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Chi ha paura del Lupo Cattivo? |
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| 07 Luglio 2026 | ||||||||||
“Chi ha paura del Lupo Cattivo?” è stato l’argomento di una intensa chiacchierata venerdì 17 aprile 2026 presso l’Ecovillaggio di Dreamland, nel Parco della Mandria, a cura della Ecospirituality Foundation e presentata dalla Presidente della Fondazione Rosalba Nattero.
L’interesse e l’accoglienza sono stati così caldi e amichevoli da spingermi ad offrire volentieri a Shan Newspaper qualche ulteriore risposta alle classiche domande sul lupo: quanti sono? Da dove arrivano? Perché sono tornati? Sono pericolosi? Provocano danni? Perché non li sterminiamo di nuovo?
Nel 1970 Eric Zimen e Luigi Boitani contano scientificamente per la prima volta gli ultimi lupi che in Italia hanno resistito allo sterminio. 100 lupi, al massimo 110, confinati nelle aree più selvagge e isolate di Abruzzo, Calabria e Basilicata – il cui secondo nome, Lucania, deriva dal nome greco del lupo lykos (d’altronde confina con la terra colonizzata dagli Irpini guidati da Hirpus, lupo sacro al dio Marte). La ripetizione nel 2020-2021 ha documentato la presenza di circa 3300 lupi oramai distribuiti su tutta la penisola e nel 2026 potrebbero aver superato le 4.000 unità. Questa “invasione” può sorprendere o allarmare solo gli ignoranti. I lupi erano ubiquitari, prima che iniziassimo a sterminarli. Lo dimostrano facilmente i toponimi di ogni comune o provincia italiana, perfino costieri, che conservano frequenti riferimenti alla loro presenza secolare: Morlupo, Lovatella, Lupia, Lovere, Lupompesi, Porcilovo, Cantalupa/o, ecc. Lo testimoniano decine di archivi comunali e registri parrocchiali di città come Mantova, Cremona, Pavia. Vicenza nel medioevo finanziò l’irrobustimento delle sue mura per impedire l’ingresso ai “lupi divoratori”.
Quattro fattori spiegano l’espansione dei lupi negli ultimi 50 anni. Tre derivano da azioni umane e soltanto uno dallo specifico comportamento dell’animale. La caratteristica più saliente dei lupi è la dispersione. I giovani di un anno lasciano il branco di origine e percorrono decine o centinaia di chilometri per trovare un nuovo territorio tutto loro e un partner con il quale mettere su casa e famiglia. I figli di quel centinaio superstite degli anni ’70 partivano a ogni stagione, ma non trovavano habitat adatti né prede disponibili ed erano attivamente cacciati. Sono morti tutti. Poi, finita la seconda guerra mondiale, tutto è cambiato. Uomini e donne hanno rapidamente abbandonato le montagne, le colline, le Alpi, gli Appennini e si sono inurbati. Di conseguenza gli alberi – continuamente tagliati per riscaldamento, per produrre attrezzi e travature, per liberare superfici ai pascoli e alle seminagioni – hanno potuto ricostituire boschi vasti e salubri ricreando così gli ambienti ideali dei lupi e delle loro prede. Queste, eliminate alla pari dei loro predatori, sono state costantemente reintrodotte in ogni parte d'Italia. Cervi, caprioli e cinghiali che erano ridotti al lumicino oggi sono centinaia di migliaia e costituiscono il cibo preferito dei lupi. Infine le società umane, che per secoli avevano pianificato lo sterminio dei lupi con ogni mezzo immaginabile, hanno stabilito che dovevano diventare specie protetta per il loro insostituibile ruolo negli equilibri naturali. 3 a 1, palla al centro e lupi ovunque. Altro che paracadutati dai Verdi, dagli ambientalisti o dai guardiaparco! Le stesse cause – habitat migliorati, umani assenti, prede abbondanti, protezione legale e dispersione naturale – stanno favorendo l’espansione in tutta Europa, dove si stima la presenza di circa 18.000 lupi, di cui 13.000 negli stati membri della UE (e 300.000 vivono sull’intero pianeta, contrapposti ad almeno mezzo miliardo di cani). In buona sostanza, cibo, casa e sicurezza servono ai lupi come a ogni vivente per sopravvivere e riprodursi.
Come dicevamo, la caratteristica più saliente dei lupi è la dispersione. I giovani si allontanano dalla famiglia prima di compiere un anno, quando i genitori rinnovano il loro periodo degli amori. Raramente si trattengono ancora una stagione. In questo caso, aiutano mamma e papà a cacciare e ad allevare i nuovi fratelli. Per alcuni anni vagano cercando un consorte e un territorio libero favorevole dove insediare un branco proprio. È il periodo in cui sono più vulnerabili. L’inesperienza, l’incapacità o la sfortuna li sottopongono alla selezione: tanti sono uccisi dalle auto e dai treni, dalla fame se non sono abbastanza abili o dal veleno se non sono abbastanza furbi. Percorrono centinaia di chilometri, compiendo spostamenti straordinari. Un caso famoso è quello di Ligabue, un giovane lupo ritrovato ferito nell’Appennino parmense. Curato con pochi contatti umani, venne rilasciato munito di un radiocollare che in 10 mesi certificò oltre 900 km di movimenti a zig-zag verso ovest e un paio di sconfinamenti in Francia. Celebri sono anche Giulietta e Slavc, italiana lei e sloveno lui, che una dozzina di anni fa si sono incontrati in Lessinia (VR) e hanno iniziato a ripopolare il nordest di cuccioli, nuovi branchi, polemiche e propaganda. Dopo secoli, finalmente un incrocio tra due popolazioni isolate. In natura, scambiarsi i geni fa sempre bene. Migliora la razza. A questo punto della storia, durante un progetto di educazione ambientale in una scuola, un bambino si è rivolto alla maestra: “Allora è come quando abbiamo parlato dei profughi che sbarcano in Puglia: anche loro scappano perché non hanno più da mangiare o qualcuno distrugge le loro case oppure li uccide”. Gli “adulti” sono rimasti colpiti. Non avevano pensato a questo parallelo tra lupi e Curdi (era il 2002), a questa triste concordanza tra perseguitati umani e animali. E non è l’unica! Infatti da sempre il lupo ci affascina perché rispecchia le nostre condotte. Come noi, è un animale sociale, si disperde colonizzando nuove terre e occupa territori stabili difendendone attivamente i confini. L’etologia ha dimostrato che, tra oltre 4000 specie di mammiferi conosciuti, solo due agiscono così e adottano contemporaneamente questi tre comportamenti. Indovinate quali sono? Per questo, ancora oggi il lupo è un emblema ambivalente, continuamente oscillante tra bene e male. È il simbolo della ferocia, della lussuria, della cattiveria. Ma, nello stesso tempo, della lealtà, della fierezza, della conoscenza dei misteri della foresta e dei segreti della notte. Come tale, è usato quotidianamente nei modi di dire, nella pubblicità, nei titoli dei giornali o dei film. Come mai il lupo è così incastrato nel nostro immaginario collettivo? Molto più di altre specie alle quali pure attribuiamo profondi significati simbolici, come orsi, leoni, aquile, cervi, serpenti, formiche e compagnia? Perché il lupo è come noi e nessun altro ci assomiglia così tanto. Canis lupus e Homo sapiens sono esseri sociali e familiari, territoriali e dominatori, esploratori e colonizzatori, educatori e discenti. Altri animali hanno alcune di queste caratteristiche, ma solo noi due sulla faccia della terra le possediamo tutte insieme. Per questo da 50.000 anni ci annusiamo e ci riconosciamo, ci studiamo e ci addomestichiamo reciprocamente, ci amiamo e ci sbraniamo con tanta facilità ed empatia. Per questo il lupo è quotidianamente vivo nella nostra testa, ben più che sui monti e nei boschi. Proverbi, favole, pubblicità, musica e canzoni, film e libri, fumetti ed ex-voto, santi e marinai, automobili e camioncini, abiti e videogames, nodi da barca e da scalata, serramenti e armi, fiori e funghi, persino il pomodoro (Solanum lycopersicum, la “pesca dei lupi”) o un modello di pasta (gli “occhi di lupo”) ci ricordano continuamente il nostro fratello selvatico. Gli assegniamo valori ambivalenti: rappresenta la fedeltà e la lussuria, la crudeltà e l’amorevolezza, la famelicità e l’altruismo. Come noi, è contemporaneamente buono e cattivo, mai completamente buono, mai del tutto cattivo.
I lupi non sono solitari, anzi. Sono animali familiari sperduti senza il sostegno e l’educazione dei genitori. Passano un periodo da adolescenti lontani da papà, mamma e fratelli (una sorta di Erasmus…) ma, se possono e appena possono, se ne creano una loro. Non tutti ci riescono, quasi il 70% dei nuovi nati muore prima della maggiore età oppure non riesce ad accoppiarsi, ma tutti tendono al branco. Eppure, l’espressione “lupo solitario” è frequente nel nostro linguaggio, spesso utilizzata per denunciare un terrorista che agisce da solo. Usiamo il termine “alfa” per designare gli individui dominanti, il maschio e la femmina riproduttori. Fino a qui, può andar bene. Però estrapoliamo da questa terminologia l’immagine di una scala maschilista, fallocratica, guerrafondaia, che non solo non appartiene ai lupi ma anzi viene da loro utilizzata in senso diametralmente opposto. La parola gerarchia tra gli umani suscita sentimenti negativi, di sopraffazione, di rancori e vendette. Esalta l’aggressività e cerca di disciplinarla – non a caso viene istituzionalizzata negli eserciti, nelle carceri, nei conventi. Nei lupi, al contrario, serve ad abbatterla! Due lupi o due lupe dello stesso nucleo possono certamente litigare e confrontarsi per stabilire una dominanza, ma non appena uno dei due contendenti comprende di essere inferiore, si gira sulla schiena e offre la gola ai canini del rivale. Un gesto suicida davanti al carnivoro con il più forte morso mondiale (in rapporto al peso corporeo e alla lunghezza del cranio, più di leoni, orsi e squali). L’evoluzione ha però stabilito che quel gesto sia un interruttore on/off precisissimo: immediatamente l’aggressività del dominante scende a zero, i due si leccano e si annusano e poi si rialzano con una scrollata di peli: amici come prima. Non perché i lupi siano più buoni di noi, semplicemente perché devono andare a caccia insieme. E l’efficacia della ricerca e degli agguati e infine degli assalti dipende dalla collaborazione, la quale a sua volta presuppone che non ci siano acredini o risentimenti nel gruppo dei predatori. Fantasticare una simile regola applicata alle controversie umane aumenta l’ammirazione verso i lupi.
Ovunque tornino, i lupi causano danni e suscitano paure. I più colpiti sono gli allevatori, vulnerabili su due fronti. In primis, le tecniche di difesa delle greggi – inutili in assenza dei predatori – sono state dimenticate da più di un secolo. Rimetterle in pratica costa denaro, fatica, tempo e bestemmie. Inoltre, il numero degli animali domestici sui pascoli è aumentato di un fattore 1000, dato che i pastori non ricavano più guadagni da lana, carne, latte e formaggio ma dai contributi comunitari che, inevitabilmente, incoraggiano la quantità a scapito della qualità. Per i lupi, una pecora indifesa sarà sempre una cena più facile di un cervo. Allora è indispensabile mettere in campo ogni possibile metodo di salvaguardia, come reti, dissuasori acustici e luminosi, ricoveri notturni, cani da guardiania, sorveglianza continua. Spesso gli allevatori, ancorché aiutati da contributi pubblici, vedono il lupo come la classica ultima “goccia” che fa traboccare un vaso ricolmo di altri problemi: aumento dei canoni di affitto, invendibilità di lana e carne, fatiscenza dei fabbricati d’alpe (quante roulotte scassate sulle montagne!), diserbanti a bordo strada, siccità e scarsità dei fieni, fulminazioni e cadute, smarrimenti e persino furti di bestiame. Una pesante lista di criticità appena tollerabili dove i lupi non ci sono, insostenibili dopo il loro ritorno. Non solo gli allevatori devono cambiare le proprie abitudini. Escursionisti e bikers devono imparare come comportarsi nel caso incontrino i cani da difesa (non provocarli, girare alla larga, trattenere i propri cani, scendere dalla bicicletta). Turisti e cittadini dovrebbero rispettare maggiormente il lavoro degli allevatori e, magari, acquistare a un prezzo più alto il formaggio d’alpeggio perché è prodotto “nonostante il lupo”. Gli amministratori pubblici dovrebbero essere più flessibili e severi nell’erogare i contributi, scoraggiando i furbastri e premiando le aziende propositive. Tutti dovremmo chiederci con onestà che rapporto vogliamo avere con la Natura e con i selvatici: quello vero e reale, che comporta anche rischi, disagi e fatiche, oppure quello disneyano, comodo, tranquillizzante, ma falso? Luca Giunti, genovese, è guardiaparco presso le aree protette delle Alpi Cozie in provincia di Torino; naturalista e fotografo, collabora con le Università di Torino e di Aosta e partecipa ai progetti Life dell'Unione Europea, principale strumento comunitario per azioni a favore dell'ambiente e del clima. A luglio 2021 per l’editore Alegre di Roma ha pubblicato il libro di successo “Le conseguenze del ritorno – Storie, ricerche, pericoli e immaginario del lupo in Italia”. Tutte le foto provengono dal Centro Faunistico Uomini e Lupi di Entracque (CN), Parco Naturale delle Alpi Marittime.
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