Tradizioni Celtiche

Il mito di Fetonte e la Città di Rama - 1

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18 Ottobre 2012
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La raffigurazione del mito di Fetonte in una incisione del 1800

La regione del Piemonte teatro di un antico ed eccezionale evento celeste. Platone e il segreto del mito di Fetonte. Un principe egizio in Piemonte alla ricerca di antichi segreti. Fetonte e il mito del Graal


Fetonte e il mito celtico del Graal

Una vasta regione, che oggi si estende dal Piemonte alla Savoia e alla Provenza fino a raggiungere la Liguria e la Valle d'Aosta, è stata testimone di eventi straordinari che rappresentano le radici culturali di queste stesse terre e di tutto il continente europeo.

Le leggende e le tradizioni di tutta Europa parlano della caduta dal cielo, nell'area della Valle di Susa, di un oggetto di origine divina, portatore di conoscenza sulla Terra, che avrebbe dato il via ad una tradizione iniziatica ancora esistente nel nostro tempo.

Queste leggende sembrano coincidere con il mito greco dei primi Dei che, come dice Platone, si divisero il nostro mondo in precise aree e le organizzarono per poter donare la loro conoscenza alle creature di allora. Mito che sembra riecheggiare in quello aborigeno riguardante la venuta sulla Terra, in tempi antichi, dei Signori della Fiamma che diedero vita al "Dreamtime", la dimensione segreta degli Aborigeni australiani, modificando l'ambiente del pianeta per adattarlo ai bisogni degli esseri umani.

Mito che si può anche riallacciare alle leggende nordiche relative alle vicende degli Asi, gli antichi Dei del Nord, progenitori dell'umanità.

Queste leggende parlano della sconfitta, da parte degli Asi, dei giganti che dominavano la Terra ai primordi della storia. Gli Asi furono aiutati da Loki, il figlio ardente del tuono e della tempesta caduti come un colpo di martello sulla terra. Insieme a Loki gli Asi liberarono il pianeta dai ghiacci e consentirono in seguito a Odino, il loro re, di creare un mondo che risultasse adatto per l'umanità a cui egli stesso aveva dato vita e che fu posta in una sorta di Eden, protetto da una muraglia circolare fatta di pietre.

Le leggende europee, confermando la narrazione di Platone circa gli Dei che si spartirono la Terra per allevare gli uomini, raccontano che in questa vasta zona la caduta dell'oggetto diede vita ad un "recinto", un'area protetta, in cui gli esseri viventi dell'epoca poterono accedere a conoscenze profonde della scienza e dello spirito. Qui nacquero le scuole iniziatiche dei grandi saggi che diedero vita alle tradizioni che si diffusero poi in tutta Europa e che continuerebbero ancora nel nostro tempo.

L'evento riguardante la caduta dell'oggetto di natura divina è riportato nella tradizione ellenica dalla leggenda di Fetonte, figlio del re Sole, il quale, non sapendo guidare il carro celeste del padre, sarebbe precipitato al suolo. Gli uomini, rinvenuti i resti del carro celeste, avrebbero tratto da essi la conoscenza divina che conteneva.


La cima del Roc Maol, il monte Rocciamelone in Val di Susa. In epoca romana ospitava sulla sua cima un tempio dedicato a Giove

Nelle Metamorfosi di Ovidio, poeta latino di Sulmona vissuto intorno al 30 a.C., il testo cita l'avventura di Fetonte, figlio del dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perdere il controllo del mezzo celeste. Così si avvicinò troppo alla Terra che cominciò ad incendiarsi. Zeus, il sommo dio dell'Olimpo, accortosi di ciò che stava accadendo, per salvare la Terra dalla distruzione provocata dal calore emanato dal carro solare lanciò un fulmine sul figlio. Fetonte fu così sbalzato dal carro celeste e cadde sulla Terra precipitando nel fiume Eridano, l'antico nome del Po.

La tradizione druidica vuole che il carro di Fetonte non sia caduto, ma disceso con tutta la sua potenza divina in un luogo che si trovava all'incontro di due grandi fiumi, nella zona dove oggi si uniscono la Dora e il Po. Una zona identificabile nell'area che comprende l'attuale città di Torino e parte della Valle di Susa.

Fa eco al mito di Fetonte quello medievale relativo alla discesa del Graal. Il mito narra in termini di allegoria antropomorfa la vicenda di una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo finendo per cadere sulla Terra. Nella caduta, lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò precipitando al suolo. La leggenda narra che altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa e lo consegnarono ad Adamo nell'Eden, al fine che lo custodisse e se ne avvantaggiasse.

Quando Adamo dovette abbandonare l'Eden, portò la coppa con sé. Attraverso la sua discendenza, la coppa del Graal giunse nelle mani di Osiride, dio tutelare dell'Egitto. Quando Osiride fu ucciso a sua volta per mano di Set e il suo corpo venne da questi smembrato e disperso per tutta la Terra, la coppa andò perduta. Così gli uomini persero la loro preziosa fonte di conoscenza e caddero nelle barbarie.

Molti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armorica, re Artù, aiutato dal druido Merlino, radunò dodici cavalieri, riunendoli in cerchio attorno alla nota Tavola Rotonda, con lo scopo di ritrovare la preziosa coppa del Graal. Riportata la coppa a Camelot, re Artù cercò di utilizzarla per ricostruire un nuovo Eden, ma non tutti i Cavalieri erano capaci di sostenere la conoscenza che essa conteneva, tanto che il Graal appariva e scompariva nel centro vuoto della Tavola Rotonda.


Parco di Dreamland, a nord di Torino. Una ricostruzione del grande cerchio di pietre che secondo l’antica tradizione druidica venne fatto costruire da Fetonte a mezzo dei suoi due aiutanti di metallo dorato

La ricerca moderna del Graal ha coinvolto organizzazioni iniziatiche di ogni genere, dai Templari sino ai gruppi esoterici più disparati.

Gli alchimisti di ogni tempo, nel segreto dei loro "athanor", i fornelli alchemici in cui trasmutavano le qualità dello spirito, cercarono di riprodurre la pietra filosofale che avrebbe consentito di accedere al segreto della "lapis exillis", la "pietra di conoscenza caduta dal cielo".

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., in merito alla leggenda di Fetonte, che si riallaccia a quella del Graal, sostiene che essa, come tutte le leggende, non era altro che una favola per bambini che nascondeva un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l'impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un'epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scomparsa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell'accaduto? Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

C'è anche da chiedersi per quale motivo, se si fosse trattato solo della caduta di un asteroide, l'antica tradizione abbia attribuito a quell'oggetto un significato riferito a una fonte di conoscenza. Non va dimenticato che la parola GRAAL, secondo gli alchimisti medievali, è in realtà l'acronimo di "Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce", ovvero "conoscenza ricevuta da una luce antica".

Forse la narrazione di Ovidio non rispondeva alla realtà dei fatti accaduti milioni di anni prima.


Dall’Egitto alla ricerca del Graal


La tradizione dei salotti esoterici di Torino ritiene che il monumento del 1879, dedicato ufficialmente all’opera del Traforo del Frejus, sia attribuibile in realtà al mito di Fetonte, figura dominante nella cultura celtica del Piemonte. Un monumento che riprende tutti i simboli della saga dell’umanità come viene citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia: la forma piramidale, l’angelo alato che giunge dal cielo e i giganti prostrati sui fianchi del monumento

E' indubbio che questa zona dell'Europa fu teatro di un evento di portata significativa per l’umanità di quei tempi ed esercitò soprattutto un richiamo di interesse mistico per molte culture di tutti i tempi e di ogni luogo del continente europeo.

Non si deve dimenticare che proprio nella Valle di Susa, in Piemonte, subito dopo il diluvio ricordato in tutte le tradizioni del pianeta, e presumibilmente dopo la scomparsa della grande civiltà del bacino fertile del Mar Nero, venne edificata la misteriosa città ciclopica di Rama.

Le antiche cronache della Valle di Susa riportano l'esistenza, in epoche remote, di una città ciclopica chiamata Rama. La città, dalle descrizioni, potrebbe assomigliare alle fortezze megalitiche peruviane e dell'Oceania. Le leggende dei secoli successivi aggiungono che questa mitica città fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.

Il mito della città sopravvisse ai secoli a mezzo delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori di inizio secolo che raccolsero dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza.

Alcuni autori dell’800 riportano ad esempio che, molti secoli dopo l’evento attribuito alla figura di Fetonte, giunse in visita in Piemonte addirittura un principe egizio fratello di Osiride. Il fatto viene riportato anche in un testo precedente e risalente al 1679, "Historia dell'Augusta Città di Torino", ad opera del conte e cavaliere Emanuele Thesauro, dedicato al Reggente del Ducato sabaudo.

La leggenda vuole che il principe egizio, di nome Eridano, fosse detentore del segreto del Graal e si trasferisse in Piemonte dall'Egitto con il suo esercito personale per cercare le tracce della discesa di Fetonte e stabilire una colonia presso l’antica città di Rama che era stata edificata intorno al luogo dell’apparizione del dio celeste. Per questo suo compito gli venne poi dato il nome di Fetonte-Eridano.

Secondo le cronache dei salotti esoterici fu proprio questo personaggio ad introdurre in zona il culto del dio Api, il toro divino dell'antico Egitto, da cui derivò il nome dato alla popolazione celtica dei Taurini e alla stessa città di Torino che sarebbe sorta in quella zona secoli dopo.

La narrazione riporta ancora che il principe egizio, dopo aver provveduto a riedificare la città di Rama, un giorno, durante una corsa forsennata su una quadriga lungo le rive del fiume Po, perse il controllo, precipitò nelle acque del fiume e morì annegato. Dopo questo fatto venne dato al fiume il nome di Eridano per ricordare la tragica morte del principe egizio.

Esiste anche una vasta costellazione celeste che ricorda il fiume e questo antico evento. La costellazione è una delle quarantotto riconosciute ed elencate da Tolomeo e ancora oggi appartiene all’iconografia stellare moderna della volta celeste. Presso gli antichi greci la costellazione di Eridano rappresentava il fiume Po, conosciuto appunto con il nome di Eridano, mentre presso gli egizi voleva simboleggiare il fiume Nilo.

Se si vuole evincere una indicazione di valore esoterico da questo particolare, si può considerare che nella sua estensione la costellazione copre un grande arco di cielo unendo l’emisfero boreale a quello australe. La sorgente del fiume viene fatta nascere dalla stella Achernar che, quattromila anni fa, per via del fenomeno della precessione degli equinozi, costituiva la “stella polare” dell’emisfero australe. La sua luce brillava sul misterioso continente dell’Antartide, considerato dagli esegeti come la sede dell’antico Eden da cui era sorta l’umanità.

Presso gli antichi cinesi la stella Achernar veniva rapportata ad un ”impetuoso e tortuoso ruscello” da cui nasceva l’immenso fiume.


I resti delle ciclopiche mura della città di Rama, sorta attorno al cromlech fatto erigere da Fetonte, attualmente esistenti in val di Susa

Il fiume-costellazione scorre nel cielo seguendo varie concatenazioni di stelle sino ad arrivare nell’emisfero boreale ai piedi della costellazione di Orione.


Il mito di Fetonte nelle leggende druidiche

Le antiche tradizioni druidiche del Piemonte interpretano la venuta del dio Fetonte in maniera diversa e con molti più particolari di quanto viene citato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Secondo le leggende druidiche Fetonte non sarebbe caduto al suolo come vuole il mito greco, bensì sarebbe disceso dal cielo sul suo carro celeste costruito interamente in oro massiccio. E inoltre non avrebbe prodotto un terribile incendio come nel mito di Ovidio, a meno che non si intenda questo evento come un riferimento simbolico al culto del fuoco o alla diffusione di una nuova conoscenza venuta dal cielo che avrebbe coinvolto tutto il continente europeo.

Il dio sarebbe disceso con il suo carro di metallo dorato nella Valle di Susa, alle pendici del monte Roc Maol, l’attuale Rocciamelone, dove esisteva un’antica e mitica caverna sacra che si apriva sul fianco della montagna per inoltrarsi nelle sue viscere di roccia sino a raggiungere l’altro versante dell’area piemontese identificabile nelle Valli di Lanzo.

Nel luogo della sua discesa dal cielo, Fetonte avrebbe incontrato gli uomini che vivevano nei tempi antichi. Uomini che secondo la tradizione druidica erano ben diversi da quelli attuali, molto più alti, tanto da essere descritti come dei giganti con fattezze mostruose. Descritti alle volte anche come piccoli sauri e serpenti antropomorfi, ricoperti di piume variopinte e dal sangue caldo.

Secondo le leggende, il dio sceso nella Valle di Susa, dopo la sua venuta avrebbe incontrato una confraternita di uomini di quel tempo che praticava il culto del fuoco, ritenuto come una emanazione del Sole, la manifestazione della divinità che regnava sull’universo.

Fetonte aveva scelto una radura in una foresta della valle e per sacralizzarla si era fatto costruire dai suoi due assistenti di metallo dorato un grande cerchio di dodici enormi pietre erette.


La costellazione di Eridano

Qui accoglieva i membri della consorteria del fuoco per insegnare loro i segreti del Cielo e della Terra, trasformandoli per merito della sua conoscenza in creature semidivine.

Il suo insegnamento riguardava le varie scienze, dall’agricoltura alla matematica, alla scrittura, alla medicina, all’astronomia e alla tecnologia della fusione dei metalli.

Da questo memorabile evento la originaria confraternita del fuoco che operava in lavori di metallurgica si trasformò in una Scuola iniziatica. La Scuola del Fuoco iniziò il suo operato formando i primi druidi, gli Ard-Rì, che avrebbero in seguito civilizzato tutto il continente europeo. Personaggi che più tardi, nel mito medievale del Graal, sarebbero stati identificati nelle creature semidivine che avevano raccolto la gemma verde per trasformarla in una coppa di conoscenza.

Fetonte, sempre secondo la leggenda, ampliò la sua Scuola iniziatica dando vita all’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta che prendeva nome dal pettorale che ciascuno dei suoi appartenenti indossava. Un Ordine che per certi versi preannunciava quello che molti millenni dopo sarebbe stato l’Ordine dei Cavalieri del Tempio. E così come fece l’Ordine dei Templari in una Europa imbarbarita, anche lo Za-basta si impegnò ad una immane civilizzazione di un pianeta che, dopo la fine dell’era dei grandi sauri, era tutto da ricostruire e che avrebbe portato dopo peripezie di ogni genere su tutto il pianeta all’umanità del nostro tempo.

Secondo la tradizione druidica, Fetonte avrebbe portato in dono agli uomini un albero dai poteri particolari, l'Yggdrasil, l'Albero della Vita che si estende tra i mondi, in grado di donare benessere e conoscenza a chi lo seminava e lo coltivava. Un simbolismo che porta l’Yggdrasil a fondersi con l’esperienza introspettiva e creativa della meditazione, considerata la base fondamentale della Scuola iniziatica di Fetonte.

Nelle leggende del druidismo piemontese, Fetonte viene ritenuto infatti anche come il dispensatore dell'arte dell'Alchimia dell’interiore. Alcune antiche tradizioni bretoni confermano questa interpretazione ritenendo Fetonte il primo iniziatore dell’Alchimia, la cui provenienza di origine non sarebbe l’Egitto ma avrebbe avuto i natali sul continente europeo.

Fetonte avrebbe insegnato anche la scrittura e a lui sarebbero attribuite le 22 lettere dell’alfabeto sacro usato dai druidi e conosciuto come quello delle Rune e dell’alfabeto Oghamico.

Una circostanza che porta ad accostare la figura di Fetonte a quella del dio egizio Thot, dio delle scienze e ideatore della scrittura.

Composto da 22 lettere era anche l’alfabeto del re Kadmos, uno dei Pelasgi superstiti del diluvio ricordato da Deucalione che aveva distrutto il bacino fertile dell’attuale Mar Nero. Kadmos fece conoscere alle popolazioni dell’antica Grecia l’alfabeto ancestrale dei Pelasgi per ricostruire l’Eden perduto.


1 - continua


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