Tradizioni Celtiche

Le Rune, il libro segreto della Tradizione Nordica

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14 Dicembre 2011
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Iscrizioni runiche sulla roccia a Jelling, Danimarca

Il rapporto con il mistero è la costante del libro rappresentato dalle Rune. Ognuna di esse nasconde un segreto, ciascuna ci indica una via di accesso alla parte più misteriosa della realtà


Le Rune sono da considerarsi un libro misterioso, costituito da segni simbolici, interpretabile secondo una chiave di lettura che può avere molteplici risvolti e diversi livelli di approfondimento.

“Runa” significa “mistero”. Non è facile districarsi fra le varie interpretazioni assegnate a ciascun segno, eppure il simbolismo si snoda e si rivela facilmente quando si intraprende il sentiero giusto. Come un codice segreto che si rivela solo a determinate condizioni interiori.

Le Rune sono i segni segreti che secondo la mitologia nordica Odino consegnò agli uomini per aiutarli nella loro evoluzione. Considerate nella tradizione popolare come l'alfabeto segreto dei Vichinghi, le Rune sono viste storicamente come l’antica origine dell’alfabeto germanico.

Le Rune sono comunemente interpretate come un sistema arcaico di scrittura, ma nel loro senso più intimo possiamo vederle come l'elemento di comunicazione tra due mondi, quello terreno e quello ultraterreno, un ponte tra visibile e invisibile.

La parola "runa" in tutti i principali antichi dialetti germanici significa "mistero" o "segreto"; lo stesso significato ha la parola gaelica "run".

Secondo l'interpretazione mitologica, le Rune furono ottenute da Wotan, Odino, a premio del massimo atto sacrificale: l'immolazione del dio a se stesso in un atto di autoiniziazione.

Secondo quanto narra lo Havamal, “il carme dell'alto Odino” considerato il mito d’origine delle Rune, nella parte più significativa Odino, desideroso di apprendere ogni forma di saggezza, accettò di essere appiccato all'albero del mondo, il sacro frassino Yggdrasil, ponte tra Terra e Cielo. Qui rimase appeso per nove notti e nove giorni, ferito dalla propria lancia. Poté così "raccogliere le rune", apprendere dal gigante Bolthor, suo zio materno, i nove canti magici e nutrirsi dell'idromele, la bevanda che è in grado di suscitare il dono della poesia in genere e della profezia in particolare; ma che soprattutto contiene il segreto dell'immortalità. L’intenzione di Wotan, nel suo autosacrificio, era quella di accedere ad una grande ed evoluta conoscenza per farsi depositario del suo messaggio e permettere all’umanità di usufruirne.


Pietra runica di Karlevi, Svezia

Il mito ricorda e evoca altri miti sorti in terre ed epoche diverse. Ritroviamo nella coppa dell'idromele il mito del Graal, depositario della conoscenza e del segreto della via della morte e della rinascita, ed è altrettanto facile vedere come il mito pagano di Odino sia stato adottato successivamente dal cristianesimo con la figura del Cristo, anch’esso un dio che sacrifica la sua vita agli uomini.

Nello Havamal Odino risulta protagonista di un vero e proprio processo di morte e risurrezione, infatti solo dopo essere sceso dall'albero e avere gustato l'idromele egli poté crescere in saggezza, anche se il suo dondolare da un albero per nove notti era quello di un "appeso" e non di un "impiccato". Ma proprio questa sfumatura ci può dare l’idea di una morte che doveva apparire solo simbolica, come ci suggerisce anche l’Appeso dei Tarocchi.

Ma Odino non è l'unico nello scenario dei miti nordici a trattare il tema della morte e risurrezione. Nell'ambito della grande raccolta di racconti epico-mitologici finnici, conosciuti sotto il nome di Kalevala, si narra per esempio che il gigante della vendetta Kullervo, quando era ancora bambino, dovette sopravvivere a vari tentativi di assassinio, commessi da un nemico della sua stirpe. Il terzo di questi tentati omicidi avviene appunto mediante impiccagione a una robusta quercia, ma dopo tre giorni e tre notti che egli pende morto dall'albero, il mito recita: "No, non è morto no Kullervo/ non è spirato sulla forca/ Egli incide la quercia lavorando di punteruolo/ e la quercia è tutta piena di disegni e di figure...". Anche questo mito, con una resurrezione avvenuta a tre giorni dalla morte, non può non ricordarci la resurrezione di Cristo, una tradizione subentrata a posteriori. Nel mito di Kullervo, così come in quello di Odino, compaiono le Rune, disegni misteriosi che egli incideva sulla quercia.

La conquista delle Rune da parte di Odino sembra risponda a un archetipo ancestrale, un eco di antiche tradizioni sciamaniche in cui il sacrificio è da intendersi in senso simbolico, un processo iniziatico che prevede la realizzazione di stati di coscienza superiori, la cui conquista richiede il sacrificio di quella parte egocentrica e materiale dell'individuo che fa da barriera ad un processo evolutivo. Un processo alchemico di morte e rinascita, la morte di un se stesso involuto e la rinascita ad un piano di realtà superiore.


La pietra del Pian dei Morti a Coassolo, Piemonte, con iscrizioni runiche e ogamiche

Le Rune si rivelano essere la trasposizione in chiave nordica di una cultura che si è espressa in modi e linguaggi diversi, vediamo ad esempio i 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi, le 22 pietre dell’Hatmar dello sciamanesimo druidico, i 22 segni dello Shannar, l’alfabeto sacro dei Druidi, o le 22 Sephirot della Qabbalah. Simboli che, pur con sfaccettature diverse, esprimono gli stessi archetipi.

L’alfabeto runico è stato interpretato in molti modi a seconda del periodo storico. Oggi i ricercatori divergono sul numero attribuito alle Rune. Alcuni stimano che fossero 16, altri 18 o 26 e altri ancora 30. Si può attribuire questa confusione al fatto che l’antica cultura nordica venne combattuta e parzialmente distrutta dall’Impero romano e poi dal cristianesimo. Tuttavia l’interpretazione più arcaica parla di 22 Rune, simbolismo adottato anche dagli antichi Greci.

E’ certo che tutto il mondo antico usasse un alfabeto basato su 22 lettere. I Greci infatti in un primo tempo accolsero i 22 segni dell’alfabeto fenicio, con qualche leggera variante grafica, anch’esso derivante dalle antiche Rune. La tradizione riporta che fu Kadmos (o Cadmo) ad insegnare ai greci l’uso di un alfabeto basato su 22 segni, importato dai Fenici. Kadmos era il mitico eroe preellenico figlio del re di Fenicia e fratello di Europa che venne rapita da Zeus. Questa tradizione, conosciuta già nel VI sec. a.C., trova il suo supporto maggiore in Erodoto di Alicarnasso, storico del V sec. a.C., secondo il quale i Fenici, guidati da Kadmos, introdussero fra i Greci l’alfabeto di 22 lettere.


Il menhir con incisioni ogamiche di Lugnagappul, nella contea di Kerry, Irlanda

L’alfabeto runico è strettamente imparentato con l’alfabeto ogamico, o Ogham craobh, dall’antico irlandese “Ogam”. E’ un tipo di scrittura che fu in uso soprattutto per trascrivere antiche lingue celtiche. La sua caratteristica principale è quella di non avere lettere di forme differenti, bensì di ottenere le differenti lettere con un numero diverso di incisioni a destra, a sinistra o attraverso una linea che costituisce il fulcro dello scritto. Ogni lettera di questo alfabeto è associata ad un particolare albero, il nome stesso Ogham craobh significa “scrittura arborea”.

Volendo risalire alle origini di un unico messaggio che ha poi subito numerose interpretazioni dando origine a frazionamenti e diramazioni diverse, ci imbattiamo nella cultura dello sciamanesimo druidico, che ha dato vita a miti ancestrali come quello dei Tuatha de Danann, la mitica stirpe divina “venuta dalle terre del Nord avvolta dalle nebbie”. Una cultura misteriosa, venuta dal nulla e scomparsa nel nulla, che ha tuttavia lasciato dietro di sé vestigia imponenti ed evidentissime come i templi megalitici.

Proprio nel fenomeno del megalitismo troviamo le tracce della tradizione runica, in quanto i ritrovamenti di questo antico alfabeto furono scoperti sotto forma di graffiti incisi su menhir e dolmen.

Le Rune, così come i Tarocchi, le 22 Pietre o la Qabbalah, in una delle versioni più antiche sono appunto 22 ed esprimono altrettanti precisi archetipi. Un simbolismo arcaico e, proprio per questo, misterioso e difficile da interpretare.


Le Rune usate per divinazione

In una antica leggenda dello sciamanesimo druidico, la “leggenda di Tah-Ai”, si parla di 22 pietre magiche che vennero donate agli uomini da misteriosi Maestri venuti dallo spazio. Dal contatto con questo dono scaturì per l'uomo una nuova conoscenza che portò l'umanità a progredire spiritualmente e socialmente, dando origine così alle grandi civiltà del passato, come la mitica Atlantide citata da Platone.

Le Rune sono indissolubilmente legate al mito del Graal, che sembra far trasparire un evento ricordato da tutte le tradizioni del pianeta: una misteriosa conoscenza pervenuta sulla Terra in epoche remote. Il mito è riportato da Platone come la caduta di Fetonte e del suo carro celeste sulla Terra in epoche remote, avvenuta nella zona dove si incrociano due fiumi e identificata nell’area dove oggi sorge la città di Torino. Zeus, il sommo dio dell'Olimpo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare, lanciò un fulmine sul figlio e Fetonte fu sbalzato dal carro celeste cadendo sulla Terra e precipitando nel fiume Eridano, l'antico nome del fiume Po.

Il mito è ricordato dalle consorterie druidiche dell’Europa, e dai popoli autoctoni delle terre del Piemonte, con una valenza differente: Fetonte non sarebbe caduto, ma “sceso” sulla Terra. E’ una differenza sostanziale, poiché rivela la precisa intenzione, da parte degli “esseri” rappresentati dal mito di Fetonte, di raggiungere la Terra con il loro messaggio di conoscenza.


Manhir con iscrizioni runiche a Vallentuna, Svezia

Da questo evento secondo la tradizione druidica deriverebbero le Rune, come un dono ricevuto dagli dei celesti per trasmettere una conoscenza in grado di elevare spiritualmente l’individuo.

Anche il mito del Graal del resto è spesso visto come un "dono" fatto all’umanità da esseri misteriosi.

E’ questo lo scenario in cui possiamo collocare le Rune nella loro chiave interpretativa più arcaica: segni che contengono un preciso messaggio evolutivo destinato ad essere raccolto da chi ne rimane affascinato e che può essere interpretato secondo diversi piani di approfondimento, a misura delle proprie esigenze interiori.

Nella suggestiva visione del simbolismo nordico, le Rune costituiscono un modo di mettersi in contatto con una dimensione invisibile che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte, ma che non vediamo perché troppo distratti dagli eventi “materiali” del nostro quotidiano. Le Rune tuttavia ci indicano il sentiero.

Le Rune si mostrano come un libro che parla intimamente a chi vi si accosta, suscitando intuizioni e rivelazioni, interpretabile solo attraverso l'esperienza diretta. Un “libro della Natura” che ci guida verso la nostra vera essenza, quella nostra intima identità che è legata indissolubilmente a tutto ciò che ci circonda.

L'aspetto divinatorio, con cui oggi vengono principalmente identificate, e troppo spesso banalizzate, non è che una componente di questo antico insegnamento. In realtà le Rune sono uno strumento di meditazione e di introspezione.

Ogni Runa rappresenta un insegnamento ed indica una precisa operatività individuale. Nell'insieme, le 22 Rune sono un cammino spirituale che porta a fondersi con l'Assoluto.

Come in ogni tradizione esoterica, anche nel cammino delle Rune è espresso in definitiva un processo evolutivo di cui la meditazione rappresenta lo strumento fondamentale.

Secondo una componente poetica dell’antica tradizione nordica, le Rune si manifestano nel contatto con la Natura, nei segni che mostrano gli alberi nella disposizione dei loro rami, nei tratti che uniscono le stelle tra di loro. Si manifestano nella “danza del Vento” degli antichi druidi, la Kemò-vad: un arcaico linguaggio che si esprime in una danza sacra. Un contatto intimo con Madre Terra e con il cosmo: questo è l’insegnamento delle Rune.

Uno stimolo ad uscire dalla dimensione limitante del quotidiano e del proprio ego, per abbracciare la realtà cosmica che ci circonda e ci avvolge, e di cui siamo parte indissolubile, ma che troppo spesso dimentichiamo.

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