Tradizioni Celtiche

Storie di Draghi, Cromlech e Templari - 5

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11 Luglio 2012
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Il grande Cromlech di Dreamland. È stato realizzato nel sito dove anticamente venivano celebrati i riti e le terapeutiche dei druidi del popolo celtico dei “Rama” che dimorava nell’area delle Valli di Lanzo. Ricorda il mito del Cromlech che Fetonte fece costruire dai suoi due aiutanti di metallo dorato

Le tradizioni delle “Famiglie celtiche” delle Valli riportano storie dimenticate che ruotano intorno al Parco La Mandria e al cerchio di pietre di Dreamland. Le vicende dei Templari nelle Valli di Lanzo. Il segreto del “Ruciàss” di Balme. Jacques de Molay e il mistero della Sindone


Le Valli di Lanzo e la tradizione dei Celti
A nord della città di Torino, subito dopo il Parco Regionale La Mandria, si aprono le tre Valli di Lanzo con tutto il loro fascino paesaggistico e storico. Da sempre sono state il teatro naturale delle vicende dei Nativi europei e successivamente dei Celti che hanno ereditato i loro miti e la loro cultura.
In questa area i Celti sono stati oggetto delle persecuzioni di culture estranee che li hanno soggiogati, prima l’Impero romano e poi la Chiesa del tempo, costringendo i continuatori della tradizione celtica ogni volta a rifugiarsi nelle parti più interne e inespugnabili delle tre omonime Valli.
Così sono riusciti a sopravvivere gli eredi dell’antica tradizione dei Nativi europei. Molte testimonianze confermano ancora oggi la loro presenza. Dalle opere megalitiche sparse su tutto il territorio, ai miti popolari, alle leggende che ricordano la discesa di Fetonte e la conoscenza del Graal. Gli abitanti delle tre Valli parlano tuttora il “franco-provenzale”, derivato dall’antica lingua dei Celti e associato al gruppo degli idiomi “gallo-romanzi” a cui appartengono il francese e l’occitano-provenzale.


Cavaliere dell’Ordine del Tempio. L’ordine venne soppresso nel 1300 a seguito del tradimento del re francese Filippo il Bello che insieme alla Chiesa del tempo mirava a impadronirsi delle ricchezze accumulate dall’Ordine. Parte dei suoi membri, compreso il Gran Maestro Jacques de Molay, furono mandati a morte sul rogo da papa Clemente V. Gran parte dei sopravvissuti si rifugiò nell’arco alpino e in Scozia. Altri rimasero sul territorio continentale per dare vita a varie società iniziatiche, come quella dei “Rosa Croce” e quella del “Red Rose Circle” che a partire dal 1600 si diffuse dall’Irlanda a tutto il territorio europeo

Nell’area che comprende il Parco Regionale La Mandria sino alle tre Valli di Lanzo si estendeva il territorio dei Salassi e quello della tribù celtica dei Rama che era giunta dalla Valle di Susa, sua terra d’origine, attraversando una lunga galleria che l’aveva portata sino a queste nuove terre. Va ricordato che la gente di Rama si legava al mito di Fetonte, il dio giunto dal cielo a portare la conoscenza delle scienze e dell’Alchimia spirituale agli uomini del tempo, proprio alle falde del Roc-Maol, l’attuale Monte Rocciamelone. La leggenda vuole che il popolo dei Rama custodisse la grande ruota d’oro forata che Fetonte avrebbe donato, come fonte di conoscenza, prima di accommiatarsi dall’umanità.
Una terra ricca di leggende e di miti. C’è da dire che già all’interno dell’area del Parco La Mandria possiamo constatare come anticamente esistesse una radura, circondata da una folta foresta, in cui si riunivano i druidi delle Valli per le terapeutiche e i riti. Qui si ergeva un millenario e gigantesco albero che sembrerebbe aver dato origine al rito attuale del “Palo di Maggio” legato al folklore di molti paesi delle valli.
E proprio in questo luogo, per quello che rappresenta nel mito e nelle leggende, è stato edificato il grande Cromlech di Dreamland a testimonianza di quello che, a suo tempo, era stato fatto costruire dai suoi due aiutanti di metallo dorato.

L’ultimo avamposto dei Templari
Tutta l’area a nord di Torino doveva rivestire un’importanza particolare per l’antica tradizione dei Nativi europei, tanto che ancora in epoche posteriori ai Celti storici, si può rilevare la presenza dei Templari che si erano arroccati in queste zone, si dice a difesa dei luoghi sacri dell’antica religione, ovvero della cultura del Celtismo.
Si hanno notizie dei loro stanziamenti militari soprattutto nei pressi dell'area a nord del Parco Regionale La Mandria, dove presumibilmente i Templari, memori del cruento massacro dei Catari avvenuto intorno al 1200, presidiavano la strada che portava a Lanzo, allo scopo di proteggere la zona dalle incursioni delle milizie cristiane, per garantire l'accesso ai "pagani" che venivano in questi luoghi a praticare i loro antichi riti. Forse anche attratti dall'eredità culturale lasciata dall'antico druidismo in questa zona, nel tentativo di recuperare le antiche tradizioni che potevano rivelare i segreti del Graal e riportare l’umanità all’antico Eden com’era nei loro progetti.


Un drappello di Cavalieri del Tempio. La loro formazione di monaci-guerrieri e lo spirito di reciproca cooperazione si rivolgeva anche alla civilizzazione culturale e sociale dell’Europa. La sua origine sembra ispirata all’Ordine dello Za-Basta, l’ordine iniziatico fondato, secondo la leggenda, da Fetonte per portare la civiltà sul continente europeo

L’Ordine del Tempio era nato nel 1102 a Gerusalemme per iniziativa di Ugo di Payns, conosciuto poi anche con il nome di Hugo de Paganis, con il compito di proteggere i pellegrini che andavano a visitare il Santo Sepolcro. Lo affiancavano altri otto cavalieri: Bysol de Saint Omer, André de Montbard, zio di Bernardo di Chiaravalle, Archambaud de Saint Aignan, Gondemar, Rossal, Jacques de Montignac, Philippe de Bordeaux e Nivar de Montdidier.
Nel 1129 l’Ordine venne ufficializzato da papa Onorio II, su sollecitazione di Bernardo di Chiaravalle, durante il Concilio a Troyes in Francia, e i suoi aderenti oltre ai tre consueti voti monacali, di obbedienza, povertà e castità, ne pronunciavano anche un quarto: "stare in armi", mostrandosi come veri e propri monaci-guerrieri, e suscitando grandi perplessità nel mondo cristiano.
In seguito alla sua ufficializzazione, l’Ordine si diffuse in tutta l’Europa sviluppando una efficiente organizzazione militare e attestandosi in una oculata attività finanziaria, gestendo inizialmente i beni dei pellegrini per giungere a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell'epoca.
L’operato dell’Ordine si contraddistinse nel tempo per il suo sforzo di diffusione della cultura fra le genti e di impegno sociale promuovendo un’opera di civilizzazione nell’intera Europa. In questa sua identità morale sembra rivelarsi l’anima che portò molto più tardi a scontrarsi con la Chiesa del tempo, ovvero il pensiero celtico che era all’origine dell’Ordine stesso. In effetti l’Ordine, al di là dell’identità dichiarata che si poneva al servizio della Chiesa, aveva ben poco di cristiano e mirava ad una unificazione tra le tradizioni dei Nativi europei e quelle del Medio Oriente per riportare l’Europa alle sue radici storiche di libertà e di misticismo. La stessa struttura dell’Ordine dei Cavalieri Templari ricordava inequivocabilmente quella dell’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta fondato, secondo il mito druidico, millenni prima da Fetonte con lo stesso scopo di civilizzare il continente europeo.
L’Ordine del Tempio crebbe nei secoli in potere e ricchezza suscitando l’avidità del re di Francia Filippo il Bello e del papato. Nel 1307, papa Clemente V, su istigazione del re di Francia, decretò la fine dell’Ordine del Tempio con l’accusa di eresia. Lo scopo dichiarato del re e del papa era quello di impossessarsi, ad ogni costo, delle cospicue ricchezze accumulate dai Templari.


Un graffito rinvenuto in una grotta di Larchens, in Francia. Raffigura la ruota forata dei Celti ereditata dalla tradizione della ruota d’oro di Fetonte. Rappresenta uno dei simboli più antichi utilizzati dall’esoterismo templare

Il Gran Maestro, Jacques de Molay, e altri dignitari dell’Ordine vennero accusati di ogni possibile nefandezza e bruciati sul rogo. Altri Cavalieri Templari riuscirono a fuggire trovando rifugio in vari Paesi europei. Il gruppo più numeroso di esuli prese dimora in Scozia.
Si dice che in seguito, dopo la razzia dei beni dell’Ordine, la scomunica venne revocata con il perdono all’Ordine da parte della Chiesa che si premurò di ricostituirlo nuovamente con la partecipazione di cavalieri compiacenti, che non appartenevano alla vera identità “pagana” che l’Ordine Templare aveva specificatamente posseduto.
In questo periodo, parte dei Templari che presidiavano le Valli di Lanzo prese rifugio nelle zone interne delle Valli, impervie e difficili da raggiungere dalle milizie cristiane, attestandosi in piccole fortezze e dando vita al consolidamento delle Famiglie celtiche che avrebbero continuato l’antica tradizione dei Nativi europei.

Le tracce della presenza templare nelle Valli di Lanzo
Abbiamo molte testimonianze della presenza templare nell’area delle Valli di Lanzo. A Brione, una piccola frazione della cittadina di Val della Torre, c’è una cappella che viene attribuita ai Templari. Nella stessa frazione, all’interno della chiesa di Santa Maria della Spina del 1200, si possono scorgere numerose croci templari.
Stesse croci templari che si possono trovare nella chiesa di Mezzenile, la Parrocchia di San Martino del XII secolo e ristrutturata nell'Ottocento.
Su molti edifici d’epoca delle Valli di Lanzo si possono osservare numerose croci e fiori, a petali allungati, appartenenti al simbolismo templare. Proprio questi fiori, denominati i “Fiori della Vita” erano considerati un simbolo esclusivamente templare.
Possiamo ricordare, all’interno del Parco La Mandria, i resti della casa-forte templare che costituirebbe le fondamenta dell’attuale Castello dei Laghi.


Il sigillo enigmatico dei “templari”. Si ritiene rappresentasse la parità esistente tra di loro, sia sul piano delle ricchezze possedute che delle distinzioni di sesso. Infatti tra i Templari del tempo, come già accadeva nell’ordine monastico-guerriero dello Za-basta fondato da Fetonte, erano molte le donne che vestivano l’armatura di guerriere alla pari con i loro colleghi uomini. Oggi, nei rifondati movimenti templari, prevale invece lo spirito patriarcale che contraddistingue la Chiesa di cui sono emanazione

Il palazzo si affaccia sul “Lago Grande”, uno dei quattro laghi artificiali alimentati con acqua proveniente dalla Stura di Lanzo. Edificato per volere del re Vittorio Emanuele II, come “reposoir” di caccia verso la metà dell’Ottocento, si dice sia stato costruito sulle fondamenta di un altro edificio già esistente che, secondo le ricerche di studiosi del luogo, si suppone fosse un avamposto dei Cavalieri Templari attestati sulla strada di Lanzo.

La casa-forte templare del “Ruciàss” di Balme
In parecchi paesi dell’arco alpino, dal 1350 in poi, all’improvviso fecero la loro apparizione uomini sconosciuti e ricchissimi che si impegnarono nel sostentamento morale e materiale della gente del luogo in cui erano comparsi.
In merito a questo evento, una particolare attenzione deve essere data al caso della casa-forte, di configurazione templare, di Balme, conosciuta nella valle con il nome “Ruciàss” o “Routchàss”, poiché rappresenta un esempio emblematico delle vicende dei Cavalieri Templari sopravvissuti che si rifugiarono nelle Valli di Lanzo.


Il “Fiore della Vita”, uno dei tanti simboli celtici ripresi dai Templari nel loro esoterismo

Balme, Barmes in francoprovenzale, è una cittadina abitata fin dai tempi più antichi che si trova a 1400 metri di altitudine e oggi rappresenta il più alto comune delle Valli di Lanzo e l'ultimo della valle di Ala di Stura.
Come era già accaduto in altri luoghi dell’arco alpino, anche in questo luogo intorno al 1550 era comparso uno sconosciuto, Jouan Castagnero, che i balmesi ricorderanno come “Gian dìi Lentch”. Le sue origini anagrafiche sono avvolte dal mistero. Si dice che fosse nato a Voragno di Ceres da famiglia già antica della valle. Nelle credenze popolari è ricordato come un essere gigantesco, venuto dal nulla, che possedeva poteri straordinari.
Per prima cosa Castagnero costruì in cima al paese, su un solido sperone roccioso a picco sulla Stura, chiamato tuttora “Ruciàss” dei Castagneri-Ljinch, all’inizio una cappella e poi anche un edificio più grande che divenne la sua stessa dimora. Un’opera di insieme che rivela innegabili caratteristiche comuni sia con i Ricetti medievali dell’area eporediese che con altre costruzioni tipiche dell'architettura templare come lo erano i loro castelli rupestri.
Dopo essersi insediato a Balme, Castagnero fece rapidamente fortuna come imprenditore di miniere e di forge, acquisendo anche la qualifica di nobile. Era talmente ricco che gli abitanti del luogo pensavano persino avesse scoperto qualche filone d'oro che teneva nascosto.
Jouan Castagnero si dedicò particolarmente alla vita sociale di Balme. Nel 1610 riuscì a ottenere l’autonomia amministrativa della cittadina separandola da Ala di Stura di cui risultava una frazione. Si dedicò tanto all’interazione con gli abitanti della cittadina e alla sua crescita che ancora oggi viene ricordato e risulta che praticamente quasi tutti i balmesi sono suoi discendenti e portano il suo nome.


Il simbolo del “Fiore della Vita” appare spesso sulle facciate degli edifici e delle chiese medievali di tutte le Valli di Lanzo

Nel 1697, un balmese con il nome di Joanni Castagnerius dipinse alcuni affreschi, tuttora visibili, su una parete laterale all'entrata del Ruciàss.
Tre di questi sono riferibili chiaramente a scene e figure del simbolismo cristiano. Il quarto invece sembra rappresentare la celebrazione di una iniziazione rosacruciana, il movimento nato dopo la scomparsa dell’Ordine del Tempio. I commensali che appaiono nell’affresco sono nove, quanti erano inizialmente i Cavalieri del Tempio. Ogni commensale ha davanti a sé un ramo d'acacia e una rosa, simboli assolutamente templari. Inoltre compaiono con evidenza cinque gradini, numero emblematico dei gradi iniziatici dei Templari, che gli Iniziati dovevano percorrere esperienzialmente per giungere alla conoscenza segreta del Graal.

Il Ruciàss e il segreto della “Sindone di Torino”
La cappella del Ruciàss rappresenta un elemento importante nella storia dei Cavalieri del Tempio poiché secondo le varie testimonianze storiche rappresenterebbe il luogo dove la reliquia templare, oggi conosciuta come la “Sindone di Torino”, sarebbe transitata nel 1535, e ospitata per un certo tempo prima di giungere nella città di Torino dove sarebbe poi stata custodita definitivamente con il nome che oggi le è ufficialmente riconosciuto.
La “Sindone di Torino” non è l’unica esistente. Essa rappresentava una delle tante reliquie della serie della “passione del Cristo” che dominavano la cultura cristiana del basso medioevo e che costituivano una merce preziosa destinata all’acquisto da parte di nobili e notabili. Sul mercato si potevano trovare anche innumerevoli chiodi della croce del Cristo, spine conservate della corona della narrazione evangelica. Erano in vendita infiniti pezzi del legno della croce, sangue dello stesso Cristo e così via.


Un altro simbolo templare era la scacchiera. Un antico gioco che proponeva, nell’alternanza delle sue caselle colorate, il simbolismo del “vuoto” e del “pieno” come metafora del vissuto quotidiano con cui l’Iniziato, nella sua esperienza spirituale, doveva confrontarsi per dare la giusta qualità alla sua vita e alle sue opere

All’epoca era fiorente anche il commercio relativo ai “sacri lenzuoli” che si diceva avessero coperto il corpo di Cristo prima della sua resurrezione. Ne esistono tuttora molti esempi in varie chiese di tutta l’Europa, come la Sindone di Cadouin, il Sudario di Oviedo e la Sindone di Compiègne, andata distrutta a seguito dei moti della Rivoluzione francese.
La Sindone di Torino è oggi la più famosa e ha offuscato l’esistenza delle altre copie. In realtà l’origine “divina” della Sindone di Torino non è mai stata accertata e la sua origine è tuttora controversa a seconda degli enti che la prendono in esame.
Una datazione radiometrica eseguita nel 1988 con il carbonio 14 constatò che il “sudario” doveva essere di origine medievale e realizzato in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Poi sopravvenne l’imperativo della “fede” che ancora oggi lo vuole portare ad essere una indiscutibile testimonianza evangelica.
Ma basterebbe un semplice ragionamento per capire come la “Sindone di Torino” sia solamente un abile dipinto invece che un sudario divino. Se l’immagine fosse il risultato dell’apposizione di un telo su di un volto, l’immagine del volto stesso dovrebbe apparire deforme, poiché la superficie fisica bidimensionale di un viso è molto più grande di quella tridimensionale che si riflette allo specchio. Pertanto l’immagine del volto impresso sul telo è dichiaratamente un volto dipinto e non certamente l’impronta del sudore che un viso può aver lasciato sul lino.


Il “Ruciàss”, la casa-forte di stile templare che si trova presso Balme in Val d’Ala di Lanzo. La costruzione fu eretta nel 1500 da Jouan Castagnero, probabilmente uno dei Templari esuli che cercava rifugio dalla furia della Chiesa nell’impenetrabilità delle Valli di Lanzo. L’edificio rappresenta un elemento importante nella storia dei Cavalieri del Tempio poiché secondo le varie testimonianze storiche rappresenterebbe il luogo dove la reliquia templare, oggi conosciuta come la “Sindone di Torino”, sarebbe stata ospitata per un certo tempo nel 1535, prima di giungere nel capoluogo piemontese. (Foto di Gianni Castagneri)

L’origine della “Sindone di Torino” si rivela per certi versi emblematica per la storia e i segreti dell’Ordine del Tempio.
Nel giugno del 1353, circa cinquanta anni dopo il tragico rogo del Gran Maestro dell’Ordine del Tempio Jacques de Molay, il cavaliere Goffredo di Charny aveva dichiarato di essere venuto in possesso del “sudario divino”. Era riuscito a recuperarlo, secondo la narrazione del tempo, dopo varie peripezie. La reliquia sarebbe stata recuperata in Gerusalemme, quindi ricoverata per molti anni a Costantinopoli e più tardi portata ad Atene. Da qui sarebbe stata trasferita sino a Lirey in Francia per essere consegnata al cavaliere.
Goffredo avrebbe poi donato la reliquia al Collegio dei canonici della chiesa votiva di Lirey, che lui stesso aveva fondato, dando seguito già da allora a un onesto contenzioso sulla veridicità della stessa reliquia.
Nel 1415 Margherita di Charny, discendente di Goffredo, facendo le sue debite pressioni sui responsabili della chiesa di Lirey si riappropriò del lenzuolo e nel 1453 lo vendette ai duchi di Savoia. Pertanto, intorno al 1578, il “sudario” prese il suo cammino verso il capoluogo piemontese, passando da Chambéry attraverso l'Haute Maurienne, l'Alta Valle d'Arc, il Col d'Arnas o il Collirin, per giungere nella città di Torino dove la casata dei Savoia si era da poco trasferita.
Nel suo tragitto tra le Alpi, il “sudario” passò per Balme e fu ospitato per qualche tempo proprio nella cappella del Ruciàss dove avvenne la sua ostensione a beneficio dei numerosi Templari che erano giunti per rendergli omaggio.


Il volto della “Sindone di Torino” messo a confronto con quello di Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine Templare. Si dice che il “sacro lenzuolo” abbia rivestito una particolare importanza per i sopravvissuti Cavalieri del Tempio in quanto l’immagine che compariva sul tessuto non sarebbe stata quella del Cristo, bensì un ritratto di Jacques de Molay, eseguito dopo la sua tragica morte per ricordare il suo sacrificio. Gli inequivocabili tratti somatici, simili per entrambi i ritratti, portano ad appoggiare questa ipotesi

Ma c’è l’ipotesi che la loro presenza non fosse ispirata dall’osservanza di valori cristiani, visto che proprio la Chiesa aveva torturato e mandato al rogo i suoi dignitari e aveva disciolto l’Ordine con accuse infamanti solo per appropriarsi dei suoi beni.
Si dice infatti che il “sacro lenzuolo” sia giunto e abbia sostato in questo luogo proprio per via dell’importanza che l’immagine rivestiva presso i sopravvissuti Cavalieri del Tempio, in quanto la figura che compariva sul tessuto non sarebbe stata quella del Cristo, bensì il ritratto di Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine Templare, eseguito dopo la sua tragica morte per ricordarne il sacrificio.
Se così fosse, il fatto rappresenterebbe una ennesima beffa storica che l’Ordine avrebbe attuato ai danni della Chiesa, obbligata suo malgrado a celebrare per sempre la celebre vittima proprio all’interno di un suo tempio per espiare la colpa del suo efferato delitto.
Un segreto che, se si rivelasse rispondente al vero, rivoluzionerebbe il significato della “Sindone di Torino”. Un segreto che in ogni caso non verrebbe mai rivelato dalla Chiesa e che rimarrebbe tale. Un segreto che comunque, come recitava un vecchio codice dell’Ordine Templare, era a conoscenza di Dio, del diavolo e dei dignitari dell’Ordine.
Oggi potremmo aggiungere che sarebbe a conoscenza anche delle Famiglie celtiche delle Valli di Lanzo, sopravvissute fino a oggi alle persecuzioni, che hanno ereditato le tradizioni dei Templari.


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