Antartica

L’Eden delle Tradizioni Aborigene

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14 Dicembre 2011
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Un dipinto aborigeno su roccia raffigurante uno dei “Signori della Fiamma” creatori del “Dreamtime”, il Tempo del Sogno, che rappresenta l’identità storica e spirituale della cultura iniziatica degli Aborigeni australiani

Le tradizioni aborigene e il ricordo dell’antico Eden nel mito del “Dreamtime” in cui si ripetono il mito di Fetonte e quello delle origini dell’umanità. La leggendaria “Croce del Sud” e i rettiloidi, compagni da sempre della specie umana. La saga di un popolo giunto dal continente di ghiaccio che conserva il ricordo della storia dell’umanità e celebra il mito del ritorno alla “Terra Ancestrale” dei loro Antenati


La tradizione dell’Eden

Le antiche tradizioni, prima tra tutte quella della Bibbia, narrano che i progenitori dell’umanità nacquero per volontà divina, dalla quale furono posti in una antica e accogliente Terra ancestrale che fu teatro di eventi il cui ricordo è ormai andato perduto, trattenuto solo nelle cronache dell’immaginario collettivo.

La tradizione ebraica cita la creazione dei “Primi”, come li definì Dante Alighieri nella Divina Commedia, ad opera degli Elohim, gli dei celesti. Questi, sempre secondo la tradizione biblica, li posero in un “giardino delle delizie”, l’Eden, dove i due progenitori presero a vivere senza conoscere la morte e le malattie, cibandosi dei frutti spontanei del luogo. In quel giardino incontrarono un serpente, creatura che era stata creata prima di loro, che li iniziò alla conoscenza contravvenendo al volere degli Elohim che li avevano generati e per questo motivo vennero allontanati dal “giardino delle delizie” disperdendosi sulla Terra senza potervi più fare ritorno.

Dell’Eden parla anche la tradizione druidica nel mito di Odino, re degli Asi, che si sovrappone alla narrazione biblica. Secondo il druidismo, Odino creò i due progenitori dell’umanità ponendoli in “Midgard”, la Terra di mezzo, al cui centro campeggiava l’albero della conoscenza.

Per la tradizione nordica fu l’Armageddon, la terribile guerra avvenuta tra gli dei che sconvolse l’intero pianeta, a costringere i due primi esseri umani a fuggire dalla Terra di mezzo per prendere rifugio nella radura del sacro Nemeton, il boschetto iniziatico dei druidi.

Per gli antichi Sumeri il “Paradiso Terrestre” si chiamava “Dilmun”. In questo luogo si intrecciarono le vicende del dio Enkidu e dei frutti proibiti della dea Ninhursag, del contadino Shukallituda e della dea violata Inanna. Una narrazione che finisce con la stessa conclusione delle precedenti, ovvero con la perdita dell’Eden in cui i protagonisti della saga sumera avevano vissuto.


Graffiti che rappresentano le figure enigmatiche dei “Signori della Fiamma e del Tuono”

Nelle tradizioni sumeriche c’è anche la figura dell’eroe Gilgamesh. Celebrato come l’ultimo degli uomini sopravvissuto al diluvio, dopo che il dio Utnapishtim gli rivelò che il paradiso era sprofondato nelle acque degli oceani, Gilgamesh si tuffò in fondo al mare per recuperare una fronda della pianta dell’immortalità che cresceva nel paradiso perduto. Ma durante la risalita alla superficie un serpente gliela sottrasse, la divorò e cambiò pelle ritornando giovane.

L’idea di un Eden esistente prima dell’umanità storica era presente anche nella civiltà classica greca e romana. Greci e Latini favoleggiavano su una lontana “Età dell'Oro”, dei regni felici di Crono e di Saturno, e di altre “Terre beate". Questi regni felici vengono citati dallo scrittore greco Esiodo, in “Le Opere e Giorni” e dal poeta latino Publio Ovidio Nasone, nelle “Metamorfosi”.

I libri sacri dell'India e il Mahābhārata celebrano l'aureo monte Meru da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso le quattro zone del cielo in cui risplende, incomparabile paradiso, l’Uttara-Kuru, dimora degli dei e “prima patria degli uomini”.

Nell’antico Iran, nell'India e nell’Egitto, perdurava il ricordo di una prima età felice dell’umanità.

L'Airyâna vaegiâh, che sorgeva sull’Hara-berezaiti degli iranici, fu un vero Paradiso terrestre, poi i suoi primi abitanti lo trasformarono in un buio e gelido deserto da cui i superstiti fuggirono per raggiungere altri luoghi più ospitali della Terra.

La tradizione dell’antico druidismo dei Nativi europei indicava il continente antartico, oggi ricoperto dai ghiacci, come la terra che ospitò l’antico Eden. In epoche posteriori le Società Iniziatiche del Medioevo europeo ancora tramandavano questa conoscenza, ben custodita e riservata agli iniziati delle varie corporazioni di mestiere. Testimoniano questa credenza gli affreschi e i documenti che sono sopravvissuti fino alla nostra epoca.

Anche la Chiesa medievale dibatteva, tra i suoi massimi esponenti, sul luogo del “Paradiso terrestre” ipotizzando che solamente nell’inesplorato emisfero Sud della Terra avrebbe potuto essere celato agli uomini che ne erano stati scacciati senza potervi fare ritorno.

Dante Alighieri ci ha lasciato una testimonianza postuma di questa convinzione legata al continente antartico citando, tra i sonetti della Divina Commedia, le stelle della costellazione della “Croce del Sud” poste al di sopra dell’isola sulla quale comparvero i “Primi”, ovvero i progenitori dell’umanità.


Un antico luogo megalitico delle popolazioni aborigene australiane


L’Eden delle tradizioni aborigene

Agli antipodi dell’Europa, a migliaia di chilometri dalla cultura occidentale, anche le Società Iniziatiche tribali degli aborigeni australiani custodiscono il ricordo degli antichi Dei, che diedero vita ai progenitori dell’umanità, e della terra ancestrale in cui vennero collocati in seguito. Ricordo ancora oggi ben vivo nel nutrito bagaglio narrativo della cultura aborigena in cui si riflette l'eco della tradizione dell'antico Eden.

L'iconografia ordinaria della società maggioritaria ha sempre mostrato l'Australia come un continente abitato da aborigeni culturalmente arretrati. Una terra che andava giustamente colonizzata da parte degli europei che portavano in tal modo la presenza della civiltà.

Questa iconografia di comodo nasconde una diversa realtà storica. Come ad esempio il fatto che all'arrivo dei colonizzatori, sul continente esisteva una società aborigena ben organizzata e socialmente sviluppata, che i pochi sopravvissuti testimoniano ancora attraverso i loro ricordi.

Ma l'iconografia dello status quo nasconde ben altro.

La storia dei popoli aborigeni è antica e racchiude eventi importanti per tutta l’umanità.

Come per il continente europeo, anche su quello australiano si ergono monumenti megalitici di ogni dimensione e struttura. Se ne trovano dappertutto. Alcuni di questi sono talmente imponenti che risulta difficile immaginare come possano essere stati eretti.

Ma la cultura dei colonizzatori, come accade del resto in Europa, non lascia spazio a questa realtà archeologica e si conosce ben poco della sua effettiva manifestazione sul continente australiano.

Non solo, spesso questi monumenti sono stati distrutti o occultati in tutti i modi possibili. A Woomera, per fare un esempio, esiste un grande complesso megalitico che secondo i testimoni, è simile al grande cromlech di Stonehenge. Tuttavia oggi il sito megalitico non è più accessibile poiché negli anni '50 il governo australiano lo utilizzò per fare esplodere le sue testate nucleari e l'ambiente è ancora altamente radioattivo, tanto da dissuadere ogni possibile escursione sul luogo.

Ma il megalitismo non è una realtà disgiunta dalla storia e dalla cultura aborigena.

Ancora oggi i megaliti sono al centro della spiritualità degli aborigeni, come del resto per gli altri Popoli naturali del pianeta, e alcuni siti rappresentano dei precisi luoghi sacri ritenuti molto importanti per la loro identità.


Gli Dei del Tempo del Sogno

Come per i Nativi europei anche i popoli Aborigeni dell’Australia possiedono tradizioni antiche che ricordano eventi accaduti all’alba dei tempi e che hanno inciso sulla storia dell’umanità.

Gli Aborigeni ricordano l’Era dell’Alcheringa come un tempo in cui sono esistiti l’Eden narrato dalla Bibbia e la “Terra di Mezzo” delle tradizioni europee, in cui si sarebbero manifestati grandi segni nel cielo e gli uomini avrebbero convissuto con i loro creatori senza conoscere la morte e le malattie, uniti alla segreta natura del cosmo.


Un “bora ring” australiano. La tradizione aborigena del “Tempo del Sogno” vuole che il dio Baiame usasse, come nel mito di Fetonte, un cerchio di pietre come luogo sacro in cui insegnare la sua conoscenza

I missionari e gli antropologi occidentali hanno tradotto l’Alcheringa con il nome di “Tempo del Sogno” o “Dreamtime” per indicare un’epoca persa nelle nebbie della storia di cui è rimasto il ricordo riportato da favole apparentemente ingenue e senza alcun significato reale.

Ignorando che invece tutte le leggende riferite al “Dreamtime” in realtà riportano in maniera simbolica precisi eventi del passato della storia dell’umanità di cui gli Aborigeni si considerano ancora oggi i detentori. Convinzione condivisa da Platone, il quale afferma che solamente i miti possono sopravvivere attraverso i millenni e gli inevitabili mutamenti traumatici del pianeta per trasmettere antiche conoscenze che affidate ad altri mezzi sarebbero andate irrimediabilmente perdute.

Nelle narrazioni del “Dreamtime” si racconta l’arrivo dal cielo di “Baiame” e dei “Signori della Fiamma”, ravvisabili negli Elohim biblici e nei miti europei di Fetonte e del Graal, così come anche nella figura mitica del dio africano Njambè.

Dei che crearono i primi esseri viventi e che concessero la conoscenza agli uomini del tempo. Creature divine che modellarono la superficie della Terra per creare un ambiente favorevole che potesse ospitare i primi viventi. Un vero e proprio Eden primigenio raccontato nella chiave del simbolismo aborigeno.

Oggi il Dreamtime, così come accade per la tradizione dello sciamanesimo druidico dei Nativi europei, rappresenta ancora una dimensione spirituale che unisce in un cerchio sacro gli iniziati della cultura aborigena. Il Drematime rappresenta qualcosa di ben concreto rispetto a quanto interpretato dai gesuiti e dagli antropologi.

E’ una vera e propria Società Iniziatica che possiede un cuore antico in grado di condividere gli eventi arcaici con la storia dei popoli e degli individui. Una dimensione che è manifesta nella narrazione tradizionale e nell’esperienza delle persone che ne fanno parte, ma che tuttavia risulta segreta e impenetrabile a chi non è in grado di comprenderla.

All’arrivo dei colonizzatori europei sul continente australiano, che presero a schiavizzare e convertire cruentemente gli aborigeni al cristianesimo, gran parte della popolazione aborigena si nascose e prese rifugio nel “Dreamtime” garantendo così la continuità della loro identità e dell’antica Tradizione.


Le tradizioni degli Aborigeni australiani e quelle del druidismo europeo collocano l’antico Eden sul continente antartico. Oggi appare ricoperto di ghiacci che hanno sepolto sotto una coltre di tre-quattro chilometri intere catene montuose e laghi di varie dimensioni. Sul continente sono stati rinvenuti i resti fossili di grandi foreste.

Ancora oggi nella cultura aborigena domina il simbolismo della “ruota forata” che ha caratterizzato i miti di Fetonte e di Njambé.


Il mito dei Fratelli segreti della Tribù nascosta

Una leggenda aborigena riguarda la “tribù segreta”, conosciuta anche come la “tribù scomparsa” o dei “Fratelli segreti”.

Una tribù che si è costituita all’origine dei tempi, nell’era dell’Alcheringa e che sarebbe la capostipite di tutte le altre tribù del continente australiano.

Questa tribù si nasconderebbe, dopo l’arrivo in Australia dei colonizzatori occidentali, in una città sotterranea del continente antartico, proprio là dove già la Chiesa e le Società iniziatiche medievali avevano in effetti collocato l’antico Eden. In questo modo essa riuscirebbe a custodire gli antichi segreti del popolo degli aborigeni australiani e garantire il loro ritorno alla libertà.

Secondo le tradizioni aborigene questa tribù ancestrale sarebbe costituita da aborigeni e da creature rettiloidi dagli sgargianti piumaggi. Due diverse specie che convivrebbero insieme e in pace in un mutuo scambio di esperienze. I membri della “tribù scomparsa” parlerebbero una lingua segreta per impedire che la loro esistenza e i loro segreti possano venire scoperti dai colonizzatori invasori, e praticherebbero riti legati al mito del “serpente piumato” o “serpente arcobaleno”.

Gli ingressi per raggiungere la città subantartica sarebbero mantenuti segreti e custoditi da pochi iniziati aborigeni.

La leggenda sembrerebbe confermare le tradizioni druidiche, che tramandano come sotto i ghiacci dell'Antartide esisterebbero ancora oggi i superstiti della catastrofe ambientale che distrusse l’antico Eden e costrinse i progenitori dell'umanità a disperdersi sul pianeta lasciando nella Terra ancestrale una piccola comunità delle due specie, umani e sauroidi, che avevano convissuto nel “Paradiso terrestre”. Sarebbero i discendenti di Adamo ed Eva e del serpente che li aveva iniziati alla conoscenza, che non avevano voluto abbandonare il primo antico focolare.

In merito a questo mito aborigeno e alla relativa tradizione dei Nativi europei si possono associare le teorie di John Rhodes, un criptozoologo americano. Rhodes ha speso anni di ricerche a proposito della sua convinzione circa esistenza dei cosiddetti “rettiliani”.

Le sue teorie prevedono che, alla caduta dell'asteroide di 50 milioni di anni fa che sconvolse l’assetto bio-geologico del pianeta, siano sopravvissute creature sauroidi di statura inferiore rispetto ai grandi sauri e che queste si siano evolute nel tempo, come del resto hanno fatto le specie mammifere che hanno convissuto nello stesso periodo geologico.

Oggi parte di queste creature rettiliane vivrebbe sotto la superficie della Terra, in città e in villaggi costruiti in grandi caverne sotterranee. Luoghi situati in regioni selvagge e inesplorate del pianeta e in alcuni grandi parchi protetti, sia negli USA che negli altri paesi come appunto anche in Australia.


La costellazione della “Croce del Sud” in un dipinto aborigeno. Per i Nativi australiani la costellazione rivestiva un carattere sacro ed era messa in relazione all’origine dell’umanità. Dante Alighieri la cita nella Divina Commedia come il segno che indica l’isola dove anticamente esisteva il Paradiso Terrestre

Una ipotesi che sembra trovare un forte parallelismo anche nella mitologia greca. In questa troviamo Ofione, la creatura primordiale con le sembianze di serpente, che dopo aver dato vita all'umanità, come fece Odino peraltro interpretato anch’esso qualche volta in forma di sauro, si sarebbe ritirata a vivere in grandi caverne sotterranee segrete poste nel cuore della Terra.

Una leggenda degli Aborigeni australiani, relativa al Bunyip Park nello stato del Victoria, riguarda l’esistenza del grande drago “Bunyip” e di altre creature rettili che vi abiterebbero.

Creature quasi divinizzate che durante l’arrivo dei colonizzatori europei avrebbero indotto questi ultimi, con la loro presenza, a non creare insediamenti nell’area in questione rimasta in effetti da allora disabitata, tanto da essere destinata solo all’uso di Parco nazionale.

Alla figura del Bunyip gli aborigeni associano la figura del serpente gigante Meendie che vivrebbe in un pozzo vicino a Bunkara-bunnal, o Puckapunya, sempre nell’attuale stato del Victoria. Gli attributi del Bunyip sono quelli del “serpente arcobaleno”, una delle creature totemiche riferite alle acque, che si manifestarono proprio all’inizio dei tempi ricordato nell’Alcheringa. Conosciuto come un protettore benevolo delle proprie genti e come un feroce giudice di chi viola le leggi tradizionali.

Nel folklore aborigeno il Bunyip, definito anche come uno degli “Antichi”, appare di solito come una creatura grande quanto un vitello o un piccolo ippopotamo, spesso dotata di pinne al posto delle zampe, con muso alle volte canino. Viene descritto talora coperto da una folta pelliccia o dotato di piume e nella maggioranza dei casi si riscontra la presenza di una coda da cavallo o di sauro. Talvolta è stato descritto anche come un enorme serpente acquatico lanuginoso.

Questa creatura ha proprietà mutaforma. Le sue sembianze spesso risultano diverse a seconda delle varie testimonianze che lo ricordano. Sembrano comunque esserci due precise e distinte iconografie di questa creatura, identificabili in base alla lunghezza del collo che in un caso è straordinariamente lungo e serpentiforme.

Una delle sue caratteristiche sarebbe quella di mostrarsi esclusivamente di notte, emettendo un grido molto forte e acuto, in grado di terrorizzare e paralizzare animali e uomini, ma in genere questa creatura nel nostro tempo si limiterebbe solo a difendere il proprio territorio.

In merito alla leggenda del Bunyip c’è la testimonianza diretta dei membri del gruppo musicale LabGraal che durante la loro tournée in Australia finirono per perdersi di notte con il loro pulmino proprio all’interno del “Bunyip Park” ed ebbero l’occasione di vedere “qualcosa” di non ben definito e di grande mole, che si manifestava alternativamente in un masso e in una collinetta, che li seguiva a distanza. Nella stessa occasione ebbero modo di sentire anche terribili grida provenire dalla boscaglia che li circondava, che non potevano essere di animali conosciuti né di umani, ma che corrispondevano ai racconti degli aborigeni in merito al Bunyip. Rimanendo peraltro anche coinvolti, sempre nella foresta del parco, in altri fatti inspiegabili e non meno inquietanti. Fenomeni che spinsero i musicisti ad allontanarsi velocemente dal luogo, imitando quello che avevano visto fare da altri occasionali e fulminei veicoli di passaggio.



La costellazione della “Croce del Sud” che sovrasta il continente antartico, considerata da più tradizioni come la sede dell’antico Eden perduto

Il simbolismo aborigeno della “Croce del Sud”

Gli aborigeni hanno da sempre una approfondita conoscenza del cielo notturno. Come già per gli antichi Celti, essi non usavano le stelle solo per orientarsi, ma le associavano soprattutto ad una sorta di mappatura cosmologica che univa il territorio al cielo.

Il sorgere di determinate stelle, come accadeva in Europa per le Pleiadi, indicava l’inizio della semina e del raccolto di specifiche specie vegetali o il segnale del cambio delle stagioni.

Ma per altri versi la geografia celeste mostrava, così come quella terrestre, eventi dell’epoca del Tempo del Sogno, in cui le costellazioni rivelavano la sequenza di una narrazione che era stata lasciata in cielo dagli Spiriti Ancestrali perché il popolo aborigeno non dimenticasse mai la propria tradizione.

Una delle costellazioni che riveste ancora oggi particolare attenzione è quella della Croce del Sud. Un elemento celeste in comune con molti altri popoli dell’emisfero australe sia per le varie simbologie che le vengono attribuite e sia perché caratterizza la posizione del Polo Sud.

La costellazione è composta da cinque stelle, quattro delle quali molto luminose, e una molto debole, e come accade per la ricerca del Nord nell’emisfero boreale, anche a questa latitudine australe occorre seguire un certo tracciato per trovare l’equivalente della Stella Polare.

Le leggende aborigene riferite alla costellazione della Croce del Sud sono molte e suggestive. Una di queste associa la costellazione al simbolismo della santità della vita degli animali e della manifestazione della morte avvenuta nel mondo e sembra riecheggiare la narrazione biblica della creazione dei capostipiti dell’umanità e della loro avventura nell’Eden primordiale.


I resti del grande complesso megalitico del sito di Woomera. Negli anni ‘50 il sito venne utilizzato per fare i test nucleari e oggi il luogo è ancora completamente radioattivo

La leggenda aborigena non mostra alcuna contaminazione culturale da parte del cristianesimo essendo parte del bagaglio tradizionale degli aborigeni, ben lontani dalla sua influenza. Rivela in ogni caso l’esistenza di un bagaglio tradizionale che risulta essere inevitabilmente comune a tutte le culture dei Popoli naturali.

Il mito parte dalla figura di Baiame, forse la divinità più importante in assoluto presso le comunità degli Aborigeni australiani del sud-est Australia.

Il dio, come nella narrazione druidica di Fetonte o in quella degli Elohim biblici, anticamente scese dal cielo sulla terra dove iniziò a modellare l’ambiente creando fiumi, montagne e foreste.

A lui vengono attribuite le leggi ancestrali degli aborigeni, i loro canti, la tradizione e la cultura. Lui stesso costruì un primo luogo sacro, come lo fu il cerchio di pietre di Fetonte, dove istruì i primi iniziati, che oggi viene denominato come “bora” e spesso assume l’aspetto di uno o più cerchi concentrici di pietre.

La leggenda in questione narra che all’origine dei tempi Baiame creò la Terra. All’inizio diede vita ai vegetali e quindi agli animali. Terminato il suo lavoro creò due uomini e una donna e li pose in una terra rigogliosa di vegetazione e di fiumi in cui potessero vivere felici.

Questa precisazione di aver creato tre creature e non solamente i due capostipiti dell’umanità riporta alla narrazione biblica dove si evince che in effetti Adamo ed Eva non erano i soli ad abitare l’Eden, ma che con loro c’era anche l’altra creatura in forma di “serpente”, si potrebbe dire di forma sauroide, che poi sarebbe divenuta l’iniziatrice dell’umanità, ma condannata dal Dio biblico per questo a “strisciare per terra” da quel momento in poi.

Create le tre creature, Baiame insegnò loro che dovevano cibarsi solamente di piante indicando quali di esse potevano utilizzare, vietando, come nella tradizione biblica e nordica, in modo assoluto di uccidere e di cibarsi degli animali che dimoravano quel luogo.

Nella narrazione druidica si dice che ad un certo punto l’Eden venne sconvolto da una grande nevicata che continuò per molto tempo, coprendo come un “mare di latte” ogni cosa, rendendo impossibile ogni forma di vita, tanto che i nostri progenitori dovettero abbandonare l’”Antica Terra Imperitura” per cercare altri luoghi più ospitali.

Nella narrazione della leggenda aborigena viene detto che ad un certo punto si manifestò una grande siccità che portò alla scomparsa di tutte le piante e le tre creature umane si trovarono in difficoltà per sopravvivere. Fu allora che la donna iniziò a cercare di convincere i due uomini a uccidere gli animali per usarli come cibo. Uno dei due uomini, come l’Adamo biblico, si lasciò convincere dalla donna e uccise un canguro, quindi invitò i suoi compagni a cibarsene insieme a lui.

La donna accettò, ma l’altro uomo, il sauroide, in osservanza delle disposizioni date da Baiame, si rifiutò di mangiare la creatura che aveva la protezione del dio che li aveva creati e li abbandonò al loro destino di disubbidienti della volontà divina.

Solo nel deserto, dopo un lungo cammino, si sedette esausto ai piedi di un albero della gomma. Ma Yowi, lo spirito della morte, lo attirò all'interno dell'albero, disturbando due cacatua bianchi che stavano covando. In seguito l'intero albero si levò in cielo per divenire la costellazione della Croce del Sud.

Ancora oggi gli aborigeni vedono nelle quattro stelle brillanti gli occhi dell'uomo che rispettò il volere divino di Baiame e quelli di Yowi che lo portò in cielo.


La “ruota forata“ degli Aborigeni australiani. Ricalca il mito della ruota d’oro lasciata da Fetonte in dono all’umanità, contenente un bagaglio di conoscenze storiche e filosofiche

E’ interessante ricordare, sempre per citare l’antico legame che doveva unire culturalmente i Popoli naturali, come i Boscimani africani identifichino la Croce del Sud, visibile anche dalla loro latitudine, con l'Albero della Vita, dando a questo lo stesso valore che l’antico druidismo attribuiva all’equivalente Yggdrasil.


Il mito del ritorno alla “Terra Ancestrale”

Nello stato del Victoria, nel sud-est dell’Australia, gli aborigeni usano la pratica simbolica del cosiddetto “palo del ritorno”. Un palo piantato nel terreno che viene inclinato verso la direzione della terra da cui si è partiti per il lungo viaggio che ha portato ad altri luoghi lontani e che indica la direzione da prendere per ritornare al luogo di origine, come testimonianza degli affetti e della propria terra lasciata temporaneamente.

Una consuetudine praticata dai gruppi di aborigeni che si allontanano dai loro luoghi natii per seguire i lunghi percorsi che li portano all’interno dell’Australia per i più disparati motivi.

Si osserva tuttavia la particolare consuetudine degli aborigeni di realizzare nei loro luoghi abitati da sempre, quindi senza un apparente motivo, cerchi formati da pietre di medie o anche piccole dimensioni, al centro dei quali è posizionato un palo inclinato.

La sua inclinazione è sempre rivolta verso l’estremo sud, verso quella che gli sciamani aborigeni chiamano la “terra degli Antenati” da cui un giorno giunsero per abitare il continente australiano e che nei loro riti e nei loro cuori non hanno mai dimenticato.

Di notte si vede come il palo sia inequivocabilmente piegato nella direzione della “Croce del Sud”, verso la terra ancestrale da cui proviene tutta l’umanità.

La terra che i tre figli di Baiame, il creatore della prima umanità, dovettero abbandonare perché sconvolta da una grande nevicata che la ricoprì di nevi perenni come fosse un “mare di latte”.

Com’è oggi il continente antartico. Inspiegabilmente spoglio da millenni di ogni presenza umana, a parte le attuali migliaia di ricercatori che resistono al suo clima inclemente per scopi non ben dichiarati.

Rimangono in Antartide i numerosi resti fossili di alberi e di foglie pietrificate che testimoniano l’esistenza di immense e antiche foreste che dovevano restituire probabilmente l’immagine di un arcaico “giardino delle delizie”.

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