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Cronache Marziane: il caso della “Bio Station Alpha”

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29 Giugno 2011
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Il pianeta Marte mostra la calotta ghiacciata del polo nord. La presunta Bio Station Alpha si trova poco al disotto della calotta polare

Esplorando la superficie di Marte con Google Mars un astronomo dilettante scorge un “oggetto” apparentemente di natura artificiale che non avrebbe dovuto esserci.

Pixel corrotti oppure una installazione segreta della NASA?

 

C’è una installazione artificiale sulla superficie di Marte o si tratta di un difetto di una immagine digitale ripresa dalla NASA? Il caso è salito all’attenzione del pubblico quando un astronomo dilettante, David Martines, si è messo con molto impegno a visionare minuziosamente la superficie di Marte a mezzo di “Google Mars” e ha creduto di aver rilevato la presenza di una struttura apparentemente artificiale.

Google Mars è il noto software realizzato da Google che, come per Google Earth riferito alla mappatura della Terra, consente di esplorare la superficie marziana ricostruita da un collage di immagini riprese dalle sonde della NASA e posizionate virtualmente su di una superficie sferica che riproduce il globo del pianeta Marte.

Nella sua esplorazione virtuale della superficie di Marte, David Martines si è imbattuto in una delle tante “anomalie marziane” che riempiono le cronache degli appassionati del settore. Tuttavia questa volta l’oggetto rilevato non riproduce uno dei tanti oggetti “non convenzionali” che sembrano ricordare le vestigia di una possibile civiltà marziana, forse esistita migliaia di anni fa sul pianeta rosso, oppure resti fossili di una antica vegetazione.

Questa volta si tratta di “qualcosa” che sembra essere una vera e propria installazione artificiale, così  come potrebbe essere stata realizzata da astronauti discesi sulla superficie di Marte per studiarlo da vicino e magari realizzare il nucleo di una futura città marziana.

L’oggetto appare come una struttura, della lunghezza di almeno 200 metri, costituita da un grande cilindro affiancato parzialmente da un altro minore, su cui si aprono varie altre strutture più piccole. Una struttura che per certi versi assomiglia curiosamente a quella in cui cinque volontari del Progetto “Mars 500” stanno conducendo sulla Terra un volo simulato su Marte. E che assomiglia anche ad altre strutture impiantate dai ricercatori in Antartide e sulle Dolomiti innevate per essere utilizzate come rifugi per gli escursionisti.

Pensando a un coinvolgimento della NASA nella realizzazione della struttura, dopo averle dato il nome di “Bio Station Alpha”, Martines si è rivolto immediatamente ai laboratori di Pasadena per chiedere una qualsiasi spiegazione, ma senza ricevere alcuna risposta.


L’immagine della Bio Station Alpha

Intanto la notizia dell’anomalia marziana ha fatto il giro del web e si sono subito levate varie ipotesi sulla natura dell’oggetto rilevato.

C’è chi afferma che si tratti di un problema di pixel corrotti che si sono prodotti sull’immagine digitale ripresa dalla sonda Mars Express, entrata in orbita intorno a Marte nel dicembre del 2003.

In effetti, esaminando le foto originali in possesso della NASA, si ha l’impressione che possa trattarsi effettivamente di pixel corrotti che il software di Google Mars ha modificato parzialmente, generando l’immagine con l’aspetto che ha riscontrato Martines.  Ma questa ipotesi non convince.

Si è visto infatti come altri oggetti naturali, fotografati sulla superficie marziana dalle sonde orbitanti della NASA, in evidente rilievo dal suolo, per mancanza di definizione appaiano anch’essi pixellati come la presunta installazione artificiale scoperta da Martines.

I pixel mostrati dalle foto originali della NASA potrebbero dopo tutto nascondere qualunque cosa che si trovasse effettivamente sulla superficie di Marte. Come escludere che la NASA abbia contraffatto lei stessa le immagini per impedire di rilevare con chiarezza la natura dell’oggetto riprodotto dal software di Google Mars?

Del resto, come prova della corruzione dei pixel, la NASA offre ben due immagini per permettere di verificare come sulla superficie di Marte non ci sia assolutamente nulla. Ma com’è possibile che il difetto digitale si sia verificato, con incredibile beffa delle probabilità, su due diverse immagini ed esattamente alla stessa longitudine-latitudine?

E ancora, perché non mostrare altre immagini ricevute dalle sonde intorno a Marte che hanno subito lo stesso incidente suggerito dalla NASA? Se mai vi sono! Considerando che le camere sensibili sono ben protette contro questo rischio, tutt’al più si sarebbe potuta realizzare una immagine digitale colpita ortogonalmente dall’obiettivo e non in forma tangenziale al sensore digitale che si trovava ben protetto e quindi al sicuro da un possibile irraggiamento orizzontale.

Troppa dietrologia? Forse non stiamo esagerando. In effetti la NASA è stata recentemente al centro dell’attenzione pubblica quando, al momento dell’entrata in vigore del cosidetto “Freedom of Information Act” promulgato dal Congresso americano, avrebbe dovuto rilasciare ai media i filmati della prima discesa degli astronauti sulla Luna. Come quello in cui Aldrin diceva di vedere navi aliene. Tuttavia, proprio questo filmato, e solo questo, all’improvviso “è andato inspiegabilmente perduto” negli archivi della NASA e sembra che non si trovi più.

Ma c’è ancora altro. E’ accaduto che un ricercatore di Pasadena ha rinvenuto dati riguardanti la presenza di vita elementare su Marte, anche questi “dimenticati” in un computer della NASA.


L’ingrandimento della Bio Station Alpha

Nel 2002, l’ex ricercatore dell’agenzia spaziale Usa, Joseph Miller, oggi docente di neurobiologia all’Università della California del Sud di Los Angeles, aveva affermato che le sonde Viking nel 1976 avevano raccolto le prove dell’esistenza di microbi o insetti su Marte, ma la Nasa aveva dato una interpretazione volutamente errata dei dati raccolti, i quali poi finirono sepolti in un computer bloccato da un codice segreto. Solo dopo lunghi mesi di ricerca sistematica negli archivi disponibili era emerso un vetusto computer di fine anni Settanta dove tutti i dati erano stati immagazzinati, ma era bloccato da una chiave di accesso segreta e l’unico programmatore che ne era a conoscenza nel frattempo era morto. Miller tuttavia riuscì a rintracciare le registrazioni originali del Viking,  ricavandone però solo dati parziali, che comunque confermavano la sensazionale scoperta segretata dalla NASA.

Nel 1993 un gruppo di ricercatori della NASA denunciò a sua volta la stessa NASA, accusandola di occultare dati relativi alla superficie di Marte, raccolti da Mars Observer, che avrebbero rivelato la presenza di antiche costruzioni sulla sua superficie.

C’è da chiedersi se anche questa volta, per quanto riguarda la struttura apparentemente artificiale rinvenuta su Marte da David Martines, non si tratti dell’ennesima cover up praticata dalla NASA che agisce in stretto rapporto con il Pentagono statunitense e che quindi potrebbe coprire la rilevazione come un segreto militare.

A parte tutte la varie ipotesi e illazioni, possiamo tentare comunque di fare una analisi valutativa sulla natura e sulla presenza della presunta struttura artificiale sulla superficie di Marte.

Innazitutto colpisce il fatto che l’“anomalia dei pixel” si trovi in prossimità della calotta polare artica del pianeta rosso. Se si trattasse di una reale struttura artificiale della NASA sarebbe stata una scelta inevitabile da fare.


La struttura realizzata in seno al progetto Mars 500 in cui un equipaggio di volontari simula un viaggio e una permanenza su Marte. La logica costruttiva ricorda inequivocabilmente quella della presunta installazione artificiale scoperta da David Martines

La calotta polare di Marte è costituita da vero ghiaccio, prodotto dalla solidificazione di vera acqua. Un elemento prezioso e indispensabile per gli eventuali astronauti che avessero preso posto stabilmente su Marte. Acqua necessaria per la sopravvivenza degli individui, acqua utile per alimentare l’aria respirabile dell’installazione, acqua da usare per permettere le colture idroponiche con cui si alimenterebbero gli astronauti dell’installazione e acqua con cui condurre esperimenti per il futuro “terraforming” del pianeta rosso. Il caso vuole che, approssimativamente alla stessa distanza dal polo nord in cui si trova la presunta installazione artificiale, un’altra sonda della NASA, la Phoenix Lander2 si trovò ad esplorare nel maggio del 2008 la medesima zona artica.

Magari l’installazione di “Bio Station Alpha” potrebbe trattarsi dell’esito di un progetto congiunto tra Russia e Stati Uniti con cui colonizzare pacificamente Marte.

Viene alla memoria il lancio, nel 1971, da parte dell’allora Unione Sovietica, di due sonde spaziali, Marte 2 e Marte 3, lanciate verso Marte per scopi mai dichiarati.

Ciascuna delle due sonde, partite dal sito segreto di Baikonur, aveva un carico di 4650 chilogrammi. Valutando che le sonde della NASA avevano all’epoca un carico medio di 300-500 chilogrammi, viene da chiedersi che cosa mai poteva essere stato inviato sulla superficie di Marte. Che cosa trasportavano? Volontari e materiali per una base da costruire sul pianeta rosso? Ci furono cronisti dell’epoca che ipotizzarono che l’Unione Sovietica avesse inviato su Marte una spedizione di quattro astronauti, due uomini e due donne, per stabilire una base permanente sul pianeta rosso insieme a strutture di supporto e di sopravvivenza.

Al momento, ufficialmente sembra che non ci siano ancora la tecnologia e la preparazione adatta degli astronautri per raggiungere Marte, soprattuto per costruirvi una base permanente.

In questi giorni il Progetto Mars 500, realizzato dalla Russia in collaborazione con l’ESA europea, sta collaudando in maniera simulata il viaggio su Marte con l’aiuto di sei  volontari che si sono prestati a rimanere rinchiusi dentro al cilindro che simula l’astronave. Tutto per studiare le reazioni psicologiche e la resistenza fisica di persone che devono stare chiuse per molto tempo nello stesso ambiente.

Un eguale esperimento viene portato avanti da qualche tempo in Antartide, dove i membri di Base Concordia rimangono in completo isolamento dal resto del mondo per tutto il Winterover, l’Inverno Antartico, per un periodo di nove mesi. Il Winterover a Concordia è studiato dall’Ente Spaziale Europeo (ESA) per le sue similitudini con un possibile futuro viaggio su Marte.

Tutto porta a pensare che il viaggio su Marte sia molto più complesso e difficoltoso rispetto a quello sulla Luna, come hanno fatto le missioni Apollo, e che comporti grandi sacrifici tra i componenti degli equipaggi che vi parteciperanno. Si prevede infatti un viaggio che richiederebbe, tra andata e ritorno, almeno due anni di permanenza nello spazio.


Immagine di una delle strutture artificiali non riconosciute dalla NASA fotografata dal rover Oppurtunity nel 2005 sulla superficie di Marte. Foto rilasciata dalla NASA

Ma anche qui qualcosa non torna, e nonostante le voci ufficiali degli scienziati e dei media, si potrebbe pensare invece che andare su Marte sia più semplice di quanto si possa immaginare.

Nel 2000 venne avviato da parte di Franklin Chang-Diaz un progetto definito “VASIMR”, Variable Specific Impulse Magnetoplasma Rocket, che prevedeva la realizzazione di un nuovo tipo di propulsore, non più basato sulla combustione di propellente ordinario, ma sull’emissione di getti di plasma. Con un propulsore VASIMR si potrebbe andare su Marte, rimanerci e ritornare sulla Terra  in un periodo massimo di cinque-sei mesi in totale. Una prospettiva meravigliosa per l’esplorazione dello spazio.

Proprio in questi giorni, mantenendo un profilo basso di informazione sui media, si stanno ultimando dei prototipi ufficiali di propulsori VASIMR e si prevede che nel 2012-13 saranno applicati alla ISS, la stazione internazionale orbitante. Questa infatti deve continuare a correggere la propria orbita per non precipitare sulla Terra, con un grande dispendio di carburante. I propulsori VASIMR consentiranno di svolgere la stessa missione, ma con maggiore efficienza e con costi infinitamente inferiori.

Ma al di là di ciò che viene detto, il propulsore VASIMR non rappresenta una conquista di questi tempi. Attualmente si tratta di una fase ingegneristica legata all’impresa commerciale da parte dell’azienda Ad Astra che sta vendendo i propulsori alla NASA, ma prima ancora esistevano altri propulsori a emissione di ioni che erano in grado di operare una spinta utile nello spazio a varie navicelle spaziali. E questi propulsori non sono rimasti solo un tema teorico, in quanto sono stati a suo tempo costruiti e collaudati.

Il primo propulsore ionico operativo fu costruito da Harold R. Kaufman nel 1959 presso le fabbriche della NASA nel Glenn Research Center. Era simile al disegno generico di un propulsore ionico a griglia elettrostatica che usava mercurio come carburante. Durante gli anni Sessanta seguirono i test suborbitali del motore che nel 1964 venne mandato in volo suborbitale sulla SERT-1, la “Space Electric Rocket Test 1”. Il motore a spinta ionica funzionò con successo per 31 minuti nello spazio per poi ricadere sulla Terra.

Tuttavia, fuori dal coro della cover up, nel  2003 l’agenzia spaziale giapponese ha inviato la sonda Hayabusa nello spazio, che ha incontrato e fotografato con successo l’asteroide 25143 Itokawa,  rimanendovi in prossimità per molti mesi e raccogliendo campioni e informazioni. La sonda era dotata della spinta di ben quattro motori ionici allo xeno, generati da microonde ECR e un materiale in carbonio composito per la griglia di accelerazione resistente all’erosione.


Lo strano oggetto fotografato tra gli anelli di Saturno. L’oggetto venne fotografato la prima volta nel 1981 dalla sonda Voyager della NASA e quindi fotografato nuovamente nel 2005 dalla sonda Cassini della NASA e dell’ESA

Quindi perché non pensare che la NASA, al di là delle sue dichiarazioni sui moti a plasma che sembrano rilasciate per prendere tempo, non abbia già provveduto in passato, in collaborazione con i militari statunitensi, a inviare una spedizione non convenzionale su Marte stabilendovi una base, facilmente rifornibile da astronavi-navette a propulsione ionica?

Ma se l’installazione su Marte non fosse né della Russia né degli USA? Un’altra ipotesi sorta dai frequentatori del web è quella che attribuisce la sua costruzione a creature aliene che stanno esplorando il nostro sistema solare.

Una ipotesi che potrebbe non essere poi tanto assurda. In effetti è accaduto che nelle foto, riprese dai robot della NASA, Opportunity e Spirit, che stanno scorrazzando da tempo sulla superficie di Marte, siano apparse in almeno due fotografie delle installazioni artificiali di cui la NASA ha dichiarato di non saper dare spiegazione. E sono chiaramente installazioni di natura artificiale, che per via della loro evidente conformazione, non lasciano ipotizzare che si tratti di una qualche sorta di sonda.

Non va dimenticato che gli astronauti che scesero a più riprese sul suolo lunare negli anni ‘90, con le missioni Apollo della NASA, dichiararono di aver trovato durante le loro esplorazioni dei mucchi di terriccio lunare accatastato in maniera inspiegabile, come se ci fosse stato l’intervento di un escavatore guidato da una “mano intelligente”.

E che dire dell’oggetto di forma circolare, sormontato da una cupola, che staziona da qualche tempo tra gli anelli di Saturno?

Per ora non possiamo fare altro che rimandare il problema in attesa di vedere se le future missioni della NASA sul pianeta rosso porteranno un contributo certo che ci consenta di comprendere la reale natura dell’oggetto che in questo momento campeggia indisturbato sulla superficie marziana,  provocando interesse e suggestioni nel grande pubblico.

E se per caso si evidenzierà che si trattava effettivamente di pixel corrotti non avremo di cui dolercene, perché ogni ipotesi che riguardi la spettacolare saga che sta portando l’umanità sul pianeta rosso merita di trovare posto nell’immaginario di questo nuovo millennio.


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