Tradizioni Celtiche

Sulla scia di Celti e Druidi

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05 Aprile 2011
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Festival Interceltique di Lorient, Bretagna


Nella primavera 1987 lasciai la vita quotidiana a terra e traslocai a bordo della mia barca a vela Rustica, senza domicilio fisso. Trascorrevo gli inverni nel porto settentrionale di Dragør e da lì facevo il pendolare per i miei lavori a Lund ed Eslöv con i traghetti Ofelia e Hamlet, ormai inattivi. Fu il secondo inverno, a gennaio, una serata sotto zero, nevosa e con vento forte, quando un catamarano venne veleggiando dentro il porto con un uomo e una donna a bordo. Non mi resi conto in quel momento cosa avrebbe comportato l’incontro con questa visione misteriosa. Che mi avrebbe ispirato a scrivere un romanzo forse non era così strano: mi venne fornito su un piatto d’argento lo spunto per un nuovo romanzo. Che mi avrebbe portato ad un interesse duraturo per una cultura antica, la cultura celtica, non potevo invece immaginare. Ancor meno potevo sospettare che, più di un decennio più tardi, avrei tenuto una conferenza sui Celti e i druidi in Bretagna, che il mio romanzo avrebbe venduto un paio di centinaia di migliaia di copie in sette paesi diversi, e che un giorno mi sarebbe stato dato l’incarico onorifico per il centenario dell'Antico Ordine dei Druidi Unito di dare la mia visione sulla cultura e sui suoi principali rappresentanti, i druidi, che una volta dominavano l’intera Europa; una cultura che è sopravvissuta nonostante nei tempi recenti sia stata privata di una nazione, di una scrittura, di una chiesa, e praticamente di una propria lingua.

Quando il catamarano spettrale con il suo capitano esausto spuntò dietro il frangiflutti settentrionale di Dragør sapevo molto poco dei Celti, e quasi nulla dei druidi. Avevo passato un anno o poco più in Bretagna. Avevo veleggiato sia in Bretagna sia in Scozia. In entrambi i paesi mi ero trovato bene, eccezionalmente bene per un’anima senza radici come me. Avevo la sensazione che Bretagna e Scozia fossero i miei paesi. Erano posti dove avrei potuto vivere.


Celtic Parade in Gran Bretagna

Quando, in compagnia della Rustica, me ne andai all’avventura che sarebbe diventata Il Cerchio Celtico pensavo inizialmente di dovermi confrontare con la guerra crudele tra protestanti e cattolici in Irlanda del Nord. Ma capii presto che il romanzo non doveva trattare questo argomento. Invece cominciai a leggere sempre di più sulla storia di Scozia, Irlanda e Bretagna. Cominciavo a cercare di capire come fosse possibile che una cultura ed un’identità potessero essere così forti da sopravvivere per tremila anni senza i mezzi che altre culture di solito utilizzano per difendersi da conquistatori e colonizzatori. In fondo, forse volevo cercare di darmi ciò che a me stesso come vagabondo e viaggiatore mancava e ciò che possibilmente desideravo: una storia. Ma non una storia qualsiasi; una storia nella quale si sarebbe potuta trovare l’ispirazione della vita, dove si sarebbero potute trovare radici che non erano basate sulla radicale paura di cose sconosciute propria del nazionalismo, dove si nascondeva una cultura che si potesse in qualche misura scegliere e fare propria perché non aveva bisogno di passaporto, visti d’ingresso e di soggiorno, dove c’era un’identità che possibilmente, perché non circondata da filo spinato, avrebbe potuto essere un’alternativa all’essere senza radici.

Ma non fu così semplice penetrare nel mondo dei pensieri e nella storia dei Celti, non per scrivere e non per vivere. Al contrario. Scoprii presto che non c’erano molti ricercatori che seriamente si occupavano della storia, della religione e della lingua dei Celti; al massimo una manciata, esperti in discipline diverse. E come se non bastasse: imparai che i Celti, con molta probabilità sotto l’influenza dei druidi, decisero di non usare la lingua scritta ma di costruire l’intera loro cultura su tradizione orale. Perciò manca una fonte di conoscenza importante. Perciò – questo è molto importante da segnalare già dall’inizio – si aprì la porta ad una serie di speculazioni, deformazioni e credenze errate sull’eredità celtica, spesso utilizzata come mezzo di denigrazione.


I Fest-Noz della Bretagna fanno parte del patrimonio celtico della cultura bretone. Centinaia di persone si uniscono insieme in danze collettive tradizionali

La mancanza di testimonianze scritte può essere utilizzata come una delle spiegazioni per cui la storia dell’Europa per così tanto tempo è stata scritta come se i Celti quasi non fossero esistiti. Nella prefazione del romanzo sul Graal di Chrétien De Troyes, Perceval, per esempio, Armand Hoog racconta che durante il suo periodo scolastico nessuno gli aveva detto che la Francia si estendesse laddove già abitavano i Celti, né che una delle leggende più conosciute e antiche dell’Europa, quella di Merlino, dei cavalieri della tavola rotonda e del Graal, avesse forti elementi celtici e pagani. Morvan Lebesque racconta nel suo libro Comment peut-on être breton? (Come si può essere bretone?) che durante tutta la sua infanzia e l’adolescenza si vergognava di essere un cafone che parlava un gergo incomprensibile e che solo in età adulta capì che la sua era una vera lingua che era stata parlata per migliaia di anni da un popolo civilizzato.

Ma sicuramente ci sono anche altri motivi, a parte la mancanza di testimonianze scritte, che spiegano perché i Celti per così tanto tempo vissero nell’ombra della coscienza europea. Uno di questi è di natura politica. Forse si immaginò che i Celti avrebbero riacquisito il loro status precedente quando l’impero romano – così come tutti gli imperi conosciuti attraverso la storia – si sfaldò dentro i suoi confini durante il IV e il V secolo dopo Cristo. Questo non accadde. Invece i franchi, i germanici e gli angli cominciarono ciascuno per conto proprio a creare gerarchie di società e potere che più tardi portarono allo stato nazionale centralizzato. La cultura celtica sembra dall’altro lato essere sempre stata basata su tribù e clan e costituita da una debole federazione di popoli e gruppi. La Bretagna, che per prima perse l’indipendenza alla fine del Cinquecento, non era per esempio altro che un ducato. Molti ritengono che questo non fosse una coincidenza: se qualcuno avesse cercato di proclamarsi re o imperatore sarebbe subito stato rimosso dal suo trono. Sta di fatto che i Celti non ebbero mai un esercito permanente che potesse essere chiamato per contrastare la macchina da guerra dei romani. E non sembra nemmeno che ci fosse per i popoli celtici un consiglio supremo dirigente o ancor meno un potere centralizzato.


La “Celtic Connection Torchlight Parade” che si tiene ogni gennaio a Glasgow raduna migliaia di persone

Questo ordine di società decentralizzato dovette essere una debolezza per quanto riguarda il difendersi dal potere gerarchico dapprima incarnato dall’impero romano e poi dai sovrani assoluti europei che governavano senza limiti di potere con la chiesa come fondamento spirituale del potere. Ma la debole organizzazione sociale dei Celti doveva anche essere stata una spina nel fianco per quelli che volevano impadronirsi del potere assoluto. L’antichissimo federalismo dei Celti era un segno che la loro organizzazione dello stato non era qualcosa di sovrannaturale, e che il potere concentrato in poche mani, per esempio quelle di un imperatore-dittatore romano, non era stato per forza deciso da un dio, e che gente comune, donne incluse, poteva pretendere di essere ascoltata. In altre parole, non è impensabile che il silenzio che ha circondato i Celti debba parzialmente la sua spiegazione al fatto che i Celti formavano un’alternativa convincente all’ordine che la chiesa e i re despoti incarnarono in Europa. Con un’eccezione: lungo quello che viene chiamato “The Celtic Fringe”, la fascia celtica, cioè le zone esposte lungo l’Atlantico dove i Celti continuarono a vivere praticamente come erano sempre vissuti fino a quando Inghilterra e Francia finalmente riuscirono a sottomettere il popolo ribelle.

Esiste almeno un fatto nella storia che indica che l’ordine sociale celtico era in forte contraddizione con quello romano, cioè la persecuzione romana dei druidi. Questo è molto interessante perché i romani erano in generale tolleranti verso altre religioni. Ma sembra che ci fu qualcosa nel druidismo che lo rendeva pericoloso per l’impero romano. E cosa poteva essere, se non perché i druidi mettevano in dubbio, diretto o indiretto, l’autorità terrena e spirituale sul mondo conosciuto, forse perfino il diritto di Cesare ed altri imperatori di essere sovrani assoluti?  Dalle antiche favole irlandesi si può capire che i capi clan ed i principi celtici non prendevano nessuna decisione importante senza la benedizione dei druidi. I druidi erano pari assoluti ai sovrani degli altri popoli senza i quali niente poteva essere intrapreso o deciso.


Bandiera in cui sono rappresentate le Nazioni celtiche

L’atteggiamento verso i Celti al tempo dei romani si è ripetuto più in là nella storia: gli stati moderni in Europa hanno non solo represso la conoscenza dei Celti nelle scuole e nella società. Nel nome dello stato nazionale hanno anche fatto tutto il possibile per eliminare la cultura e la lingua celtica. È come se si fosse voluta troncare una delle gambe su cui ci si appoggia quando ci si alza e si impara a camminare; una specie di mutilazione del patrimonio storico che ci ha anche fatto diventare quello che siamo.

Fino ai tempi moderni una forma di razzismo contro i bretoni era diffusa nel resto della Francia. In annunci dove si cercavano lavoratori si rifiutavano fino agli anni sessanta “bretoni, marocchini e africani”. Nelle scuole era vietato per gli studenti parlare la loro lingua madre, il bretone, che non era visto come una vera lingua, ma solo come un dialetto primitivo di contadini. Per molto tempo la Francia repubblicana mandò solo insegnanti francesi, che non parlavano la lingua bretone, per insegnare nelle scuole bretoni, mentre gli insegnanti della Bretagna, che nonostante tutto esistevano, venivano mandati ad insegnare in altre parti del paese. In Galles gli allievi dovevano girare con uno zoccolo di legno intorno al collo se durante l’intervallo capitava loro di dire qualche parola in quella lingua, gallese, che era la loro lingua madre. E questo non era qualcosa che si faceva di nascosto. Già nel 1841 un vice prefetto in Bretagna dichiarava ad un gruppo di insegnanti che stava per entrare nelle scuole: “E ricordate, signori, che siete stati scelti per insegnare in Bretagna soltanto per eliminare la lingua bretone”. Ancor oggi molti la pensano allo stesso modo. Pochi sanno che la Francia non ha ancora firmato la proclamazione europea sui diritti umani. Il motivo è che la proclamazione impegna i sottoscrittori a “difendere e sostenere le lingue minoritarie”!

Opprimere con il potere un popolo, una lingua, un’identità e una cultura è inaccettabile. Ma non si può neanche cadere nell’altra trappola e cominciare a idealizzare le vittime solo perché sono vittime e perché sono poveri. Vale per i Celti come per i bosniaci, gli zingari, gli ebrei ed i palestinesi.


Bagpipers in kilt durante gli Highlands Games scozzesi

Purtroppo non c’è niente che possa dimostrare che gli uomini vittime di oppressioni sono moralmente migliori di chi opprime. Ma appunto perché le vittime sono anche uomini hanno diritto di essere trattate come tali e non come animali indegni. Quel diritto vale per i Celti come per i bosniaci, gli zingari, gli ebrei ed i palestinesi. E trattare qualcuno come uomo significa tra le altre cose non dimenticarlo, non fingere che non sia mai esistito, non negare la sua esistenza. E restituirgli la sua storia.

Proprio perché ai Celti è stato negato il diritto di essere considerati veri uomini è ancor più importante che le loro storie ed i loro destini vengano riportati alla luce dai nascondigli della storia. Anche per questo motivo è importante che il patrimonio dei Celti venga mantenuto vivo, che non si permetta che la loro lingua possa morire, che la loro particolare identità venga ammessa come uno dei pilastri dell’Europa moderna. Nella mitologia celtica si dice che dimenticare il nome di una persona è la stessa cosa che ucciderla. Anche oggi, anche nel nostro quotidiano, una delle cose peggiori che si può fare ad un'altra persona è fingere che non esista, ignorarla, non degnarla di uno sguardo, non prenderla sul serio, non ascoltare quello che dice, non incontrare il suo sguardo. È esattamente come se la si considerasse morta. E quello che vale per persone singole vale anche per i gruppi etnici e le comunità. La morale che deve valere per uomini singoli e tra uomini deve anche essere valida per tutte le società e gli stati.


1 – continua



Björn Larsson è scrittore e professore di francese all’Università di Lund, Svezia. I suoi libri sono stati tradotti in 13 lingue in una sessantina di edizioni diverse e hanno ricevuto diversi premi letterari, tra cui il Premio Boccaccio per “Il cerchio celtico”.

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