X-Files

Il mistero di Hanging Rock

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20 Agosto 2020
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Hanging Rock, Stato del Victoria, Australia
Hanging Rock, Stato del Victoria, Australia

Un X-Files australiano che continua a mantenere il suo segreto


Pubblicato oltre mezzo secolo fa, Picnic a Hanging Rock (1967) continua a mantenere il suo segreto: infatti il romanzo, che come vedremo ha una storia editoriale particolare, fu scritto dall’autrice australiana Joan a'BeckettWeigall Lindsay (1896-1984) e ambientato nella sua terra, l’Australia. Il romanzo ebbe notevole eco internazionale anche a seguito del film omonimo (1975) del regista Peter Lindsay Weir.

Il luogo, l’ambientazione e soprattutto l’epilogo del romanzo, pongono in evidenza alcune peculiarità che lasciano trasparire possibili legami con il tema del Mondo perduto e pertanto gli dedichiamo un piccolo spazio. Si tratta comunque di un testo che si pone come un enigmatico percorso letterario di grande fascino, sospeso tra il fantastico e il visionario.

Scritto in circa un mese e strutturato in sedici capitoli, il libro si concludeva con un “Estratto da un giornale di Melbourne datato 14 febbraio 1913”: un apporto voluto dall’autrice al fine di attestare che il romanzo aveva la sua fonte in un fatto realmente accaduto.

Ecco alcune parti salienti che abbiamo sintetizzato: “sono trascorsi esattamente tredici anni da quel fatale sabato di San Valentino in cui un gruppo di circa venti allieve e due insegnanti partì dall'Appleyard College sulla strada di Bendigo per un picnic a Hanging Rock. Una delle insegnanti e tre ragazze scomparvero nel pomeriggio. Solo una venne poi ritrovata. La Hanging Rock è una struttura spettacolare di origine vulcanica che si eleva dalle pianure ai piedi del monte Macedon (…) Si pensò a quell'epoca che le persone scomparse avessero tentato di scalare le pericolose scarpate vicino alla cima, dove probabilmente erano perite; ma se per incidente, suicidio o assassinio volontario, non è stato accertato, poiché le salme non vennero mai rinvenute.

Il film “Picnic a Hanging Rock” del regista australiano Peter Weir (1975)
Il film “Picnic a Hanging Rock” del regista australiano Peter Weir (1975)

Approfondite ricerche condotte dalla polizia e dagli abitanti della zona relativamente circoscritta, non fornirono alcun indizio per risolvere il mistero, finché la mattina del sabato 21 febbraio, l'onorevole Michael Fitzhubert non scoprì una delle tre ragazze scomparse, Irma Leopold, che giaceva priva di sensi alla base di due enormi massi. La sventurata fanciulla in seguito si riprese, ma una ferita alla testa annullò in lei qualsiasi ricordo di tutto ciò che era accaduto dopo che insieme alle compagne aveva intrapreso la scalata delle quote più alte. La ricerca proseguì per parecchi anni tra grandi difficoltà, a causa della misteriosa morte della direttrice dell'Appleyard College pochi mesi dopo la tragedia. L'edificio del collegio fu completamente distrutto da un incendio della boscaglia nell'estate successiva. Nel 1903, due cacciatori di conigli accampati alla Hanging Rock trovarono un brandello di stoffa e pizzo che la polizia ritenne appartenesse alla sottoveste che indossava l'insegnante scomparsa il giorno del picnic.
In questa storia straordinaria compare brevemente un personaggio piuttosto scialbo: una ragazza quattordicenne di nome Edith Horton, allieva dell'Appleyard College, che aveva accompagnato le altre tre per un tratto verso la Roccia. Costei ritornò al tramonto dalle altre gitanti attraversando il fiumicello più a valle, in preda a una crisi isterica e non in grado, né allora né mai più in seguito, di rammentare qualcosa di quanto era accaduto in quel breve lasso di tempo. Nonostante ripetuti interrogatori nel corso degli anni, la signorina Horton è morta di recente a Melbourne senza avere fornito alcuna ulteriore informazione.

Come si evince dal presunto articolo, vi sono tutti gli elementi per costruire una storia non priva di colpi di scena: va però considerato che l’articolo fu quasi certamente creato ad hoc dall’autrice per correlare la narrazione alla realtà. Vi sono poi incongruenze cronologiche: l’articolo sarebbe stato pubblicato da un generico “Giornale di Melbourne”, di cui non è indicata la testata, e apparso “esattamente tredici anni da quel fatale sabato di San Valentino”, cioè sabato 14 febbraio 1900: ma in quell’anno il 14 febbraio cadeva di mercoledì.

Inutile dire che il mistero di Hanging Rock ha spinto, fin dalla sua pubblicazione, una schiera di appassionati alla ricerca di tracce e indizi per cercare di risalire all’evento originale: ricerca frustrata non solo dalla totale mancanza di testimoni, ma soprattutto dall’assenza di cronache sui giornali australiani del febbraio 1900.

Tra realtà e mito metropolitano, si pone il cosiddetto XVIII capitolo (nell’indice del libro così come appare nell’originale e nelle tradizioni italiane [la prima è del 1983] ne troviamo XVI del romanzo e uno, il XVII, con l’articolo contestato): sembra sia stato eliminato su indicazione dell’editore. Così il libro venne pubblicato senza la soluzione del mistero, lasciando spazio alla fantasia del lettore, emblematiche le parole dell’autrice: “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell’anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo”.

Il luogo, divenuto famoso per il film di Peter Weir, è ormai una meta turistica per l’Australia
Il luogo, divenuto famoso per il film di Peter Weir, è ormai una meta turistica per l’Australia

Parti del XVIII capitolo furono integrate dalla Lindsay nel III capitolo; l’autrice inoltre lasciò scritto che fosse pubblicato dopo la sua morte, desiderio che fu rispettato e nel 1987 – tre anni dopo la scomparsa della scrittrice – venne dato alle stampe (in Australia e Gran Bretagna) The Secret of Hanging Rock.

Oltre al capitolo vi è un’introduzione dell’ex agente di Joan Lindsay e un commento di Yvonne Rousseau, autrice del libro Murders at Hanging Rock.

Il capitolo fornisce una soluzione ambigua, quindi è difficile comprendere con precisione cosa effettivamente accadde sul grande monolite: la vicenda infatti non è chiara, anche l’impostazione narrativa adottata dall’autrice lascia spazio a più soluzioni. Ci pare ponga comunque in luce l’intenzione dell’autrice di connotare il suo libro con peculiarità che si elevano dalle secche di un intreccio finalizzato ad abusare del mistero come chiave narrativa, per cercare invece la forza di una fabula che guarda soprattutto in direzione della spiritualità.

Questo in estrema sintesi il contenuto. Il capitolo inizia con Edith Horton che, spaventata, scende verso la base di Hanging Rock, mentre Marion, Miranda e Irma proseguono fino a un punto in cui sono colpite da sensazioni strane, che sembrerebbero assimilabili a quelle di uno stato alterato di coscienza. Stato caratterizzante anche l’insegnante, la signorina McGraw, che giunge al pianoro dove si trovano le ragazze, senza però riconoscerle; anche le allieve non la riconoscono. Malgrado ciò la donna sembra essere una sorta di guida; le ragazze si tolgono i corsetti e li gettano giù dal rilievo, però non cadono, sembrano sospesi nel vuoto. La McGraw entra in un’apertura tra le rocce, seguita da Marion e Miranda e immediatamente si trasformano in piccole creature simili a lucertole. Irma, che aveva indugiato, quando vorrebbe seguire le altre non vi riesce poiché lo spazio tra le pietre si chiude, negandole l’accesso a una dimensione che non conoscerà mai. Il capitolo si conclude così: “Irma si era gettata sulle rocce e si mise a rompere e a colpire la faccia granulosa del macigno con le mani nude. Era sempre stata brava nel ricamo. Aveva delle belle mani delicate, morbide e bianche”.

Il libro “Picnic at Hanging Rock” di Joan Lindsay
Il libro “Picnic at Hanging Rock” di Joan Lindsay

Picnic a Hanging Rock si chiude quindi con la scomparsa delle ragazze e dell’insegnante; mentre Irma Leopold viene ritrovata il 21 febbraio in stato di shock e incapace di descrivere gli eventi di cui è stata testimone.

Se effettivamente si tratta di un romanzo scritto partendo da una storia vera (possibilità che sembra piuttosto remota) la scomparsa dei corpi delle protagoniste risulta alquanto strana, poiché i cadaveri avrebbero dovuto essere rinvenuti. Quindi sembra più credibile che la Lindsay abbia usato l’espediente del fatto di cronaca come una sorta di velame di superfice, sotto il quale adagiare l’intreccio allegorico per indirizzare verso una dimensione letteraria più profonda.

Ci viene in mente Dante che nell’Inferno (IX, 61-63) invita ad andare oltre l’apparenza:


O voi ch’avete li ’ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ’l velame de li versi strani.


Anche Picnic a Hanging Rock ha il suo velame: forse l’autrice intendeva dirci che le ragazze e l’insegnante scomparse erano andate oltre quel velame. Passate a una dimensione diversa, forse entrate nel “Tempo del sogno” degli aborigeni, poiché avevano raggiunto status che le rendeva ormai mature per quel transito. Creature destinate a perdere la zavorra del materialismo ed essere così solo essenza: trasformate con un passaggio meno traumatico di quanto sin potrebbe pensare, forse naturale per chi ha raggiunto una maturità spirituale poiché, rifacendoci ancora a Dante (Purgatorio VIII 20-21):


ché ’l velo ora è ben tanto sottile,

certo che ’l trapassar dentro è leggero.


Evidentemente il rilancio esoterico è quello che consente di dare, paradossalmente, una sorta di linearità al romanzo, staccandolo dalla superficie del reale e lasciarlo così in sospeso in una dimensione spazio-temporale “altra”. E così i paradossi che sembrerebbero in conflitto con l’evento reale, si placano e diventano possibili. Per esempio, la salita a Hanging Rock non è un’impresa facilmente effettuabile da chi non abbia qualche conoscenza di tecnica alpinistica.

Inoltre, Miranda, prima di partire per il picnic, aveva confidato a Sara, sua compagna di stanza: “Devi abituarti a stare anche senza di me perché non rimarrò qui a lungo”… Perché quell’affermazione? Non vi è una risposta sola.

Un altro aspetto singolare: durante un momentaneo riposo del gruppo alle pendici della grande roccia, gli unici due orologi a disposizione si fermano a pochi minuti prima di mezzogiorno. Un fenomeno magnetico? Di quale origine? Se il romanzo è inventato quale significato dare a questo evento? Quale fonte di ispirazione? C’è chi, guardando in direzione di “X File”, ha suggerito che il fenomeno potrebbe aver avuto origine dai disturbi magnetici prodotti da un… UFO! E così anche la scomparsa delle protagoniste rientrerebbe nella scia dei fenomeni legati agli extraterrestri: si tratterebbe di un caso di abduction!

In questo caso Picnic a Hanging Rock sarebbe, a modo suo, un romanzo di fantascienza.

Una scena del film “Picnic a Hanging Rock”
Una scena del film “Picnic a Hanging Rock”

Nel corso dell’ascesa, Irma percepisce per breve tempo un suono indefinito, che pare giungere dalla pianura: un ulteriore mistero di cui non è suggerita neppure un’ipotesi per risalire all’origine del misterioso effetto acustico.

Quando le ragazze si liberano dei loro abiti più ingombranti, effettuano un’azione “di rivolta” nei confronti delle ferree regole a cui dovevano sottostare nell’elitario collegio di Appleyard, oppure il significato di questo gesto è già correlato alla suggestiva metamorfosi a cui saranno in breve sottoposte?

Il mistero si infittisce quando gli abiti rimangono sospesi in una sorta di vuoto, accentuando così l’atmosfera magica che ormai pervade l’ambiente.

Alla scomparsa faranno seguito i suicidi di Sara, l’amica del cuore di Miranda e di Mrs Appleyard, direttrice e proprietaria del collegio, il cui cadavere sarà rinvenuto alcuni mesi dopo alle falde di Hanging Rock.


Tirando le somme, se l’ispirazione per scrivere il romanzo provenisse effettivamente da un fatto di cronaca, la scomparsa delle tre persone potrebbe essere dovuta a:

  • incidente

  • omicidio

  • rapimento

  • fuga.

Anche se non è una conditio sine qua non, per primi due casi vi dovrebbero essere i cadaveri delle vittime.

Forse, la chiave di tutto è nella genialità di una scrittrice che ha voluto porre i significati profondi del suo scritto “sotto il velame”. Ci sono infatti tanti indizi che lasciano intendere la volontà di riferirsi a una dimensione parallela, che non è quella delle fantascienza, bensì quella dell’interiorità. Come già indicato, il riferimento al “Tempo del sogno” sembra il più plausibile: per esempio, dà un senso all’assenza di ferite nei piedi scalzi di Irma, ritrovata però con numerose lacerazioni sul collo, la fronte e le mani. Alla “luce sospetta a un miglio dalla roccia”, ai suoni indefiniti, agli oggetti che fluttuano nello spazio. Una narrazione visionaria quindi, in cui riverberano echi di tradizione sciamanica abilmente intrecciati a un racconto velato ora di noir, ora di esoterismo. Velato, appunto…

Il “Tempo del sogno” è in effetti una sorta di Mondo perduto, poiché si riferisce a una dimensione spazio-temporale che nella cultura aborigena indica un periodo mitico corrispondente a una sorta di Età dell’Oro, correlato quindi al tempo delle origini, quando uomini e dei vivevano insieme. Anello di congiunzione tra i due mondi, il patrimonio simbolico e rituale dell’arte aborigena: un complesso incredibilmente articolato, in cui sono presenti millenni di cultura e dove il sacro svolge un ruolo fondamentale. Una forma d’arte molto complessa, costituita da labirintici percorsi grafici che sono depositari di significati simbolici accessibili solo agli iniziati.

Vista d’insieme del famoso monolite
Vista d’insieme del famoso monolite

Il “Tempo del sogno” di fatto è precedente a quello degli uomini attuali e consente, con i suoi mitologemi, di dare un senso alle domande che da sempre fanno parte dell’esistenza dell’essere umano. In quel tempo, gli esseri mitici scaturirono miracolosamente dal suolo e, spostandosi da un luogo all’altro, crearono la topografia della Terra – le catena dei monti, i corsi d’acqua, le pianure – ma non ultima la vita sul pianeta. Compiuta l’opera gli esseri mitici si trasformarono in rocce e montagne. In tal senso il legame con Hanging Rock non risulta fuori luogo, essendo questo rilievo parte della mitologia aborigena. Questo come altri luoghi, sono ritenuti dotati di una sorta di aura soprannaturale e percepibile agli sciamani, unici in grado di collegare i due mondi (quello degli uomini e quello dei sogni) attraverso un patrimonio di conoscenze tramandabili solo a poche persone.

Come già indicato, l’attività sciamanica è effettuata anche con l’ausilio di un linguaggio artistico atavico, che può essere considerato come l’estrinsecazione visiva di chi possiede la capacità di sentire le voci della terra, i suoni della natura. Quindi una sorta di osmosi sciamanica con le energie più arcaiche, sedimentate nell’inconscio collettivo e che si dipanano su modelli grafici che hanno le loro radici nella tradizione decorativa aborigena: nelle pitture rupestri, nelle decorazioni degli oggetti d’uso, nel linguaggio di terre colorate e pietre che danno forma a qualcosa che vuole essere evocazione magica, qualche volta anche una specie di preghiera.

La dimensione simbolica di questa forma d’arte, coinvolge alcuni tra gli elementi più caratteristici della cultura “primitiva”: il serpente, i cerchi concentrici, lo zig-zag, la spirale, il reticolo e altri ancora. Elementi che hanno il ruolo di condurre il fruitore in una dimensione in cui i quattro elementi naturali risultano tutti inseriti in un dialogo costante, nel quale il tempo della realtà e quello del mito si uniscono in un solo armonioso tracciato narrante.


Massimo Centini è laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Si è rivolto in più occasioni alla tradizione popolare, dedicandole ricerche e studi pubblicati con numerosi editori italiani (Mondadori, Rusconi, Newton & Compton, San Paolo, Accademia Vis Vitalis, YUME edizioni e altri). Ha insegnato Storia della criminologia al M.U.A. di Bolzano ed è docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino.

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