzare sulla mentalità e sui presunti tratti distintivi dei popoli. Quindi, vorrei prima di tutto esprimere chiaramente la base dei miei ragionamenti: bisogna sempre partire dal presupposto che una persona sconosciuta possa essere un’eccezione alle regole. O, con altre parole, non giudicare (o condannare) mai una persona a priori.

Detto questo, resta la sensazione, basata sulla mia esperienza personale e rinforzata da diverse letture, che esista una realtà, una forza, una corrente o un’atmosfera celtica, qualcosa che ho cercato di rappresentare nel Cerchio Celtico.

La musica celtica ha negli ultimi anni avuto una grande diffusione. In essa c’è una leggerezza, una risonanza primordiale che crede nella vita, un ritmo che sembra battere da migliaia di anni. Ascoltate ”siol ghoridh/thairis air a ghleann” dei Runrig, ”mi le m’uilinn” di Karen Matheson, o ”Al lezvamm” di Barzaz! Una volta all’anno, nella città di Lorient in Bretagna, ha luogo un festival musicale interceltico. Centinaia di migliaia di pellegrini vengono per ascoltare la musica celtica tradizionale, scozzese, irlandese, gallese o bretone. L’ultimo festival, nell’anno duemila, ha radunato mezzo milione di persone! Migliaia di musicisti celtici si ritrovano lì per imparare e lasciarsi ispirare gli uni dagli altri. Qualche anno fa il chitarrista bretone Dan Ar Braz ha avuto l’idea di riunire un centinaio di famosi musicisti celtici e registrare un CD. Il disco è stato un successo senza precedenti, con centinaia di migliaia di copie vendute, e Le Monde ha addirittura scritto in prima pagina del fenomeno musicale celtico.

È nella musica che troviamo l’anima celtica di oggi?


Finistère, Bretagna. Il nome in bretone significa “fine del mondo”

In tutti i paesi celtici, ma anche in altri, ci sono ordini di druidi e associazioni celtiche con decine di migliaia di membri. Molte sono segrete. Alcune sono piuttosto fratellanze umanistiche filantropiche che probabilmente hanno abbastanza poco a che fare con l’antico patrimonio celtico. Ma altre sono sia pagane sia militanti e sostengono di discendere dai druidi originari, i maestri ed i capi intellettuali dei celtici. Alcuni degli ordini richiedono almeno un genitore celtico e la capacità di parlare una lingua celtica come requisiti per una (eventuale e difficilmente ottenibile) ammissione.

È in questi ordini, spesso segreti, che fiorisce ancora l’antica anima celtica?

In tutti i paesi celtici ci sono partiti nazionalisti. Il più grande è il partito nazionale scozzese, Scottish National Party, che ha ottenuto quasi il 30 per cento dei voti in alcune elezioni. La Repubblica Irlandese naturalmente non ha bisogno di un partito nazionalista. Tutti i grandi partiti danno importanza al patrimonio celtico. Nell’Irlanda del Nord c’è il Sinn Fein, il cui motto è “non solo libero, ma anche celtico; non solo celtico, ma anche libero.” Il Galles, la Bretagna e la Galizia hanno i loro partiti nazionalisti che raramente riescono a conquistare qualche posto nelle assemblee politiche, tranne forse nei comuni. Ma esistono e si fanno riconoscere.

È con i partiti nazionalisti che ciò che è rimasto del popolo celtico cerca di riconquistare il terreno perduto?

Ogni anno in Galles si festeggia il Gorsedd, qualcosa di molto simile ad un campionato mondiale di poesia. La poesia ha un ruolo importante in tutti i paesi celtici. Non c’è bisogno di citare la letteratura irlandese, ma pochi sanno che proprio in Irlanda gli artisti ed autori con almeno due opere pubblicate non devono pagare le tasse. L’ex primo ministro Charles Haughey, come lui stesso ha detto, ha proposto questa misura per dimostrare che l’Irlanda rispetta ancora i suoi bardi. In Galles e in Bretagna c’è una letteratura vivace scritta e pubblicata in celtico. Sopravvive, nonostante tutto, e raccoglie addirittura dei successi.

È nella poesia e nella letteratura che dobbiamo cercare l’essenza della cultura celtica?


Finisterre, Galizia. Anche in questo caso il nome in galiziano significa “fine del mondo”

Andate in Scozia, in Irlanda, in Galles, in Bretagna, in Galizia, o anche in Cornovaglia! Rimanete sull’orlo di un precipizio o in cima ad un altopiano con il naso verso l’Atlantico con un forte vento dall’ovest quando la pioggia lascia il posto alle nuvole frastagliate di un fronte freddo che avanza verso la terraferma! È come stare agli avamposti più occidentali dell’Europa, al margine dell’ignoto. Così non può essere difficile immaginare che il sid, il paradiso dei Celti, si trovi appena sotto l’orizzonte. Al giorno d’oggi, i paesi con radici celtiche sono tutti affacciati sull’Atlantico. I Celti sono stati spinti il più possibile verso l’ovest dai romani, dagli anglosassoni e dai germani. Rimanevano lungo The Celtic Fringe, la fascia celtica, sul bordo dell’abisso. Come potrebbe essere, come popolo, trovarsi con le spalle, o il petto nudo verso il mare e cercare di sopravvivere, senza nessun altro luogo in cui andare? Essere obbligati a vivere e cercare di sopravvivere contro tutte le difficoltà per migliaia di anni affacciati sulla Fine del Mondo, avrà lasciato delle tracce.

È questo il legame invisibile, un misto di oppressione e vulnerabilità in una natura senza pietà, ma di una bellezza mozzafiato? L’identità dei Celti consiste forse nel fatto che sono vissuti per quasi mille anni alla fine del mondo?


2 - continua



Björn Larsson è scrittore e professore di francese all’Università di Lund, Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in 13 lingue in una sessantina di edizioni diverse e hanno ricevuto diversi premi letterari, tra cui il Premio Boccaccio per “Il cerchio celtico”.

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