Esoterismo

I Tarocchi e l’Albero della Vita

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17 Maggio 2011
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La carta dei tarocchi “Il Matto”

L’antica conoscenza della Tradizione

È consuetudine ritenere che le lamine dei Tarocchi potrebbero essere le pagine di un antico libro segreto che giunge dall’alba dei tempi, dalle mitiche origini dell’umanità.

In effetti questa è stata la tesi cara a ricercatori dello spirito come Court de Gebelin, Papus e Wirth seguiti da molti altri esoteristi di ogni tempo che hanno cercato nel mazzo di carte dei Tarocchi i valori di una conoscenza metafisica in grado di rispondere ai grandi quesiti dell’individuo.

I Tarocchi suscitano sensazioni che vanno al di là della semplice aspettativa. Le immagini che compaiono su ciascuna lamina e la natura stessa dei soggetti raffigurati impongono l’intuizione di trovarsi di fronte a qualche cosa che sfugge alla dimensione dell’ovvio. È inevitabile che, prima o poi, chi usa i Tarocchi per divinazione o per gioco sviluppi l’intima sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di magico e di profondamente misterioso che trascende il piano dell’ordinario.

Oggi si crede sempre più diffusamente che le lamine dei Tarocchi contengano effettivamente la conoscenza segreta degli antichi egizi, sopravvissuta nel tempo per giungere sino a noi occultandosi proprio attraverso la sua veste di gioco di carte. In questo modo avrebbe eluso i curiosi e si sarebbe sottratta all’interdizione delle inquisizioni religiose.

Si ritiene infatti che il suo messaggio sia così rivoluzionario e in antitesi con le credenze religiose illiberali e i poteri oscurantisti, che se essi si fossero accorti del suo potenziale conoscitivo avrebbero provveduto ad impedire che il gioco si diffondesse come è invece accaduto.

Oramai i Tarocchi sono diventati un mazzo di carte comuni tra le tante versioni di altri mazzi di carte da gioco, tanto che oggi se il potere religioso dovesse censurarli avrebbe serie difficoltà a giustificare il proprio gesto, dovendo attribuirgli una singolarità sino ad oggi sconosciuta alle masse.

L’ipotesi che i Tarocchi possano rappresentare qualcosa che va al di là della loro funzione di gioco viene avvalorata da una serie di prove e considerazioni.

Dall’alba dei tempi l’individuo ha cercato di capire la natura e il significato dell’esistenza in cui stava vivendo, giungendo a paragonarla ad un sogno vissuto in un sonno misterioso.


I tarocchi dipinti da Oswald Wirth

E, proprio da questa condizione di sonno, egli comprese che era necessario svegliarsi per accedere alla vera realtà dell’Assoluto per trovare finalmente pace e un posto preciso nel grande caos dell’universo dei sentimenti e degli eventi.

L’individuo scoprì la meditazione e i grandi processi dell’ascesi interiore. Da questa esperienza nacquero i primi cerchi sciamanici che guidarono l’umanità verso il mistero di Dio.

Nacque nel cuore dell’umanità il significato e l’opera della Tradizione.

Di essa conosciamo il riflesso storico della sua manifestazione nell’epopea dei grandi miti, nella cultura del megalitismo che ha lasciato tracce su tutto il pianeta, nelle grandi religioni del passato e in quelle che continuano ad esistere nel nostro tempo.

Proprio attraverso la testimonianza offerta dalle religioni sopravvissute alla storia possiamo comprendere che i Tarocchi non sono solamente un gioco, ma rappresentano la manifestazione di una scienza spirituale ben precisa e antica quanto l’umanità.

Le religioni attuali sono le eredi di una conoscenza più antica ed elitaria sul piano della ricerca spirituale. Oggi esse rappresentano la manifestazione essoterica, destinata alle masse, di una conoscenza esoterica segreta riservata a pochi e veri interessati alla realizzazione spirituale. Per questo motivo molte religioni conservano, nei loro riti e nelle loro metafisiche, elementi comuni e importanti della scienza dello spirito che possono essere recuperati alla loro origine primigenia e restituiti all’umanità nel loro effettivo significato esoterico.

Anche i Tarocchi, come per il culto della Vergine o per il rito eucaristico, hanno origine nella memoria della Tradizione. Più precisamente, per parte loro, i Tarocchi hanno un posto privilegiato nel Gran Sistema Iniziatico della stessa Tradizione. Possiamo ricordare come il numero delle lamine dei Tarocchi sia identico a quello delle lettere dell’alfabeto sacro dello shannar primigenio e di altre lingue religiose così come è la base di vari testi sacri, come ad esempio quelli della Bibbia. Sono presenti anche come i frutti simbolici dell’Albero della Vita e costituiscono gli elementi portanti della ruota cosmica della medicine wheel degli indiani d’America.

Conoscere questo Gran Sistema Iniziatico significa approfondire le proprietà dei Tarocchi non solamente sul piano della divinazione, ma anche ottenere una percezione metafisica superiore dell’universo ordinario.


L’Yggdrasil della tradizione druidica

La cosmologia druidica concepiva l’esistenza nello stato di realtà globale dello Shan. Un atto di esistenza omogeneo e indivisibile a cui era riconducibile ogni cosa. La percezione di una separazione tra l’individuo e l’universo era attribuita alle limitazioni percettive del cervello che, per sua struttura fisiologica stabiliva una dicotomia tra l’individuo e l’ambiente esterno creando l’illusione di due enti separati tra di loro. Secondo i Celti, in realtà , tutte le cose erano la manifestazione di una sola omogeneità fenomenica che rappresentava l’identità reale della natura.

Uno dei termini con cui veniva definito questa identità reale e globale dell’esistenza era propriamente quello di Shan nel suo significato di “bagliore di conoscenza e di realtà globale” che rappresentava il giorno eterno che dominava nell’esistenza, dove non esisteva né il passato né il futuro, ma tutto era raccolto in un istante di eternità. Un termine e un concetto presente nelle culture fiorite intorno al Mar Nero, origine dell’antica cultura del druidismo. Lo ritroviamo presso le antiche culture indoeuropee sino, grazie alle propaggini di lontane migrazioni, presso le culture asiatiche.


L’Yggdrasil, l’Albero della Vita dell’antico druidismo

Per esprimere il significato dell’esperienza dello Shan, lontana dalla comprensione della mente, era fatto riferimento al concetto di Vuoto inteso non come una qualità di esistenza basata sull’assenza o sulla rarefazione dei fenomeni fisici, ma sulla spogliazione degli attributi concettuali con cui si doveva guardare alla natura per poter cogliere la manifestazione del Mistero.

Nel concetto di Shan veniva espressa la natura del piano di esistenza oggettiva della realtà al di là della consuetudine ordinaria acquisita dall’esperienza del visibile. Nessuna similitudine rapportabile alle esperienze con l’universo sensibile disegnato dai sensi poteva essere paragonabile alla natura del Mistero. Lo stesso universo è interpretato dalla familiarizzazione esperienziale contratta con l’ambiente dalla nascita in poi e l’esperienza condotta nel visibile dell’ordinarietà quotidiana poteva portare solamente a significati essenzialmente soggettivi. L’azzurro del cielo è veramente azzurro come crediamo che sia? I sentimenti che proviamo sono effettivamente reali? Solo il concetto di Vuoto può condurre nella direzione della percezione della natura reale dello Shan e alla sua partecipazione effettiva.

Lo Shan rappresenta un attributo di conoscenza dato all’esistenza che si manifesta nella luminosità cognitiva della sua stessa natura, un attributo di luce di conoscenza e di eternità. Lo Shan è l’identificazione del qualcosa che c’è al posto del nulla. Lo Shan è l’identificazione dello stato di esistenza su cui si supporta il visibile.

Il druidismo non concepiva lo Shan solamente come un ente fenomenico di natura statica e fine a se stessa, ma era giunto ad intravedere in esso anche un processo dinamico che portava alla trasformazione della qualità della sua stessa natura. Una sorta di processo evolutivo che era in grado di trasformare le qualità di base dell’esistenza in qualcosa di più perfezionato che si traduceva in strutture finali più complesse e qualitativamente diverse. Come se dai mattoni di fango si ricavasse un tempio che assumesse un proprio significato e valore specifico a sé non più ravvisabile negli stessi mattoni di origine che pur hanno consentito la sua costruzione.

Veniva giudicata come prova di questa manifestazione intrinseca evolutiva dello Shan la stessa presenza dell’individuo e della formazione dell’universo, entrambi visti come il frutto di un processo formativo che, nell’individuo in particolare, aveva portato la qualità inanimata dell’esistenza alla qualità della consapevolezza.

Oggi si attribuisce al druidismo un valore etnico e storico primitivo, tuttavia, come dimostrano i molti miti e le narrazioni del tempo, la sua capacità speculativa e osservativa, se non addirittura tecnologica, era piuttosto avanzata.

Nel nostro secolo si è giunti faticosamente a sviluppare la teoria del “vuoto inflazionario” ad opera di coraggiosi teorici che hanno sfidato l’ortodossia conservatrice esistente nella stessa scienza, ma questa stessa teoria cosmologica era già conosciuta dal druidismo e ne fanno fede ancora oggi i miti cosmologici e i poemi sopravvissuti alla furia devastatrice dei loro conquistatori storici.

Lontani dalle ristrettezze dei movimenti ideologici e religiosi del nostro tempo la conoscenza sviluppata dal druidismo abbordò spesso tematiche che potevano essere in parallelo a quelle dell’attuale fisica quantistica. Cosa del resto impossibile a negarsi a priori poiché è sufficiente relazionarsi in maniera sperimentale alla natura per ricavare conoscenze che sono già di per sé in natura. È sufficiente applicare un metodo osservativo pragmatico, come dimostrò millenni più tardi Galilei, per giungere a vette di conoscenza inimmaginabili. Se oggi i Popoli naturali non riescono a sviluppare una loro via di ricerca e giungere ad applicazioni anche tecnologiche è dovuto al semplice fatto che sono stati spogliati di ogni possibile risorsa e impediti a farlo dai loro conquistatori storici.

Sulla base della natura dinamica manifestata dallo Shan il druidismo concepì l’archetipo dell’Yggdrasil, l’Albero cosmico della Vita, che sviluppava la sua struttura arborea attraverso lo Shan stesso per estendersi dalle radici alle fronde in un preciso processo evolutivo.


L’Albero della Vita in un dipinto tribale indiano
L’Yggdrasil, e quindi l’esistenza, era concepito come un vero e proprio processo alchemico in atto in seno all’intera esistenza, in grado di portare alla trasmutazione della qualità esistenziale di base del tutto ad una qualità di consapevolezza e oltre ad essa ancora.

L’aspetto trasmutativo e sequenziale dell’esistenza portò il druidismo a identificare una possibile suddivisione di piani di qualità evolutiva che si manifestavano all’interno della natura reale dello Shan.

I Celti concepivano pertanto l’esistenza rappresentabile in un sistema cosmologico costituito da quattro mondi o cerchi che si compenetravano, sequenzialmente, gli uni dentro agli altri e che tracciavano i piani attraverso i quali si articolava lo sviluppo arboreo dell’Yggdrasil.

Il primo di questi mondi, il più inerte che costituiva la qualità elementare dello stato di esistenza dello Shan, era l’Annwin. Il mondo della materia inanimata e incosciente. La materia di base da cui il processo vitale dell’evoluzione dell’Yggdrasil si serve per costruire le sue successive strutture. Il punto di partenza di ogni processo evolutivo immaginabile nell’esistenza.

Nel possibile parallelismo con la “teoria inflazionaria” della moderna fisica quantistica, l’Annwin potrebbe essere identificabile con il concetto di “vero vuoto”, qualità di esistenza presente prima della deflagrazione cosmica del big bang, ma priva di energia.

Il secondo cerchio previsto dalla cosmologia druidica era il mondo di Abred. Il mondo in cui oggi noi stessi stiamo vivendo, nato dall’esplosione dl big bang che, sempre secondo la teoria inflazionaria sarebbe stato il frutto della trasformazione, per una fluttuazione di campo, del “vero vuoto”, non energetico, in “falso vuoto”, costituito dall’energia, che sarebbe immediatamante collassata subito dopo la sua comparsa provocando l’immane esplosione del big bang.

Il mondo di Abred rappresenta una tappa evolutiva del processo formativo dell’archetipo dinamico dell’Yggdrasil che ha tratto dall’inanimato tutto ciò che oggi fa parte della nostra vita. Una sorta di “campo unificato”, secondo il lessico della meccanica quantistica, una energia che dal plasma originario presente ancora nei pochi istanti del big bang che si sarebbe strutturato in stelle, pianeti, la nostra terra, le forme di vita che essa ospita, la nostra entità individuale. E perché no, i nostri libri, i nostri computer e le nostre emozioni e intuizioni di essere e di esistere.

Il mondo di Abred non sarebbe neppure il solo. Sempre come affermato dalla quantistica, esso non sarebbe che uno degli infiniti universi nati nella trasmutazione incessante della qualità del “vero vuoto”. Anche questo già ipotizzato dagli antichi teorici del druidismo.

Secondo il druidismo il mondo di Abred sarebbe suddiviso a sua volta in ulteriori due dimensioni intersecanti tra di loro, costituite dalla stessa energia del “falso vuoto” che ha dato corpo all’universo nato dal big bang, l’”energia plasmante” da essi definita, ma con due diverse proprietà. Una, rappresentata dall’universo sensibile, basata sul limite della percezione sensoriale e l’altra, costituita da un universo invisibile, esistente al di fuori di essa. Entrambe abitate nello stesso modo in cui l’individuo abita l’universo sensibile. È inevitabile riferirsi all’interpretazione data dalla fisica alle varie qualità di materia esistenti nell’universo che potrebbero in effetti costituire due piani identici di architettura funzionale che per quanto possano coesistere nello stesso universo non vengono mai a collidere.

Il druidismo considerava il Cerchio di Abred come il “mondo delle esperienze” o il “mondo delle migrazioni” in cui avvenivano innumerevoli trasformazioni evolutive dell’individuo verso una superiore comprensione delle cose vissute. Una sorta di immenso parco giochi in cui l’individuo, come un bimbo che si trastulli con i giocattoli trovati nella sua culla, confrontandosi con gli enti esperienziali messi a sua disposizione dall’ambiente potesse maturare e crescere preparandosi a ulteriori esperienze.

Il mondo di Abred è la dimensione in cui lo “spirito”, il piano più reale e consapevole dell’individuo, compie i suoi primi passi e dove si evolve affrontando una serie di prove materiali.

Presso il druidismo, la morte era vista come un momento di passaggio dalla dimensione sensibile a quella invisibile, sempre ancora all’interno delle esperienze del mondo di Abred, per prepararsi ad ulteriori prove esperienziali che consentivano di accedere al successivo piano di qualità di esistenza.


I Tarocchi Piemontesi

La terza dimensione esistenziale prevista dalla cosmologia druidica era il “mondo di Gwenved”, detto anche il “mondo della Luce Bianca”. Questa fase di crescita dell’Yggdrasil rappresentava l’ulteriore qualità esistenziale che seguiva quella del mondo di Abred. Solo dopo aver superato l’ultima prova in seno al mondo invisibile si poteva accedere alla nuova qualità esistenziale. Era previsto l’abbandono ad ogni riferimento che poteva essere dato al mondo di Abred per vivere totalmente le potenzialità del piano spirituale dell’individuo che in questa dimensione trovava la sua naturale espressione creativa.

Il cerchio di Gwenved era considerato il piano della coscienza spirituale che si affaccia direttamente sul mistero della natura segreta della Causa prima di tutta l’esistenza e dove lo spirito accede alla luce della vera conoscenza. Nel simbolismo dell’Yggdrasil questa dimensione era rappresentata dalla moltitudine di rami che si protendevano, ricchi di foglie, verso il sole dell’Oiw che lo illuminava e vitalizzava con la sua arcaica energia.

Questo concetto non appartiene solamente al druidismo, ma è stato mutuato e condiviso da molte altre culture antiche e moderne. Presso gli antichi egizi era definito come il “giardino dei giunchi”, dove l’individuo quale giunco sottratto ad esso, a causa dell’ignoranza delle sue prerogative reali, giunge dopo la morte all’accesso della sua reale natura ritornando al suo luogo di origine per unirsi al Mistero da cui tutto aveva avuto origine.

L’esperienza del mondo di Gwenved ha ispirato la tradizione druidica che prevedeva la possibilità di realizzare, di riflesso, le sue prerogative trascendenti al di là dei limiti imposti dai vincoli sensoriali del mondo di Abred al fine di poter vivere la conoscenza e i benefici derivanti dall’esperienza sperimentata e trattenuta sul piano spirituale.

Su queste basi prese forma la società iniziatica della struttura druidica che tese ad estendere il più possibile il riferimento alla realtà dello Shan nel mondo di Abred per dare strumenti di conoscenza e di benessere a quanti li richiedevano e sollievo per i bisogni di quanti erano caduti nell’illusione proposta dal mondo di Abred stesso.

Più tardi su questo modello del “Cielo portato sulla Terra” si articolarono le società iniziatiche imperiali dell’antica Roma e dell’illuminismo moderno. Non fu da meno, in seguito, il cristianesimo e altre confessioni religiose, che, fruendo storicamente dell’esperienza druidica, proclamarono la futura venuta del “regno di Dio” in terra quale estensione dell’esperienza spirituale del mondo di Gwenved nel mondo di Abred.

Il modello cosmologico del druidismo concepiva in ultima istanza la manifestazione del Cerchio di Keugant, detto anche il “cerchio vuoto”. Il sole cosmico che illuminava le fronde dell’Yggdrasil cresciute e giunte al suo cospetto.

Questa qualità finale di esistenza era interpretata come l’origine del tutto, un piano esistenziale che esprimeva la natura esaustiva a se stessa della natura globale e reale dello Shan e su cui si reggeva la manifestazione dello Shan medesimo. Una sorta di Causa prima, un principio trascendente unitario e assoluto che non aveva inizio né fine, ma era semplicemente il tutto.

Come se l’esistenza fosse solamente un sasso apparentemente senza significato e inanimato, ma di per sé inevitabimente esaustivo a se stesso. E noi che siamo il sasso di un sasso ancora più complesso che sfugge la nostra compresione e che ci costringe a ricorrere a questo singolare aforisma per poter afferrare un concetto che comunque tende a sfuggirci, possiamo immaginare l’implicito valore cognitivo che esso può manifestare e a quale conoscenza possiamo giungere nell’esperienza che possiamo fare di esso.


I Tarocchi di Marsiglia

Il cerchio di Keugant è un piano esistenziale inaccessibile alla comprensione dell’individuo del mondo di Abred, o degli infiniti mondi di Abred, attraversato solamente dalle manifestazioni della causa prima. Il regno del trascendente e dell’ineffabile. Il piano esistenziale in cui per gli antichi druidi si manifestava la presenza diretta dell’Oiw, la Causa prima dell’esistenza, quale principio unico e increato che si sovrappone allo stesso concetto dello stato di realtà globale dello Shan. Esso corrispondeva al concetto della qualità spogliata e spogliabile dei valori di attribuzione della natura del vuoto. L’Oiw era inteso come il “centro” assoluto di ogni cosa, intorno al quale si avvolgeva e si svolgeva allo stesso tempo una spirale di eventi creativi. Un “motore immobile” attorno a cui avevano origine e si muovevano tutte le cose.

Le proprietà del cerchio di Keugant per certi versi richiamano il concetto di dio proposto dalle religioni anche se poi queste stesse, a differenza del druidismo, giungono ad attribuirgli aspetti antropomorfi e sentimenti di natura prettamente umani.

Tuttavia c’é da dire che, come già si interrogavano gli antichi teorici del druidismo, anche nella fisica quantistica moderna posta di fronte alla constatazione della manifestazione del fenomeno di fluttuazione di campo che ha dato origine al big bang, e quindi al nostro universo e a ciò che siamo e che stiamo vivendo, ci si chiede come mai questo evento debba essere accaduto. Ovvero ci si chiede chi abbia dato al “vero vuoto” le leggi che lo hanno guidato nella sua trasformazione in “falso vuoto” e quindi nell’energia del big bang.

Soprattutto ci si chiede che cosa rappresenti l’evento nella sua sostanza, visto che all’origine dell’universo c’erano già le potenzialità che hanno portato alla comparsa delle stelle e dei pianeti e che hanno dato vita a noi stessi che adesso ci interroghiamo sul Mistero che scorgiamo.

Presso i Popoli naturali l’individuo è concepito come una parte dello stesso Shan. Una fase temporanea del processo evolutivo cosmico che si evidenziava nella sua particolare capacità senziente sul piano delle funzioni esperienziali e qualitative del mondo di Abred.

Secondo la concezione cosmololgica del druidismo, l’individuo non possedeva una sua distinzione elettiva disgiunta dal resto dell’esistenza, ma faceva parte della natura dello Shan e quindi era soggetto e parte anche del processo evolutivo che si snodava attraverso i mondi.

Una qualità dell’esistenza in transito lungo il tronco dell’Yggdrasil che si sviluppava attraverso i mondi di diversa sostanza fenomenica dello Shan, trasmutando la sua stessa qualità come se fosse all’interno di un athanor alchemico che modificasse il suo stato da piombo in oro.

Nella teorizzazione cosmologica del druidismo, la continuità del processo evolutivo, che aveva tratto l’individuo dalle tenebre dell’Annwin, lo avrebbe portato con la sua morte fisica ad accedere in seguito al mondo di Gwenved, limite estremo delle possibilità teorizzabili, dove avrebbe potuto esercitare la sua natura spirituale.

Guardando al processo evolutivo che si manifestava nel cosmo, l’individuo poteva quindi rendersi conto del cammino compiuto dall’esistenza per generarlo dall’origine del big bang all’universo attuale, fosse solo per una casualità, e di come poteva continuare a procedere lungo il tronco dell’Yggdrasil per evolvere ulteriormente e accedere alla comprensione e alla conoscenza del Vuoto a cui poter partecipare in una qualità superiore di interazione.

L’individuo si poteva rendere conto di essere la punta avanzata dell’evoluzione della galassia in cui era comparso e che poteva andare oltre verso la percezione e la comprensione del Mistero.


L’Albero della Vita in un dipinto di Gustav Klimt

Il processo evolutivo manifestato in seno allo Shan rappresentava per il druidismo una possibilità esperienziale a disposizione delle esigenze dell’individuo. Nel corso della propria esistenza, ognuno poteva accontentarsi di esistere senza far altro che esercitare le sue possibilità creative nel mondo di Abred aspettando un segno che lo illuminasse o nella convinzione di vivere il suo senso reale dell’esistenza. Ma se veniva sentito il richiamo profondo dell’unione al trascendente, come qualità di vita reale al di là di ogni illusione, era evidente che era possibile rispondervi aderendo al processo evolutivo che lo avrebbe tratto dall’inanimato dell’ordinario per portarlo alla conoscenza del Mistero dandogli l’esperienza necessaria per trasformare il sogno del visibile quotidiano in realtà.

Osservando le modalità con cui si manifestava l’archetipo esperienziale dell’Yggdrasil, il druidismo, come le altre culture dei Popoli naturali, realizzò la metodologia operativa della meditazione quale strumento che riproduceva l’azione evolutiva manifestata dallo Shan per consentire di concretizzare l’unione e la partecipazione con il trascendente.

La meditazione veniva così a rappresentare un importante laboratorio di esperienza in grado di portare gli individui a partecipare all’archetipo evolutivo dell’Yggdrasil senza dover affrontare necessariamente la morte fisica, anzi addirittura avendo l’occasione di prepararsi all’evento.

Attraverso la meditazione, l’individuo può sperimentare le proprietà esperienziali dell’Annwin, varcando la porta cosmica rappresentata dalla morte fisica e, attraversando i segreti del mondo dell’invisibile, avere la possibilità di un’esperienza di risveglio interiore che gli avrebbe dato la possibilità di sporgersi, non più vincolato dai sensi e dalla mente, sul mondo spirituale di Gwenved al cospetto dell’evidenza illuminante e diretta dell’Oiw, la natura più intima del Mistero. Esperienza che può portare con sé nel suo ritorno al mondo di Abred per ricreare pur essendo nella fisicità del mondo di Abred le prospettive della luce di conoscenza intravista.

Un percorso di morte e di rinascita che ha ispirato molte religioni del passato e del nostro tempo in cui l’attribuzione dell’esperienza della meditazione viene tuttavia data in maniera esclusiva solamente alla divinità di turno.

Una via di realizzazione attraverso la morte e la rinascita che trovava eco e similitudine nelle stagioni del pianeta, che portavano la natura a morire ed a rigenerarsi ogni anno consecutivamente e che ha ispirato il simbolismo della croce celtica e quello dell’anno liturgico-esperienziale dell’antico druidismo che si snodava attraverso le feste celebrative scandite dai solstizi e dagli equinozi.

Una esperienza e una via realizzativa che è alla base del mito del Graal e che costituisce le fondamenta della filosofia naturale dell’antico druidismo.


La Qabbalah ebraica

Il Gran Sistema Iniziatico rappresenta un elemento importante della Tradizione poiché rispecchia la sua identità esperienziale e la sua operatività alchemica. Ad esso si riferiscono gli esoteristi e i Grandi Misteri praticati dalle religioni.

Tra le svariate forme con cui esso si manifesta nella storia possiamo prendere in esame la dottrina della Qabbalah ebraica. Dottrina che è alla base della struttura religiosa ed esoterica dell’ebraismo e che mostra in tutta la sua evidenza i tratti essenziali della conoscenza esoterica della Tradizione. Una dottrina di più facile accesso di quella dell’antico Egitto da cui proviene, ma, al contrario di questa, ancora viva e quindi di più facile lettura e interpretazione.


La Qabbalah

La Qabbalah, che letteralmente vuol dire “tradizione”, si riferisce apertamente ad una conoscenza segreta che è considerata antica quanto l’umanità. E in effetti la sua origine storica, come si è detto, va ben più in là della cultura del popolo di Israele. Essa era già conosciuta con altro nome presso le civiltà della Mesopotamia i cui sacerdoti le attribuivano una origine divina affermando che erano stati gli angeli discesi dal cielo ad insegnarla agli uomini.

Certamente apparteneva alle conoscenze dell’antico Egitto e Mosè, quale principe egiziano e membro della casta dei sacerdoti, molto probabilmente ebbe occasione di approfondirla e di trasformarla in un elemento proprio della cultura ebraica. Ed è proprio a Mosè che si attribuisce l’origine della dottrina della Qabbalah ricevuta, secondo la tradizione ebraica, da Dio sul Monte Sinai in uno dei templi megalitici che sorgono sulla sua cima.

La dottrina della Qabbalah si incentra su due libri: lo “Sepher Yetzira”, ovvero il Libro della creazione, e lo “Sepher ha Zohar”, il Libro dello splendore. Vale la pena di approfondire l’enunciato filosofico di questi due testi fondamentali dell’esoterismo della Qabbalah per comprendere l’orientamento metafisico e operativo della sua dottrina.

Il primo di questi due libri, lo Sepher Yetzira, rappresenta la base dell’esperienza mistica e magica della Qabbalah. Esso porta ad un rapporto del tutto particolare con l’Assoluto e con gli strumenti a disposizione dell’individuo per potervi accedere. In sintesi lo Sepher Yetzira afferma che Dio non è lontano dall’individuo e che attraverso la meditazione contemplativa si può giungere all’esperienza particolare dell’estasi che porta a contatto con Dio. Una contemplazione complessa che è articolata prima sulla manifestazione dell’opera divina e poi sullo stesso nome di Dio. Metodologia che riecheggia quella praticata dai monaci della Chiesa ortodossa e dai Sufi islamici.

Lo Sepher Yetzira dice che la creazione del mondo è subordinata alla manifestazione di dieci Sephiroth, le emanazioni di Dio che sono comprensibili all’individuo, e al significato delle ventidue lettere dell’alfabeto sacro. Questi ulteriori enti rappresenterebbero delle forze inafferrabili attraverso le quali, usando più combinazioni, è possibile dominare e comprendere l’universo. I nomi dei ventidue elementi possono essere addirittura usati come parole di potenza attraverso le quali dominare gli eventi naturali e le vicende umane.

Al contrario di quest’ultimo, il Sepher ha Zohar, pur ripercorrendo il sentiero filosofico del primo si presenta meno misteriosofico e manifesta una dottrina più razionale e compiuta. Innanzitutto anche quest’ultimo ribadisce che esiste un grande Segreto nell’esistenza dell’individuo e dell’universo, l’Assoluto-Dio, a cui l’individuo può accedere realizzando contemporaneamente il significato della propria esistenza.

Il Sepher ha Zohar ribadisce che esiste un principio assoluto e segreto, l’En Soph, inteso come l’Infinito, non percepito e inconoscibile agli uomini, ma che interagisce egualmente con essi.

L’En Soph rappresenta un Ente misterioso e fuori da ogni possibile comprensione da parte dell’individuo, ma che è comunque attivo e presente nell’universo. Anche lo Sepher ha Zohar dichiara che esso è esprimibile attraverso i dieci Sephiroth, che rappresentano i suoi attributi esperienziali comprensibili dall’individuo, ma afferma che comunque la sua reale natura è sempre al di fuori della loro stessa rappresentazione simbolica.

L’En Soph può essere interpretato dagli uomini con l’idea di Dio e può essere anche antropomorfizzato per esprimerlo in una forma simbolica comprensibile, ad esempio citando “la mano di dio” per definire una azione che ha origine divina, ma comunque mantiene la sua natura trascendente ed è fuori dai valori del mondo degli uomini.

Tuttavia l’En Soph può essere percepito nelle brecce dell’ordinario. Ogni volta che c’è una trasformazione della realtà quotidiana, o quando una situazione stabile è alterata, l’Assoluto diviene visibile per un mistico istante passeggero. Lo sciamanesimo solare ci parla con chiarezza del caso dei Fad, le esperienze che portano l’attenzione dell’individuo a guardare oltre il sogno illusorio del quotidiano per intuire la presenza della realtà dello Shan, la natura reale dell’universo in cui viviamo e di cui siamo parte.


I tarocchi di Etteilla pubblicati dall’editore Grimaud nel 1890

Lo Sepher ha Zohar afferma che l’individuo ha la possibilità di sviluppare sul piano personale un rapporto intimo con l’En Soph. In proposito viene detto che all’interno dell’Assoluto esistono due mondi che sono identificabili con l’esperienza della dimensione umana: il mondo manifesto, il nara della tradizione solare, in cui si identifica la dimensione ordinaria vissuta dall’individuo e il mondo nascosto, che nella cultura solare viene definito come il mondo della matchka. L’individuo si dibatte in questi due contrapposti tra ragione e superstizione credendo di volta in volta di trovare una risposta ai propri problemi esistenziali che lo riconducono fatalmente in uno delle due dimensioni. Ma l’individuo non è prigioniero di questi due mondi poiché egli partecipa alla realtà assoluta dello En Soph e può raggiungerlo secondo proprio bisogno.

Lo Sepher Yetzira dice che esiste una unità tra micro e macrocosmo, cioè tra l’individuo e il cielo, e che tutto l’universo nella sua globalità evolve verso l’esperienza dell’Adam Khadmon, un concetto metafisico di Uomo cosmico che trova la sua identità e senso della propria esistenza nella realtà assoluta dell’En Soph.

Proprio l’uso dei dieci Sephirot consente di realizzare questa esperienza. Nel Gran Sistema Iniziatico, proposto nella chiave interpretativa della Qabbalah, essi sono rappresentati in tre gruppi di tre Sephirot ciascuno e rappresentano le tre esperienze di esistenza che sono vissute dall’individuo sul piano della sua dimensione individuale: il mondo della coscienza, il mondo dei sentimenti e il mondo della natura.

Lo Sepher ha Zohar dice che Dio, dopo aver tratto dal nulla l’intero universo, ha dato vita a ventidue archetipi di esistenza che, uniti in varie combinazioni tra di loro, hanno creato in seguito tutte le manifestazioni possibili di ciò che esiste nell’universo. Pronunciando il nome delle ventidue lettere dell’alfabeto sacro, messe nel loro giusto ordine, ha quindi concesso all’universo di poter evolvere sino alla comparsa dell’individuo. È per questo motivo che oggi ogni uomo, che è unito naturalmente alla natura dell’En Soph, può attivare interiormente il potere immenso della Creazione avvalendosi dell’uso dei ventidue archetipi.

Per tale motivo l’uso e la conoscenza dei Tarocchi apre alla conoscenza dei segreti dell’esistenza per migliorare la propria condizione, conoscere gli altri e il significato dell’universo.

Gli enunciati metafisici del Sepher Yetzira e del Sepher ha Zohar si esprimono ancora più con chiarezza nel mandala cosmico dell’Albero Sephirotico, che in definitiva rappresenta il Gran Sistema Iniziatico della Tradizione interpretato dalla prospettiva qabbalistica.


L’Albero della Vita e la meditazione

L’Albero Sephirotico, lo Otz Chiim in ebraico, riecheggia simbolismi paralleli degli antichi misteri egizi, come l’albero sacro del Djied, ed è l’ottimale rappresentazione simbolica del mistero della vita vissuto dall’individuo nell’esistenza.

Questo mandala cosmico è costituito dalla schematizzazione di un albero simbolico che manifesta le proprietà dell’Albero della vita, disegnato sulla struttura ternaria costruita con l’apporto dei dieci Sephirot che costituiscono le sue fronde e che creano l’immagine dei tre piani di evoluzione dell’individuo cosmico, l’Adam Khadmon, che evolve nel senso della stessa evoluzione in tutto l’universo. Ventidue segmenti poi, come rami di un vero albero, collegano e creano la struttura portante di tutto lo schema esoterico.

Il simbolismo dell’Albero Sephirotico manifesta un principio duale: da una parte vuole rappresentare l’aspetto passivo dell’universo, la sua struttura portante che obbedisce a leggi fisiche incontrovertibili, dall’altra si riferisce alla manifestazione del principio dell’evoluzione che anima l’intero universo in una prospettiva molto particolare.

Infatti, nell’Albero della Vita proposto dalla Qabbalah, l’universo viene inteso come la dimensione in cui avviene la Grande Opera alchemica che è in grado di trasformare la materia inerte nello stato straordinario della coscienza. Ci riporta all’innegabile cammino filologico dell’universo che ha visto la trasformazione della materia stellare primordiale in pianeti e stelle e quindi poi in vita biologica e intelligente.


Cernunno, il dio celtico in meditazione

Nella simbologia esoterica dell’Albero Sephirotico troviamo la manifestazione di vari e importanti elementi che dominano e danno significato alla vita dell’individuo.

Innanzitutto si evidenzia il richiamo al mistero dell’En Soph. In cima alla struttura dell’Albero c’è un richiamo a questa dominante cosmica. Anche se l’En Soph non è rappresentato con una particolare simbologia la sua presenza è imposta in maniera evidente e determinante sul piano intuitivo. Nella simbologia dell’Albero della Vita l’En Soph rappresenta la qualità misteriosa dell’esistenza che trascende l’esperienza umana, cioè lo Shan dell’esoterismo dell’antico sciamanesimo solare, la natura misteriosa del Vuoto in cui esistiamo e in cui si completa il nostro orizzonte percettivo quotidiano. Nell’En Soph c’è la rappresentazione simbolica dello stato di conoscenza e di esistenza reale dell’universo e dell’individuo che manifesta il mistero di Dio, dell’Assoluto. La natura dell’En Soph, o dello Shan, è percepibile a livello di intuizione che si può sviluppare nelle brecce spazio-temporali che si aprono nel vissuto quotidiano. Situazioni che si verificano in occasione dei particolari eventi rappresentati dai Fad e che lasciano intravedere la natura reale del tutto attraverso la cortina sensoriale e morale della realtà ordinaria che solitamente fanno da barriera impenetrabile sulla natura reale del Vuoto.

Si evidenzia poi l’elemento rappresentato dai dieci Sephirot. Nel simbolismo esoterico dell’Albero della Vita essi sono intesi come la manifestazione, a più angolazioni di interpretazione umana, della natura misteriosa e segreta dell’En Soph. Ciascuno di essi esprime la modalità di partecipazione al mistero trascendente dell’En Soph stesso e solamente la loro attuazione globale, senza alcuna parzializzazione specifica, può portare alla realizzazione dell’Armonia e della partecipazione reale al senso dell’esistenza che è propria della natura dell’Assoluto. I dieci Sephirot sono molto importanti poiché la loro manifestazione consente di poter tracciare la struttura portante dello stesso Albero della Vita. Senza il riferimento che essi rappresentano non sarebbe possibile dar vita all’intera simbologia che questo esprime. Infatti grazie ad essi è possibile identificare le tre triadi che costituiscono l’aspetto verticalizzante dell’Albero della Vita e che danno posto e significato all’azione creativa dell’individuo nella sua esistenza.

Le tre triadi, a loro volta, rappresentano i tre piani esperienziali dell’individuo attraverso i quali l’En Soph si rivela e che l’Iniziato deve visitare e conoscere per realizzare la sua reale partecipazione cosmica alla natura del tutto. Sono i tre piani, rappresentati da corpo, mente e spirito, in cui si suddividono le competenze esperienziali della dimensione umana, che si rivelano operanti anche sul piano del macrocosmo come il mondo della natura, il mondo dei sentimenti e il mondo della coscienza.

Nell’esoterismo della Qabbalah la fusione dei tre piani del microcosmo con quelli del macrocosmo rappresenta l’identità alchemica dell’Adam Khadmon, l’individuo cosmico, che è l’identità stessa di tutto l’universo inteso qui come la manifestazione del processo evolutivo presente nell’universo.

Infine nell’esoterismo dell’Albero della Vita troviamo l’elemento simbolico delle tre colonne cosmiche. Queste, che sembrano sostenere l’Albero della Vita stesso, rappresentano la condizione dello Tza-man in cui opera l’Iniziato nel suo cammino evolutivo. Una costante esperienziale di Armonia che è realizzata e mantenuta sul percorso magico del Sentiero d’Oro, che lo porta a tappe progressive verso l’En Soph. È in questo modo che egli può attraversare senza problemi la dimensione conoscitiva dei tre mondi, operando tra i due opposti elementi di Han e di Ham, per attuare il processo alchemico che gli consente di realizzare la sua opera interiore e cosmica.

Nella dottrina della Qabbalah, l’Albero della Vita trova il suo preciso significato nella sovrapposizione dell’evoluzione individuale al concetto simbolico dell’Adam Khadmon, l’individuo cosmico, l’aspetto misterioso dell’universo visto nella sua condizione di ente anch’esso in evoluzione.


Meditazione in Bretagna

In questo modo, la dottrina della Qabbalah, riflettendo gli insegnamenti e la conoscenza del Gran Sistema Iniziatico della Tradizione, mostra il possibile percorso evolutivo dell’individuo. Una creatura che è vista come prigioniera, il più delle volte inconsapevolmente, della dimensione soggettiva dei sensi e dei sentimenti. Una creatura dormiente e non completa della sua vera natura che ignora o mitizza, senza mai giungervi, la condizione della coscienza spirituale.

La dottrina della Qabbalah, attraverso il simbolismo dell’Albero della Vita, indica nel risveglio interiore la soluzione di questo problema. Se l’individuo non ha chiarezza dell’esperienza ternaria che vive in ogni caso, nonostante la sua ignoranza, e non supera l’illusione dei sensi e dei sentimenti, finisce per privarsi delle possibilità che sono proprie del piano della coscienza. Infatti solamente dopo aver raggiunto questo piano di esperienza egli può realizzare la piena coscienza dell’En Soph. Prima di questo ha solo l’illusione di realizzare la conoscenza di Dio, o dell’Assoluto, attraverso le sue aspettative personali e l’ignoranza superstiziosa delle religioni.

Partendo dal basso dell’Albero della Vita, il Mago, o meglio lo shamano, può accedere alla conoscenza totale secondo le indicazioni espresse dal simbolismo della struttura stessa: l’atto catartico che porta all’ascesi spirituale, l’uso dei dieci Sephirot, l’equilibrio tra gli opposti manifestato dalle colonne cosmiche e il percorso dei ventidue sentieri.

Come il Mago della Qabbalah, anche l’operatore dei Tarocchi che ha intuito la magia profonda che nascondono le sue pagine segrete può utilizzare il suo rapporto di conoscenza con le ventidue lamine per iniziare l’opera alchemica che lo può portare a partecipare al segreto dell’En Soph, dello Shan.

È sufficiente che si renda disponibile a interiorizzare il profondo messaggio di conoscenza che esprime il mandala cosmico dell’Albero della Vita e si prepari a rendere concreta la precisa proposta operativa che esso può indicare.

Poco alla volta si aprirà una breccia nell’ordinario e tutto gli diventerà chiaro e semplice. Egli si trasformerà senza esitazioni in Maestro di se stesso, pronto a risalire lungo le immensità del mistero dello spirito per giungere alla risposta di ogni suo quesito in un abbraccio di conoscenza e di amore con l’Assoluto.

Non gli rimarrà allora che sedersi in postura e iniziare la propria esperienza della meditazione per far crescere l’Albero della Vita che è latente in ciascuno di noi.


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